Pianeta Terra. L’entità demoniaca di #israelebombarda tiene sempre banco, qui riproposta con l’anomalia del Marocco…. all’estremo occindente mediterraneo nel 2021

09 Dicembre 2025 Fonte: Pagine Esteri Nota di Domenico Cambareri

Pianeta Terra. L’entità demoniaca di #israelebombarda tiene sempre banco, affiancata dai truci sionisti che hanno in pugno il popolo degli USA. Retrodatiamo il contesto alle informazioni del 2021: l’anomalia del Marocco.

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Trump minaccia attacchi in Nigeria e regala il Sahara occidentale al Marocco

di Marco Santopadre | 4 Nov 2025 | AfricaIn evidenzaMondo

Trump minaccia attacchi in Nigeria e regala il Sahara occidentale al Marocco

Pagine Esteri – Nel continente americano – dalla Groenlandia Panama, dal Venezuela alla Colombia – Donald Trump sta applicando una versione quanto mai esasperata e brutale della “dottrina Monroe”.
Ma è anche verso il continente africano che si allungano ora le minacce di quello che a dar retta a molti analisti – e a quanto in candidato repubblicano aveva promesso ai suoi elettori – doveva essere un presidente isolazionista.

Sabato sera infatti l’inquilino della Casa Bianca ha informato il paese di aver chiesto al Dipartimento della Difesa di prepararsi a realizzare un’azione militare “rapida” in Nigeria se il governo del paese africano – in attesa di essere ammesso tra i Brics – non riuscirà a fermare le uccisioni di cristiani.
In un post su Truth – il social aperto da Trump dopo la sua cacciata da Twitter – il presidente ha avvisato che gli Stati Uniti interromperanno immediatamente tutti gli aiuti e l’assistenza alla Nigeria e che in caso di intervento militare agirebbero “a tutto spiano” per annientare «i terroristi islamici che stanno commettendo queste orribili atrocità».

Trump ha definito la Nigeria – il paese più popoloso e tra i principali produttori di petrolio del continente – «un paese caduto in disgrazia» ed ha invitato il governo ad agire rapidamente. «Se attaccheremo lo faremo in modo rapido e violento, proprio come i terroristi che attaccano i nostri AMATI cristiani» ha scritto.
Dopo il presidente è stato Pete Hegseth, il Segretario alla Difesa statunitense, a confermare che «Il Dipartimento della Guerra si sta preparando all’azione. O il governo nigeriano protegge i cristiani, oppure uccideremo i terroristi islamici che stanno commettendo queste orribili atrocità».

Le bellicose dichiarazioni sono giunte dopo che venerdì Washington aveva già inserito la Nigeria nella lista dei paesi con più alto rischio di violazione della libertà di religione, insieme a Cina, Myanmar, Corea del Nord, Russia e Pakistan. Trump lo aveva già fatto durante il suo primo mandato, ma la Nigeria era stata poi rimossa dalla lista da Joe Biden nel 2021.

Sabato mattina la mossa aveva già spinto il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu a respingere le accuse di intolleranza religiosa. Il governo nigeriano è stato colto di sorpresa dalle minacce provenienti da quello che reputa il suo principale alleato a livello internazionale. Domenica l’esecutivo africano ha dichiarato che accoglierà con favore l’aiuto degli Stati Uniti nella lotta contro gli insorti islamici, a patto però che venga rispettata la sua integrità territoriale.

Ma domenica Trump ha rincarato la dose, dicendo ad alcuni giornalisti che l’esercito americano potrebbe non solo effettuare degli attacchi aerei contro i miliziani islamici ma addirittura schierare un certo numero di truppe in Nigeria.

D’altronde negli ultimi anni la presenza militare statunitense in Africa è diminuita sensibilmente, dopo che lo scorso anno circa mille soldati si sono dovuti ritirare dal Niger. Comunque circa 5 mila militari di Washington rimangono nella grande base presente a Gibuti, nel Corno d’Africa.

È evidente che le stragi compiute dai fondamentalisti islamici di Boko Haram nel nord-est della Nigeria rappresentano un pretesto. La Nigeria, che conta circa 200 milioni di abitanti appartenenti a 200 diversi gruppi etnici che praticano il cristianesimo, l’islam e diverse religioni tradizionali, ha una storia di pacifica convivenza, solo in parte intaccata dagli attacchi alle popolazioni cristiane da parte di gruppi islamisti ma anche, all’opposto, dalle persecuzioni dei musulmani da parte di gruppi cristiani. A ben guardare, inoltre, la maggior parte delle vittime di Boko Haram sono musulmane e comunque negli ultimi anni le attività di questa milizia si sono fatte più sporadiche.

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Storica intesa tra Marocco e Israele. E Rabat compra droni killer israeliani

di Marco Santopadre | 29 Dic 2021 | AfricaMedioriente

Storica intesa tra Marocco e Israele. E Rabat compra droni killer israeliani

AGGIORNAMENTO 30 NOVEMBRE

Il Marocco, riferisce la stampa in lingua ebraica, ha comprato dalle industrie militari israeliane droni killer per 22 milioni di dollari

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di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 26 novembre 2021 – Il Marocco ha normalizzato le relazioni con Israele un anno fa, quando in cambio della rimozione del suo ostracismo nei confronti dello “stato ebraico” Rabat ha ottenuto dall’amministrazione Trump il riconoscimento dell’annessione dei territori del Sahara Occidentale.
La decisione del Marocco seguiva quella analoga di Emirati Arabi Uniti e Bahrein, nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo siglati con Israele (in seguito si è aggiunto il Sudan) il 15 settembre 2020 grazie alla mediazione degli Stati Uniti.
Marocco e Israele avevano stabilito relazioni ufficiali già nel 1993, ma Rabat li aveva poi interrotti nel 2000 in occasione dell’esplosione della seconda Intifada palestinese. Per due decenni i due paesi hanno mantenuto un livello costante ma minimo di rapporti, spesso attraverso paesi intermediari. Poi, nel dicembre 2020 è tornato il sereno, e da quel momento è stato un crescendo di accordi. Già ad agosto i ministri degli Esteri di Israele Yair Lapid e del Marocco Nasser Bourita hanno firmato un accordo sui collegamenti aerei e altri ne sono seguiti sulle trivellazioni petrolifere, la ricerca di risorse idriche e la collaborazione finanziaria.

Una visita storica

La vera svolta, però, è arrivata con il viaggio in Marocco, dal 23 e 25 novembre, del ministro della Difesa israeliano Benny Gantz – la prima del genere nella storia dei due paesi – che ha firmato uno storico memorandum d’intesa in materia di cooperazione militare con il suo omologo marocchino Abdellatif Loudiyi per poi incontrare il capo delle forze armate locali Abdelfattah Louarak e il ministro degli Esteri. Per la prima volta, della delegazione militare israeliana hanno fatto parte anche due ufficiali di origine marocchina, in rappresentanza di alcune centinaia di migliaia di cittadini israeliani che vantano ascendenze nel paese. «L’accordo consentirà di stringere legami tra le industrie della difesa e di avviare esercitazioni congiunte» ha spiegato Gantz, aggiungendo che l’intesa permetterà a Israele di esportare i prodotti della propria industria militare.

Una base a Melilla?

A questo proposito, Tel Aviv non ha perso tempo: le forze armate marocchine hanno rivelato di aver già acquistato cinque batterie del sistema di difesa anti-droni israeliano Skylock Dome, realizzato dall’impresa Skylock Systems, una sussidiaria del gruppo Avnon. Secondo il “Jerusalem Post”, Israele avrebbe già venduto al Marocco altri sistemi militari, tra i quali dei radar per aerei da combattimento, che potrebbero essere utilizzati dagli F-16 Viper acquistati dalla statunitense Lockheed Martin per 4 miliardi di dollari.

Senza contare che a giugno un C-130 marocchino ha partecipato ad una esercitazione militare internazionale organizzata in Israele.
Durante la recente visita Gantz e Loudiyi hanno firmato un accordo per lo sviluppo di un’industria marocchina in grado di produrre droni esplosivi simili agli Harop israeliani, prodotti dalla Israel Aerospace Industries, utilizzati dalle forze armate azerbaigiane durante la guerra contro l’Armenia e la Repubblica di Artsakh dello scorso anno.

Per garantire la difesa delle sue postazioni nel Sahara Occidentale occupato, inoltre, l’esercito marocchino starebbe considerando l’acquisto del sistema anti-missile Iron Dome, sviluppato dall’israeliana Rafael e in dotazione alle forze armate di Tel Aviv.
Secondo alcuni organi di stampa, sia arabi sia spagnoli – ma la notizia non è stata finora confermata – Marocco e Israele avrebbero inoltre concordato la realizzazione di una base militare vicino all’enclave spagnola di Melilla, nella regione di Afsu, vicino all’aeroporto di Al Aroui.


Le proteste del Fronte Polisario

Anche in campo energetico non sono mancati i progressi. L’impresa israeliana Ratio Petroleum ha firmato un accordo con l’Ufficio Nazionale degli Idrocarburi e dei Minerali marocchino, che le concede il diritto esclusivo di condurre attività volte alla ricerca di giacimenti di gas e petrolio nel territorio saharawi di Dakhla, lungo la costa dell’Atlantico.
L’intesa, resa nota l’ottobre scorso, ha scatenato le proteste del Fronte Polisario, la maggiore delle organizzazioni della resistenza saharawi all’occupazione marocchina. Un comunicato diffuso dall’Autorità per il petrolio e i minerali della Repubblica Araba Democratica Saharawi (RASD) ha denunciato che «questo accordo non ha valore legale in quanto il Marocco non possiede alcuna sovranità sul Sahara occidentale, come sancito dalla Corte internazionale di giustizia il 16 ottobre 1975 e ribadito dalla Corte di giustizia europea nelle sue successive sentenze, la più recente delle quali è stata la sentenza emessa il 29 settembre 2021». Nel recente pronunciamento l’organismo ha annullato due accordi su pesca e agricoltura siglati da Marocco e Unione Europea che erano stati estesi ai territori occupati, senza il coinvolgimento del Fronte di Liberazione Popolare di Saguia el Hamra e del Río de Oro, giudicato dall’organismo giuridico continentale l’unico rappresentante legittimo del popolo saharawi.

Condizionare gli USA e isolare l’Iran

Sia il Marocco sia Israele vogliono trarre il massimo vantaggio dalla normalizzazione delle relazioni, frutto della dinamica ingenerata dagli Accordi di Abramo.

Tel Aviv intende capitalizzare – a livello economico, militare e geopolitico – l’ennesima rottura del fronte arabo che negli ultimi decenni, almeno formalmente, si è opposto alle sue politiche. Già nel maggio 2018, d’altronde, Israele e Stati Uniti avevano incassato la decisione della casa reale marocchina di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, accusato di sostenere ed addestrare la guerriglia saharawi.
Coinvolgendo anche tra i nemici arabi di Teheran, Israele intende sfruttare gli Accordi di Abramo – siglati grazie ai buoni uffici dell’amministrazione statunitense – per ostacolare la dichiarata intenzione di Joe Biden di riannodare il dialogo con l’Iran sul suo programma nucleare. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha già avvisato la Casa Bianca che, anche se arriverà ad un accordo con Teheran, Tel Aviv non si sentirà in alcun modo vincolata.
I media israeliani, in occasione della visita di Gantz in Marocco, hanno sottolineato che la «questione della minaccia iraniana» è stata affrontata nei colloqui tra i leader dei due paesi, sfruttando il fatto che quello iraniano è stato l’unico governo a sostenere esplicitamente la decisione dell’Algeria di rompere le relazioni diplomatiche con Rabat nei mesi scorsi.

Sbaragliare la resistenza saharawi

Da parte sua il Marocco mira a ottenere, approfittando del sostegno della Casa Bianca, un rafforzamento quanto più definitivo del proprio controllo sui territori saharawi occupati nel 1975. Da questo punto di vista la posizione statunitense sul riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale non è diversa da quella adottata da Trump alla fine del 2020, come ribadito ancora a luglio dal portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price.
I droni israeliani potrebbero permettere alle forze occupanti di travolgere la guerriglia saharawi, mentre i sistemi di difesa Skylock e Iron Dome potrebbero consentire a Rabat di contrastare in maniera più efficace possibili attacchi provenienti dalle porzioni di Sahara Occidentale controllate dal Fronte Polisario, al di là del terrapieno realizzato dal Marocco, lungo 2700 km e costellato di mine. In generale, l’alleanza con Israele e l’aumento consistente della spesa militare – che nel 2020 ha toccato un +29% – potrebbe fornire al Marocco risorse militari e di intelligence preziose nel momento in cui il paese è coinvolto in un duro scontro con l’Algeria. Dopo aver acquistato 12 droni da bombardamento della turca Bayraktar il Marocco ne ha ordinati altri 11, questa volta da ricognizione, dall’israeliana Elbit Systems e dalla Israel Aerospace Industries.

Le inquietudini dell’Algeria

Il governo di Algeri, impegnato in un duello con i propri vicini sin dall’indipendenza dal comune colonizzatore francese, aveva già accolto con inquietudine le dichiarazioni di sostegno a Rabat pronunciate da Donald Trump l’anno scorso, alle quali è seguita la decisione di Bahrein, Emirati e Giordania di aprire una propria sede consolare ad El Aaiún, la capitale saharawi occupata. Dopo aver boicottato l’Unione Africana per decenni perché quest’ultima aveva accettato la delegazione del Sahara Occidentale, nel 2017 il Marocco è rientrato a far parte del sodalizio e, grazie anche ai massicci investimenti realizzati o promessi, è riuscito a sfoltire notevolmente il numero di paesi africani che riconoscono la RASD come stato indipendente.
Per quanto il Marocco sia da sempre il miglior alleato di Washington nell’area, potendo contare sullo status di major non-Nato ally insieme alla Tunisia, il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e l’avvio delle relazioni diplomatiche e militari tra Rabat e Tel Aviv hanno segnato una svolta innegabile che ha suscitato apprensione in Algeria, da sempre protettrice della guerriglia saharawi.


Escalation tra Algeria e Marocco

Algeri ha reagito rompendo per l’ennesima volta, ad agosto, le relazioni diplomatiche con il Marocco; poi, a settembre, ha chiuso il proprio spazio aereo ai voli marocchini e in seguito ha annunciato il non rinnovo del contratto per il transito in territorio marocchino del gas diretto in Spagna tramite il gasdotto Maghreb-Europa (MEG). Così facendo ha lasciato a secco alcune centrali elettriche marocchine ed ha privato Rabat delle royalties dovute per il passaggio della pipeline sul proprio territorio, deviando il flusso sul gasdotto Medgaz che raggiunge la Penisola Iberica attraversando il Mediterraneo e approdando ad Almeria.
Il governo algerino ha accusato le autorità marocchine di aver ordito un complotto per destabilizzare l’Algeria, soffiando sul fuoco della ribellione in Cabilia, regione del paese a maggioranza berbera dove periodicamente esplodono proteste di massa per l’autodeterminazione. Già nel 1994, d’altronde, Algeri aveva sigillato la frontiera con il Marocco accusandolo di sostenere i fondamentalisti islamici.
A questo occorre aggiungere i casi di spionaggio ai danni di funzionari algerini tramite l’utilizzo del sistema Pegasus realizzato dall’impresa israeliana NSO Group proprio mentre il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Yair Lapid, in visita a Rabat, descriveva l’Algeria come “una minaccia regionale”.

Due episodi cruenti hanno accompagnato l’escalation tuttora in corso. All’inizio di novembre tre autisti algerini hanno perso la vita nell’incendio dei loro camion lungo la strada che da Nouakchott, capitale della Mauritania, porta a Ouargala in Algeria. L’ufficio stampa del presidente algerino Abdelmajid Tebboune – in carica dal 2019 – ha accusato i marocchini di aver bombardato il convoglio commerciale servendosi di un drone, anche se le circostanze in cui è avvenuto l’episodio non sono mai state chiarite.
Di nuovo, 15 novembre sempre un drone delle Forze Armate di Mohammed VI ha ucciso il comandante della quinta regione del Fronte Polisario. In un attacco simile, ad aprile, era già morto Dah el Bandir, comandante in capo della guerriglia saharawi.

A parte durante la “guerra delle sabbie”, combattuta nel 1963 dagli eserciti dei due paesi per il controllo di alcune aree di confine, decenni di inimicizia tra Marocco e Algeria non sono mai sfociati in scontro militare aperto. Gli strali reciproci e gli appelli nazionalistici sono utili a deviare l’attenzione delle rispettive opinioni pubbliche verso il nemico di sempre, distogliendole dai gravi problemi sociali ed economici che investono i due paesi (più gravi sicuramente in Algeria che in Marocco). Ma l’ennesima crisi nel Maghreb, accompagnata dal coinvolgimento di attori internazionali di peso, continuano a destare forte preoccupazione. Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nordafrica. Scrive tra le altre cose di Spagna e Catalogna.

FONTI E LINK DI APPROFONDIMENTO

https://ilmanifesto.it/accordo-militare-tra-israele-e-marocco-intelligence-droni-e-armi
https://www.moroccoworldnews.com/2021/10/345031/israels-ratio-petroleum-secures-exploration-rights-at-moroccos-dakhla-atlantic
https://www.reuters.com/article/us-morocco-israel/morocco-and-israel-sign-defence-memorandum-in-rabat-idUKKBN2I90VD
https://www.timesofisrael.com/gantz-takes-off-for-morocco-to-ink-defense-deals-buoy-ties
https://www.elespanol.com/mundo/20211116/marruecos-firma-acuerdo-israel-militar-conjunta-melilla/627438625_0.html
https://www.middleeasteye.net/news/algeria-morocco-halt-gas-exports-spain

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Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio Oriente e del Nordafrica. Scrive tra le altre cose di Spagna e Catalogna.

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