Si tratta di giustizia, si ricorre al tossico leninismo. Si parla di riforma attesa rinviata da trent’anni, le sciocche e somme parole d’un lucchino della TV #la7 si mettono al riparo dell’ottima ma superata legge… fascista. Incredibile? No

20 Marzo 2026 Comunicato di Eulà Fonti: Comitato delle Camere Penali per il Sì, news stampa e social varie









SEPERAZIONE DEI DUE RAMI DELLA MAGISTRATURA

Ecco delle semplici, immediate considerazioni scritte da un avvocato (Raffaele Scirè), che più che ottime esperienze in merito. Constatazioni e considerazioni comprensibili da parte chiunque le legga:

Questo non è un post per il Si o per il NO, anche perché, come è giusto che sia, a voi non interessa minimamente cosa voterò.

Per decidere cosa votare al referendum vi consiglio però un esperimento: entrate in una qualsiasi aula penale e osservate cosa accade: guardate come si parlano PM e Giudice, quali poteri ( o non poteri) ha l’indagato o l’imputato, osservate con attenzione quante e quali eccezioni vengono sistematicamente respinte ai difensori, quante ne vengano invece accettate se provengono dalla pubblica accusa.

Poi andate a vedere una udienza preliminare, e contate, voi stessi, senza numeri da propaganda, quante volte realmente una persona viene rinviata a giudizio dal GIP se il Pubblico Ministero così ha richiesto.

Se veramente volete approfondire parlate con chi realmente è stato coinvolto in un processo penale, e quali sconvolgimenti ne ha subito per essere magari un giorno assolto.

E, studiate il funzionamento dell’art 507 del codice di procedura penale in base al quale ( in soldoni ed in sintesi) possono essere ammessi mezzi di prova anche alla fine del processo ( facendo ricominciare di fatto il processo) anche se il Pubblico Ministero si è “dimenticato” di citare i testi sui quali dovrebbe fondare l’accusa.

E, in ultimo, ricordate che un giorno, dietro il banco degli accusati ci potrete essere anche voi, ed è molto molto molto più facile di quanto pensiate, perché ad esempio il vostro ex marito o la vostra moglie vogliono avere l’affido dei figli o un maggiore assegno di mantenimento e vi denuncia, o perché il vostro vicino non sopporta la tettoia rimovibile che avete messo sul terrazzo, oppure perché, pur andando a venti all’ora vi siete trovati coinvolti in un incidente con un pedone.

Quando accadrà rammentatevi allora del voto che avrete dato il 22 e 23 marzo e, prima di chiamare l’avvocato che dovrà salvarvi quello che non appare alla luce del sole, piangendo, ricordate di dirglielo, così lui saprà esattamente chi deve difendere.

Diffondete e Buon voto a tutti!

Aldo Penna

14 marzo alle ore 05:48 ·

Nel 1947 i padri costituenti furono chiarissimi.
L’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati: è una garanzia per i cittadini.

Per questo decisero che anche il Pubblico Ministero dovesse essere indipendente dal Governo.
Perché la giustizia non diventasse mai uno strumento della politica.

Difendere quello spirito significa difendere la Costituzione.

Il 22 marzo votiamo NO. 

Dome PG Cambareri

(Mia risposta a un’amica che ha pubblicato nel suo gruppo di FB la sonora sfilza di reboanti starnazzamenti del tal mistificante Penna che cita Calamandrei, finalizzati a cancellare in toto l’intero quadro storico di riferimento. Apologia stucchevole, miserrima, rivoltante). Sciocchezze senza fine. Il partigiano socialista, avvocato, ministro e defunto Giuliano Vassalli, artefice del nuovo codice (DPR 447/1988) entrato in vigore l’anno successivo, aspetta da allora dall’oltretomba, assieme a un esercito di defunti di tutte le estrazioni politiche, come di vivi, l’adeguamento di quello della procedura p. Perché continui a seguire la peggiore specie di scellerati sempre pronti a strumentalizzare ogni cosa nei modi più abietti? Tantissimi comunisti la volevano, le migliaia di casi Tortora mai venuti a alla luce del sole la reclamano. I magistrati ‘comunisti’ comandano lo scenario politico sin dagli anni ’80, da quando scavalcarono cgil e trimurti nell’azione totalmente eversiva e anticostituzionale di esercitare la SUPPLENZA POLITICA SISTEMICA dell’apparato mafioso e degenerato della partitocrazia. Ora quei magistrati eversivi sfidano apertamente e con il no vincente imporranno di ‘aprire il banco’. Si trincerano dietro la ‘legge fascista” al di là delle trivialità strumentali dei ‘fondatori’ della Costituzione per continuare a proteggere la feccia degenerata e pseudo corporativa delle camarille e di quei magistrati incapaci, inetti, vanagloriosi, corrivi e ‘sindacalisti’ in carriera del peggiore marciume in grado di continuare ad affossare il disastrato sistema giudiziario. Tu lavori e ti guadagni da vivere con la tua professione, non hai gli stipendi dei dipendenti RAI (siamo alla quarta generazione dei parentadi ‘antifascisti’ ivi installati e ramificati). Così funziona in tutti gli apparati burocratici e il sottobosco sterminato, per almeno il 70% occupato da soggetti di marca post PCI e per il resto da soggetti ‘trasversali’, nessuno escluso. Qualche 5stelle delle stalle sta ricordando che la riforma è ed era il DNA della loro forza. Usa un minimo di maturità e slegati dalle cordate dei più diversi soggetti delle non comuni tipologie umane, da quelle delle masse dei centri sociali cerebrolesi e da quelli della sterminata nomenklatura che vive di vampirismo cronico a danno dei ‘proletari’, del ‘ceto medio’ pubblico….

Su FB 

Un errore può capitare”: la frase che uccide Enzo Tortora due volte.

​Mi è stata detta questa frase. Una frase pronunciata con la leggerezza di chi scrolla le spalle davanti a un caffè: “Un errore può capitare”.

​No. Io vi disprezzo.

​Vi disprezzo perché dietro quel “capitare” nascondete l’orrore di un uomo trascinato in catene davanti alle telecamere. Quello che ha subito Enzo Tortora è stato un assassinio giudiziario compiuto con metodo, arroganza e cinismo.

​Ignorare le prove che scagionano un innocente è un atto di cecità deliberata.

​Dare credito a dei criminali pur di costruire un teorema da prima pagina è pura fame di potere.

​Distruggere la salute di un uomo e ammettere solo anni dopo che “il fatto non sussiste” è un crimine di Stato che non ha mai avuto colpevoli.

​Dire che “può capitare” significa accettare che la vita di un cittadino sia carne da macello per la carriera di un magistrato o per lo share di un telegiornale. Significa giustificare un sistema che si sente intoccabile e non paga mai per i propri scempi.

​Enzo Tortora non è morto per un “errore”. È morto di ingiustizia.

E chi liquida la sua storia con l’indifferenza di un “succede” è complice della stessa mentalità che lo ha ucciso.

​La giustizia senza responsabilità non è un incidente di percorso: è tirannia.

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IL DECALOGO DEL SÌ

Dieci buone ragioni per dire SÌ alla separazione delle carriere e per una giustizia più giusta, terza e credibile

1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà

Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necesarrio equilibrio del potere del Pubblico Ministero

Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.

2. Ruoli diversi, stesse garanzie

Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone.

Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.

3. Per un processo davvero equo, ad armi pari

Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti.

Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende

4. Come in tutte le democrazie liberali

L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo.

In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.

5. Una giustizia che fa paura non è giusta

Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia.

Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.

6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice

L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli.

Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.

7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo

La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere.

Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.

8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia

Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini.

La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.

9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti

La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa.

Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.

10. Una battaglia di libertà, non di potere

È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.

È la storica battaglia trentennale dell’Unione delle Camere Penali Italiane: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà. Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.