Post: cultura italiana anticomunista volnolente targata CIA. Ante: bolscevismo e accettazione nazionalista del nazismo a Parigi. Antpostea scavalcati-sconvolti: incontenibili irradiazioni d’idee uomini e regime fascisti italiani. Un esempio strano e originale

12 Ottobre 2026 Fonti: AGI, Fazi Editore, Italia Storica Edizioni, Satisfiction, https://www.marcelloveneziani.com/articoli/bombacci-il-comunista-che-mori-da-fascista/ Autori: Andrea Cauti, Carlo Tortarolo, Marcello Veneziani

Un libro rivela come la Cia creò il consenso tramite gli intellettuali

Pubblicato in Italia dopo 30 anni ‘La guerra fredda culturale’ di Frances Stonor Saunders

Andrea Cauti

01 giugno 2026La guerra fredda culturale

cialibriguerra fredda

AGI – Pubblicato in Gran Bretagna nel 1999 con il titolo originale ‘Who Paid the Piper?’ (Chi pagava il pifferaio?), arriva in Italia con quasi trent’anni di ritardo un classico del giornalismo storico di Frances Stonor Saunders, tradotto in oltre venti lingue,

pubblicato da Fazi Editore: ‘La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo’ (Collana Le terre, pagg. 668; prezzo 22 euro) con traduzione di Silvio Calzavarini e prefazione di Giovanni Fasanella.

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Con questo libro la giornalista, scrittrice e documentarista inglese ha rivelato per la prima volta come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti – attraverso la sua potentissima Agenzia – abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale occidentale.

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ADVCopertina di ‘La guerra fredda culturale’ di Frances Stonor Saunders

Accoglienza in Italia

Quando uscì in Gran Bretagna nel 1999, poi negli Stati Uniti l’anno successivo, la stampa italiana lo accolse con una freddezza che Giovanni Fasanella, nella prefazione a questa prima edizione italiana, chiama senza giri di parole “meccanismo di rigetto”. Chi non poteva ignorarlo lo neutralizzò accusandolo di puritanesimo. Nessun editore lo tradusse. Per quasi tre decenni, in Italia, il libro circolò solo come citazione bibliografica. Ora ci pensa Fazi a colmare questa lacuna storica.

La tesi del libro

Immaginate che qualcuno vi riveli che gran parte della cultura europea del dopoguerra — le riviste letterarie, i festival musicali, le mostre d’arte, persino certi filosofi e premi Nobel — era finanziata in segreto dalla CIA. Non come voce di corridoio, non come dietrologia da bar, ma come fatto documentato, ricostruito nome per nome, fondazione per fondazione, assegno per assegno. Questo è esattamente quello che fa Frances Stonor Saunders nel suo monumentale ‘La guerra fredda culturale’. La tesi del libro è che la vita culturale nell’Europa post-bellica era finanziata in segreto dalla CIA attraverso una rete di fondazioni filantropiche e prestanome. Il nome in codice dell’operazione era “packet“.

Il congresso per la libertà della cultura

Il braccio visibile era il ‘Congresso per la libertà della cultura‘, fondato a Berlino nel 1950 per contrastare l’influenza sovietica. Il metodo non era la propaganda dei manifesti, ma quello che Arthur Koestler chiamava “mezze verità“: l’orientamento dei salotti, delle riviste, delle carriere.

Fonti e metodo

Frances Stonor Saunders non è una dietrologa, è una storica e giornalista britannica che ha lavorato su fonti primarie desecretate, documenti d’archivio CIA, testimonianze dirette e materiali dell’epoca. Le citazioni nel libro sono documentate e verificabili. Fasanella lo definisce “una poderosa e inconfutabile ricostruzione” e il punto di forza del libro è proprio che non si tratti di ipotesi, ma che la giornalista presenti una mappa con nomi, date, importi, istituzioni.

Il capitolo italiano

Interessante il capitolo che riguarda l’Italia. La riunione di Berlino del luglio 1950, in cui venne fondato il ‘Congresso‘, era presieduta da Benedetto Croce e preparata da Ignazio Silone. Altiero Spinelli, fondatore del Movimento federalista europeo, era tra i delegati italiani. La sezione italiana includeva Adriano Olivetti e Mario Pannunzio. E la rete si estendeva alle riviste che hanno formato la cultura laica italiana del dopoguerra: ‘Il Mondo‘, ‘Il Ponte‘, ‘Tempo Presente‘, ‘Il Mulino‘, finanziate direttamente o indirettamente attraverso il consorzio CIA.

I salotti romani

Il capitolo sui salotti romani è quello in cui la storia italiana emerge con più forza. Marguerite Chapin Caetani, mecenate americana legata agli ambienti del ‘Consorzio‘, dirigeva da palazzo Caetani la rivista ‘Botteghe oscure‘, che promosse il meglio della letteratura italiana del Novecento: Calvino, Moravia, Pasolini, Carlo Levi, Attilio Bertolucci. Suo genero era un ex ufficiale dei servizi segreti alleati specializzato nella guerra psicologica. Elena Croce, figlia di Benedetto, collaborava con lei e selezionava per l’USIS — evoluzione degli uffici americani di propaganda — gli intellettuali “con cui valeva la pena di parlare”.

Reti di potere e relazioni

Il marito di Elena, Raimondo Craveri, agente dei servizi partigiani, indicava all’ambasciata americana i politici affidabili. La loro casa era frequentata da Henry Kissinger e dal giovane Gianni Agnelli e dominata dalla figura di Raffaele Mattioli, fondatore di Mediobanca, di cui gli americani si fidavano al punto da discutere con lui i piani per la ricostruzione già nel 1944.

La questione morale

“Alcuni di loro certamente sapevano che il Congresso era una creatura della CIA – scrive Fasanella nella prefazione – altri lo intuivano, ma preferivano non approfondire. Altri ancora, probabilmente, ne erano ignari”. La domanda morale che attraversa ogni pagina del libro è precisa e inquietante: c’è un limite oltre il quale anche chi combatte una buona causa — e la causa anticomunista aveva le sue ragioni — passa dalla parte del torto? Saunders non risponde in modo manicheo. La sua è una ricostruzione rigorosa, che non cade mai nel moralismo facile, ma che lascia al lettore un senso di disagio crescente. Perché il punto non è che la CIA finanziò il mondo della cultura per combattere l’URSS. Il punto è che lo fece all’insaputa degli stessi intellettuali coinvolti, e che questi intellettuali divennero così, senza saperlo (o senza volerlo ammettere), strumenti di una propaganda sofisticata.

Una storia che continua

La storia che racconta la Saunders inizia nel dopoguerra, ma non è chiusa con la caduta del Muro. È la storia di come si costruisce il consenso, di come la cultura possa essere usata come arma e come persino le idee più nobili — la libertà, la democrazia, il pensiero critico — possano essere messe al servizio di qualcuno (o qualcosa) di altro.

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Lucien Rebatet anteprima. Il Bolscevismo contro la Civiltà

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By Carlo Tortarolo  

È in libreria per la prima volta in Italia Il Bolscevismo contro la Civiltà di Lucien Rebatet, (ITALIA Storica Edizioni 2026, pp. 94, € 14,00, con introduzione di Claudio Siniscalchi e con traduzione e note al testo di Jacopo Davoli).

In questo testo del 1941 Lucien Rebatet, giornalista e scrittore tra i più controversi di Francia, considera il bolscevismo un pericolo per la Francia e l’Europa.

Scritto sull’onda dell’operazione Barbarossa (giugno 1941), l’opera interpreta l’attacco della Germania nazista all’Unione Sovietica come una crociata per la salvezza della civiltà occidentale contro il pericolo bolscevico.

Rebatet è entusiasta: “L’odioso complotto di Mosca è stato smascherato; sotto i colpi irresistibili dei soldati del Reich e dei loro alleati, il potere dei Soviet è crollato in pochi giorni. Come avevano sempre previsto i nazionalisti francesi, oggi sostenitori di una collaborazione leale con la Germania, l’Armata Rossa, con i quadri decimati, piena di mercenari asiatici, anarchica come tutto ciò che il marxismo ha prodotto, non ha potuto, nonostante l’enorme materiale, la superiorità numerica e l’accanimento fanatico dei suoi pretoriani, resistere a un assalto deciso; assistiamo alle fasi finali di questa disfatta”.

Il testo riflette il credo nazionalista, antisemita e filotedesco di Rebatet, che vedeva in Adolf Hitler il difensore del cuore dell’Europa contro il “giudeo-bolscevismo”.

La critica al Bolscevismo è accorata:

“Perché potesse trionfare in questo modo, sono dunque state necessarie le terribili sciagure di una guerra interminabile, la decomposizione di un immenso impero, l’abdicazione di tutte le strutture sociali e militari, il terrore diffuso da una turba di agitatori e di uomini di mano. Il bolscevismo si afferma grazie al cinismo dei suoi capi, che si sono sempre dichiarati pronti ai peggiori tradimenti e alle violenze più sanguinose.”

Rebatet è autore di Les Décombres, che secondo Claudio Siniscalchi è “l’opera di riferimento per comprendere le ragioni e le motivazioni dell’adesione al fascismo degli intellettuali francesi”.

Lo stesso Siniscalchi racconta un aneddoto su Rebatet: “Ad un giornalista radiofonico che nel 1969 gli ricordava di aver sostenuto che l’unica speranza è il fascismo, forniva questa risposta: tutto sommato, trascorso il tempo, tranne lievi correzioni insignificanti, non trovava ragioni sufficienti per mutare opinione”.

Più che un’analisi storica lucida, Il Bolscevismo contro la Civiltà è un documento storico della letteratura collaborazionista francese della Seconda guerra mondiale, utile a comprendere la mentalità degli intellettuali fascisti del tempo.

Carlo Tortarolo

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Il bolscevismo contro la Francia 

Il bolscevismo non doveva tralasciare nemmeno la Francia nel suo piano d’azione. Quando oggi si fa il bilancio di tutto ciò che ci è costato, ci si accorge che forse nessun altro paese gli ha pagato un tributo così pesante. Per disgregare la nostra patria, fin dal 1920 il Komintern scatena da noi scioperi rivoluzionari, assolutamente indegni di una nazione vittoriosa e che ha tante ferite da sanare. Già dalle elezioni del 1924, un vasto partito comunista si presenta con arroganza sotto il nome di «Bloc Ouvrier- Paysan». Non cessa di accrescere i suoi effettivi cercando senza vergogna l’alleanza del socialismo utopico alla Jean Jaurès e dei vecchi partiti della massoneria borghese, come il radicalismo. Uno dei capi di questo radicalismo, Édouard Herriot, esclamava nel 1920 in una conferenza tenuta alle Annales:«Il bolscevismo è la dittatura del furto, dell’omicidio, dell’ignoranza». Alcuni anni più tardi, egli sarà uno dei più zelanti propagandisti del «Paradiso dei Soviet » e farà riconoscere il loro governo dalla Francia. Gli attentati contro i patrioti, tra gli altri in rue Damrémont, si moltiplicano. Una rete di cellule copre il territorio. A partire dal 1934, l’atteggiamento dei capi si fa sempre più aggressivo, le loro provocazioni sempre più numerose. Essi promettono ogni mattina la guerra civile contro i «fascisti».

Il bolscevismo contro la civiltà

di Lucien Rebatet(Autore)

Jacopo Davoli(Curatore)

ITALIA Storica Edizioni, 2026

Prezzo: € 14,00

Copyright © 2026

ITALIA Storica Edizioni

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Bombacci, il comunista che morì da fascista

di Marcello Veneziani 29 Aprile 2025

A ottant’anni dalla Liberazione e da Piazzale Loreto, vorrei raccontare la strana storia del primo comunista italiano che finì appeso per i piedi accanto a Mussolini il 29 aprile del 1945. Si chiamava Nicola Bombacci, fu eletto nel 1919 alla guida del partito socialista, capeggiò i massimalisti che fecero la scissione comunista di Livorno, fu l’unico italiano amico personale di Lenin, ma morì da fascista, fucilato a Dongo. Bombacci somigliava non solo fisicamente a Che Guevara e ricordava pure Garibaldi. Era un rivoluzionario e un confusionario.

Un personaggio controverso, rimasto nella penombra perché imbarazzante per tutti, fascisti, antifascisti e comunisti. Bombacci fu una figura leggendaria che meriterebbe un film o una fiction perché racchiude nella sua esperienza le due principali rivoluzioni del novecento.

Nel 1921 Bombacci fondò insieme a Gramsci, Togliatti, Tasca e altri fuorusciti dal Psi il Partito Comunista d’Italia. Fu lui a volere la falce e martello nella bandiera rossa, sull’esempio sovietico.

“Deve la sua fortuna di sovversivo a un paio d’occhi di ceramica olandese e a una barba bionda come quella di Cristo” così Mussolini dipinse il suo antico compagno, poi nemico storico e infine camerata e consorte nella tragedia di Dongo. Romagnolo come lui, quattro anni più di Mussolini, maestro elementare pure lui, cacciato anch’egli dalla scuola perché sovversivo; compagno di lotte, di prigione e di giornali del futuro duce, e come lui nemico dei riformisti, Bombacci si separò da Mussolini dopo la svolta interventista e fascista. Per tornare al suo fianco a Salò ed essere ucciso ed esposto con lui a piazzale Loreto, dopo aver gridato “Viva il socialismo” e, forse, viva Mussolini (o “w l’Italia,” secondo altri).

A differenza di Mussolini, Bombacci veniva dal seminario (come Stalin) e da una famiglia cattolica e papalina di Civitella di Romagna; egli attraversò nella sua vita tutte le fedi nazionali: il cristianesimo, il socialismo, il comunismo e il fascismo. Pagando sempre di persona. L’anno in cui fondò il Pcd’I, Bombacci diventò il principale bersaglio dei fascisti che gli urlavano “Con la barba di Bombacci/ faremo spazzolini. Per lucidare le scarpe di Mussolini” (la stessa canzone fu riadattata al Negus quando l’Italia fascista conquistò l’Etiopia). I fascisti lo trascinarono alla gogna, tagliandogli la barba fluente. Barba e zazzera biondastre e incolte, volto magro, zigomi sporgenti, malinconici occhi turchini e una voce lenta e appassionata, impetuoso oratore e trascinatore di piazza. Così lo ricordava Pietro Nenni: “una selva di capelli spettinati, uno scoppio di parole spesso senza capo né coda. Nessun tentativo di convincere, ma lo sforzo di piacere. Un’innegabile potenza di seduzione. E in tutto questo, un soffio di passione…” Sposato in chiesa, tre figli e varie storie d’amore alle spalle, Bombacci si schierò con Gramsci dalla parte di D’Annunzio a Fiume quando proclamò la Carta del Carnaro. Quando nacque il Pcd’I, Mussolini dirà in un discorso alla Camera: “li conosco i comunisti, sono figli miei”. Bombacci fu l’unico dei comunisti italiani a essere ricevuto in separata sede da Lenin nel 1920, da cui ricevette denaro, oro e platino per la propaganda. A Mosca, Bombacci tornò coi vertici del Partito nel quinto anniversario della rivoluzione bolscevica, il 9 novembre del 1922 che nel calendario russo coincise, col 28 ottobre del 1922 quando i fascisti marciarono su Roma. Fu così che mentre i leader comunisti italiani erano a Mosca a celebrare la rivoluzione bolscevica, Mussolini conquistava senza resistenze rosse il potere a Roma. Da allora Bombacci, collaboratore della Pravda, diventò sostenitore dell’intesa tra l’Italia fascista e l’Urss comunista, anche in parlamento. Bombacci poi sostenne la necessità per i comunisti di infiltrarsi nei sindacati fascisti (strategia che Togliatti poi teorizzò come entrismo a metà degli anni trenta). Fu lui il primo comunista a entrare nella Camera dopo l’avvento di Mussolini al potere. Non fu arrestato né aggredito, come si temeva. Continuò a far la spola con Mosca, soprattutto dopo che l’Italia di Mussolini era stata il primo paese occidentale a riconoscere l’Urss e ad avviare rapporti economici, si disse, suo tramite. Bombacci tornò a Mosca il 1924 ai funerali di Lenin, guidando la delegazione italiana. Incontrò più volte anche Stalin. Bombacci fu espulso dal partito per deviazionismo e indegnità politico-morale il 1928, dopo aver dato vita al primo traffico commerciale tra l’Italia e l’Urss attraverso un’agenzia di export-import con l’est comunista; Bombacci fu il precursore delle coop rosse. Anche allora si parlò di tangenti, i comunisti lasciarono cadere i sospetti su di lui, ma Bombacci continuò per tutta la sua vita a navigare tra i debiti, e fu aiutato proprio dal suo antico compagno e rivale Mussolini. Che prima aiutò i suoi famigliari e poi gli trovò un’occupazione all’Istituto di cinematografia educativa, in una palazzina di Villa Torlonia, vicino alla residenza del Duce e della sua famiglia. Mussolini gli finanziò pure l’unico giornale fasciocomunista degli anni trenta, La Verità, che già nella testata ricordava la Pravda. Un giornale odiato da Starace e dai fascisti, che continuò a uscire fino al 1943. Dalle sue pagine fu anche teorizzata l’Autarchia. Bombacci perseguì nella rivista il progetto di unificare le rivoluzioni di Roma, Mosca e Berlino fino al ’41, quando la rottura del patto Molotov-Ribbentrop e l’alleanza del comunismo con le plutocrazie occidentali lo portò a condannare l’abbraccio col capitalismo e a schierarsi col fascismo.

Ai tempi di Salò Bombacci aveva i capelli corti e la barba non più selvaggia, una palpebra gli si era abbassata davanti all’occhio, vestiva con abiti gessati e borghesi. Ma coltivò fino alla fine il suo velleitario socialismo: memorabile fu il suo ultimo discorso agli operai a Genova il 15 marzo del 1945. Con Carlo Silvestri Bombacci sostenne l’estremo tentativo avallato da Mussolini di consegnare le sorti della Rsi al partito socialista di unità proletaria ma il messaggio consegnato a Pertini e a Lombardi fu cestinato dai capi partigiani. Si deve a Bombacci l’uso del termine socializzazione e fu lui a scrivere la prima bozza che dette vita alla Carta di Verona e a sognare, col fascismo di sinistra, la nascita dell’Urse, l’unione delle repubbliche socialiste europee. Poi la fucilazione col cartello “supertraditore”, presagio della damnatio memoriae seguente. Cadde con gli occhi azzurri rivolti verso il cielo, come si addice a un sognatore a occhi aperti.

Panorama, n. 19