Rivoluzione grillina e governabilità. Ambasciatori e osservatori siano ottimisti, se non buoni realisti: forse rinascerà l’Italia

1° Marzo 2013

Domenico Cambareri

 

Riconsiderare il ruolo del movimento cinque stelle alla luce di nuove prospettive.

Grillo e i suoi giovani: la loro propositività si esprimerà al meglio dall’opposizione

Una rivoluzione epocale che forse farà vedere come si governi al meglio dall’opposizione. – Il nuvo esecutivo sarà obbligato a smontare pezzo per pezzo il regime feudale della partitocrazia . – Cosa faranno e diranno i D’Alema e i Maroni? – Abolire subito le “fondazioni” degli esponenti politici, veri baroni dello sfruttamento popolare. – Nessun rischio di instabilità se il PD e il PdL non la cercano. – Partner, amici e alleati si rassicurino: incredibili prospettive di risanamento politico e sociale. – L’Unione Europea potrà trarre un respiro di sollievo e non vivere in angosce indotte. – Una vittoria rivoluzionaria per il bene degli onesti: il tempo tuttavia ha cominciato a correre e chi nel palazzo si è sempre annidato già affila le trame ancor più dei coltelli.

I risultati elettorali hanno lasciato frastornati, se non allibiti, quasi tutti gli italiani. Anche chi ha votato per il movimento cinque stelle. Non di meno, gli europei e le genti di altri Paesi.
Tuttavia, ancora non si riesce a configurare concettualmente e sul piano della storia politica nazionale la vicenda. Essa rimane solo in apparenza contestualizzata, ma per nulla metabolizzata e compresa , entro i ritriti canovacci della corrente politica nostrana in cui ci viene presentata da gran parte degli analisti e degli osservatori politici.
In realtà, noi siamo stati e ancora siamo davanti al più importante fenomeno rivoluzionario della nostra età contemporanea dopo la rivoluzione fascista con la marcia su Roma.
In precedenza, da dopo l’avvento al potere del movimento fascista, avvenimenti densi di significato ma assolutamente minori nella loro portata sono stati: – la svolta a destra avvenuta in maniera clamorosa in Sicilia all’inizio degli anni ’70, che rappresentò un concreto momento di possibile cambiamento del quadro politico nazionale, ma che fu stroncata con le misure tipicamente partitocratiche e degli apparati dello Stato al loro servizio e dalla successiva e veloce deriva del Paese davanti alle violenze politiche di piazza, al terrorismo e alla “strategia della tensione”, con tutto quello che consegue di mene internazionali sui cui poco si parla e poco si sa; – con l’azione giudiziaria di ciò che si compendia in “mani pulite”e con il correlativo  boom elettorale geograficamente circoscritto della Lega Nord. Un movimento che, per la miopia delle scelte federaliste e il linguaggio non tanto barricadero quanto vomitevole del suo capobranco, finì per autoescludersi da uno sviluppo e da un radicamento diffuso a livello nazionale, visti il diffusissimo malessere popolare e la sua avversione contro l’arroganza e l’onnipotenza dei partiti. Movimento che finì per confinarsi definitivamente entro proteste campanilistiche che trovavano sistematico contraltare nel più completo inserimento organico dell’apparato leghista nel sistema partitocratico. Apparato di cui la Lega, con il PD di D’Alema, diventava il maggiore sponsor in riferimento alla macroscopica crescita delle spese del sistema politico e dell’annessa struttura “dirigenziale” e di “alta burocrazia”, che letteralmente veniva asservita ai partiti e infinitamente moltiplicata nei numeri e nei costi.
La nascita di Forza Italia non ha una rilevanza storica di tal fatta perché ad essa e mancata sin dal primo momento la caratura della novità rivoluzionaria o quanto meno “antisistema”. Essa nasceva come somma di uomini e di gruppi di diversa, eterogenea provenienza politica con il fine di diventare una forza partitica ed elettorale nuova atta a “riformare”profondamente dall’interno il sistema partitocratico, senza metterne in discussione la liceità storico-costituzionale e democratica. Indubbiamente, tutto ciò era dovuto al carisma indiscusso di chi l’aveva creato e vi si era messo a capo, Silvio Berlusconi.
Come tutti sappiamo, purtroppo, l‘evoluzione dell’ultimo decennio della sua storia e il suo passaggio a il Popolo della Libertà e al suo naufragio interno, hanno caratterizzato il perpetuarsi del sistema partitocratico e il suo incancrenirsi sino a livello di assoluta intollerabilità, per le corruzioni e gli iniqui e inarrestabili, infiniti costi del palazzo e del sottobosco politico. Cosa in cui si è trovato pienamente coinvolto il PD, che nella storia recente è stato il primo sponsor, difensore e custode e il più diretto responsabile, con personaggi minori di contorno non meno dannosi, come Casini, e ultimi arrivati e nuovi rinnegati come Fini.
E’ in questo panorama di completo sfascio sociale e morale che si sono consumate ulteriori gravi frattura nel corpo sociale ed “elettorale” per nulla avvertite e comprese dagli esponenti del palazzo costruito demagogicamente sopra la costituzione, per tradirla giorno per giorno con l’esaltarla scriteriatamente e pretestuosamente quanto falsamente: il risultato è sotto gli occhi di tutti. Esso per di più si è irrobustito consolidato e dilatato durante i mesi del governissimo “Monti”, ovvero durante quella esperienza necessaria urgente ed eccezionale che avrebbe dovuto porre argine alla crisi nazionale, che correttamente, torno a dire così come go scritto il altre occasioni, sarebbe bene chiamare “governo di decompressione istituzionale” e non governo dei tecnici. Esperienza di governo eccezionale che si è risolta in un’accentuazione della pressione fiscale insensata e forsennata sulle fasce piccolo-medio borghesi e sui ceti più deboli. Esperienza di governo eccezionale fallita non solo per le mene dei Fincasotto ma anche per le imposizioni estreme se non fanatiche e assolutamente irrazionali in tema di mercato di lavoro della Fornero; e per il “patto partitocratico anticostituzionale” che voleva continuare a sottrarre le sue mostruose “spese vive” dai tagli che il governo di decompressione tentava di imporre. In ultimo, è bene ricordarlo, perché la forma mentis del presidente del consiglio Monti veniva nettamente a suggellare il modus operandi e scelte di fondo in tema di bilancio e di finanze di tutto il governo: puramente borsistico-finanziaria e con opzioni operative unilaterali, illogiche e imprevedibili che hanno ulteriormente depresso gli investimenti, la ricerca e la produzione. E con essi la difesa del lavoro.
In tale obiettivo e indubitabile quadro d’insieme, la vittoria di un movimento di protesta e di proposte alternative non può che trovare ottime accoglienze, anche davanti a molteplici se e ma e distinguo.
E’ una vittoria che ha scardinato già tutta una serie di record e ne ha stabiliti degli altri in riferimento all’età media degli eletti di ieri e di oggi. E’ una vittoria che pone in testa come non mai a livello mondiale un rinnovamento basata su una percentuale di giovanissimi elevata.
E’ una vittoria non ideologica giacché, nonostante l’estrazione ideologica originaria di Grillo e di altri, questo movimento ha attinto a piene mani ai voti di elettori di provenienze completamente differenti che non rinunciano alle loro identità politico-culturali, uniti nei punti – base che non sono tanto quelli del no al traforo in Val di Susa e a specifici e delimitati aspetti, anche demagogici, secondo dei cliché retaggio delle sinistre più variegate, come il genericissimo e superficialissimo “pacifismo” a volte ancora più fomentatore di crisi e di guerre.
E’ una vittoria che innanzi tutto si vuole contrapporre alla grande speculazione finanziaria internazionale e nazionale, che chiede e vuole un concorso proporzionale al finanziamento delle spesa pubblica, che chiede e vuole la realizzazione di un sistema politico snello, trasparente, soprattutto non costoso e non ladrone e che vuole abbattere la sovrastruttura partitocratica che dal 1947 ha espropriato di ogni rilievo sostanziale e formale il cittadino elettore ponendo i partiti e i sindacati al di sopra della costituzione e delle leggi.
E’ una vittoria che vuole rilanciare gli investimenti produttivi privilegiando al contempo innovazione tecnologia e sua coniugazione con il rispetto dell’ambiente, che vuole rilanciare il ruolo della scuola e della cultura, che vuole rilanciare l’effettiva difesa del lavoro e la reale salvaguardia delle giovani generazioni. Questo basta e avanza.
Si dirà che però questo movimento non è in grado di potere manifestare, allo stato delle cose, alcuna capacità di reale esercizio di governo. Indubbiamente. E non c’è da preoccuparsi. Anzi, questa incapacità al momento si rivela essere un fattore di pregio unico perché conferma obbligatoriamente nel ruolo di insostituibile e indispensabile opposizione costruttiva la funzione del movimento di Grillo. Non è cosa da poco? E’ un evento davvero eccezionale, se non provvidenziale.
Esso obbligherà chi eserciterà il potere esecutivo a realizzare le profonde ed estese riforme che i cittadini italiani attendono da decenni. Esso obbligherà ad applicare la costituzione – al di là e al di fuori dal temi della sua riforma si cui ci hanno legati per trent’anni nei modi più inconcludenti, o del suo abbattimento rivoluzionario pacifico al fine di renderla democraticamente emendabile nei suoi primi intoccabili articoli – così che partiti e sindacati possano finalmente sottostare alle leggi.
Del delinearsi di questo nuovo panorama politico-istituzionale non dovrebbero e non devono gioire gli altri attori internazionali, in primis quelli dell’Unione Europea, e gli altri partner, come gli statunitensi? Angela Merkel, la commissione europea, perfino la “privata” BCE non dovrebbero gioire nel vedere che un movimento popolare nato sulla base della tecnologia delle comunicazioni più avanzata abbia dato scacco agli onnipotenti della politica,a gli opinionisti e allo sterminato codazzo delle clientele che soffocano l’Italia; un movimento che potrà imporre in maniera determinante a fare uscire dalla feudalità partitocratica l’Italia e portare l’efficienza, la trasparenza e i costi delle sue istituzioni a livello di quelle francesi,tedesche, inglesi? Credo proprio di si. Quindi, più che di ingovernabilità, possiamo e dobbiamo parlare di nuove prospettive di governabilità e di avvio alla rifondazione dell’etica politica e dello Stato.
Queste prospettive da me delineate sono eccessivamente ottimistiche? Spero di no. E c’è da augurarselo da parte di tutti, italiani ed europei; non certo da parte dalla fondazione dalemiana italiani europei e delle fondazioni che i declamanti tribuni cialtroni della partitocrazia hanno creato con i soldi dei cittadini italiani, per vivere da sciagurati principi in un Paese da loro cinicamente depredato. Se Grillo mi ha dato sempre fastidio con il suo starnazzare volgare sui prosceni delle città, questo starnazzare ha prodotto qualcosa di incredibilmente positivo nelle sue potenzialità, e c’è da prenderne definitivamente atto. Esso può produrre qualcosa o molto di buono con i neo eletti in parlamento, di fronte a cui le nefandezze dei capi partito tali sono e tali rimangono. E bisogna procedere, speditamente subito, perché la realtà originaria “docg” di questo movimento non potrà durare nel tempo: questi primi due anni sono fondamentali. E gli avversari degli interessi comuni puntano già da adesso su questo. Spero che Grillo e i suoi abbiano la dovuta previdenza e non si esaltino fuor di misura per frantumarsi prima di produrre larghi benefici.
Che governino, che siano costretti a governare insieme PdL e PD, senza Monti e senza il residuo contorno del fallito che ha vissuto a vita di questo ruolo, oneroso come oro zecchino, Casini. Che siano costretti dai grillini a smontare, con il loro governo, i loro apparati parentali e clientalari e le loro baronie. Dalla Rai alle banche alla pletora sconosciuta nei numeri e nei nomi di agenzie società enti e organismi di ogni più diversa natura in cui il denaro pubblico è stato impunemente dilapidato.
Vedremo con quali energie e con quale lena il buon Bersani, mancato camerata, agirà per portare sotto l’imperio della costituzione i partiti e per smontare pezzo per pezzo quanto i Berlinguer, i D’Alema i Bassanini hanno coriacemente e ferremanete corazzato e mimetizzato contro gli interessi dello Stato e del popolo italiano, giocando e vivendo sulla pelle del cipputi “stupido” proletario.
Vedremo come Silvio indefesso e intemperato illusionista saprà far quadrare i conti delle accolte delle clientele benestanti cresciute pasciute e foraggiate dai suoi ex compagni socialisti e comunisti e dai fratellini democristiani per nulla cristiani, geograficamente ridislocati nella topografia parlamentare, non meno compulsivi onnivori divoratori del bene pubblico, alla faccia della democrazia. Per non parlare di quelli, non meno sfrenati, “referenti” dei leghisti.
Per carità di Patria, lasciamo stare i grillini e vediamo come sapranno governare ancor meglio dall’opposizione. Un’opposizione di giovani inesperti che potrebbe, tuttavia, fare rinascere l’Italia. Come ogni cosa, però, il tempo già corre e ogni elemento ostativo radicato nel palazzo muove e congiura contro. Sarà davvero una corsa contro il tempo, e contro l’atrofizzante scontatezza di Tomasi di Lampedusa, che ebbe solo nello stemma il gattopardo ma non nel sangue privo d’impeto, anche di fronte all’ineluttabilità delle costanti negative del corso della storia politica e sociale.
Diamo spallate d’incitamento e d’augurio, e non per farli fuori, a questi giovani che hanno tutti i diritti per innovare e per cercare di realizzare una società meno ingiusta. Ne hanno di bisogno, ne abbiamo tutti di bisogno. Bisogno impellente ancora di più nell’animo.