25 Agosto 2025 Fonte: FaceBook Autrice ripresa: Barbara Poggio Repliche di Domenico Cambareri
I manichei, al confronto, rimangono non solo persone pie quanto soprattutto savie, non invasate, non balorde, non mitomani, men che mai vicine ai parabolanti del bolso cliché leninista (con il sottile filo che lo collega a quello sionista) e in apparenza buon borghese benpensante. -D. C.

Barbara Poggio
Che Giorgia Meloni sostenga, in una recente intervista al New York Times, che le femministe abbiano combattuto «le battaglie sbagliate» non stupisce particolarmente. La sua ormai pluridecennale carriera politica, iniziata nel Fronte della Gioventù e proseguita in Alleanza Nazionale, nel Popolo della Libertà e infine in Fratelli d’Italia, si è sviluppata entro una cultura politica segnata da una visione tradizionale e gerarchica dei rapporti di genere. La sua ascesa si è configurata soprattutto come un percorso individuale di affermazione entro strutture e reti di potere prevalentemente maschili, più che come una battaglia condotta insieme ad altre donne per modificare le regole del gioco. E la sua campagna elettorale ha fatto ampio ricorso alla retorica rassicurante della donna e della madre, che ritorna anche in questa intervista.
Colpisce semmai la riduzione caricaturale delle battaglie femministe alle quote e all’uso dell’articolo femminile davanti alla parola «presidente», come se il femminismo non avesse riguardato l’accesso all’istruzione e al lavoro, l’autonomia economica, il diritto di famiglia, la libertà riproduttiva, il contrasto alla violenza e la possibilità stessa per una donna di prendere parola e agire nello spazio pubblico. Anche la battaglia sul linguaggio, del resto, non è mai stata solo una questione di forma: nominare correttamente chi occupa un ruolo è parte di come quel ruolo diventa pensabile, e quindi raggiungibile, per le altre donne. Ma quali sarebbero state, invece, le battaglie giuste?
Un indizio arriva, indirettamente, da un altro passaggio della stessa intervista, in cui Meloni definisce il fascismo una fase storica «particolarmente complessa», aggiungendo che, se avessimo vissuto «nel mezzo di quegli eventi», probabilmente l’avremmo percepita diversamente. Ma chi è incluso in quel «noi»? Certamente non le molte persone che il regime fascista privò delle libertà politiche e civili, perseguitò, incarcerò, costrinse all’esilio, torturò e, in molti casi, uccise. E tantomeno le donne le cui aspirazioni di emancipazione furono soffocate dal regime fascista, che le ricondusse al mero ruolo di mogli e madri al servizio della nazione.
La storiografia ha ampiamente documentato il carattere antifemminile delle politiche fasciste: il regime pose ostacoli alla presenza delle donne in diversi percorsi di studio e professionali, ne limitò l’accesso all’insegnamento e agli impieghi pubblici, ne scoraggiò il lavoro e sviluppò una retorica pronatalista che subordinava la funzione materna e riproduttiva agli interessi della «stirpe». Con il Codice Rocco l’aborto fu collocato tra i delitti «contro l’integrità e la sanità della stirpe». La violenza sessuale, al contempo, venne considerata un reato contro la moralità pubblica, non contro la donna che la subiva.
Guardando oggi a quella storia, non dovrebbe essere così difficile riconoscere ciò che il fascismo ha rappresentato per la libertà, l’autonomia e la cittadinanza delle donne. E neppure riconoscere che molte delle possibilità di cui le donne dispongono oggi – compresa quella di diventare presidente del Consiglio – devono molto proprio a quelle battaglie femministe che Giorgia Meloni considera sbagliate.
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(Massimo Dudovich)
Nell’ultimo quinquennio, durante l’estate romana vi è stata una mostra dedicata a una famosa fotografa che operò anche nell’ambito cinematografico: chi era?
Intervistata dalla RAI, questa donna ebbe a esaltare – pur essendo diventata nel corso degli anni successivi alle tragiche vicende nazionali attiva nell’estrema sinistra – l’enorme emancipazione di cui godettero le ragazzine le adolescenti e le giovani durante il ventennio, quantomeno nelle grandi città e nei maggiori centri minori. Sotto tutti gli aspetti, sia pure nell’inquadramento culturale e politico dell’epoca. Aggiungo: formazione complessiva che le liberò dal tradizionale e asfissiante monopolio delle organizzazioni clericali in maniera non insignificante, nonostante la ratifica del Concordato, dal senso di completa subordinazione al ‘maschio’, e che fece maturare in loro soprattutto le condizioni essenziali di emancipazione psicologica. – D. C.








