I mille problemi non sono solo per Obama. Su cosa si affaticano i repubblicani?

12 Agosto 2011

Fonte: Istituto Affari Internazionali: Relazioni Internazionali

Emiliano Alessandri

 

 

Politica estera Usa
Repubblicani alla ricerca del realismo perduto
Consapevoli che sarà l’economia a decidere le presidenziali del 2012, i candidati del partito repubblicano non sembrano particolarmente interessati alla politica estera. La maggior parte della quindicina attualmente in lizza non ha ancora, nel proprio team di consiglieri, esperti in materia.

Fatta eccezione per Jon Huntsman, ambasciatore a Singapore sotto Bush senior. e poi a Pechino (2009-2011) con Obama, e Mitt Romney, che si porta dietro la squadra del 2008, quando partecipò alle primarie, i candidati repubblicani hanno per ora visioni di politica estera appena abbozzate. Per quel poco che se ne sono occupati, hanno puntato soprattutto a sfruttare le difficoltà che ha incontrato l’amministrazione Obama nell’affrontare le varie sfide internazionali, dai rapporti col Pakistan alla risposta alla primavera araba.

C’è però una critica di fondo, di natura culturale e ideologica, che i conservatori rivolgono ad Obama: quella di aver ‘svenduto’ la potenza americana, rassegnandosi al declino del paese come fosse un destino ineluttabile.

Il fatto è che, secondo i repubblicani, a Obama difettano lo spirito patriottico e il senso dell’interesse nazionale. Le frange estreme del movimento conservatore, poi, che non si sono mai riconciliati con la complessa biografia del presidente, continuano a pensare che egli non sia un ‘vero americano’.

Ma su questo terreno i conservatori si sono trovati ben presto spiazzati. All’inizio della sua presidenza Obama aveva proposto grandi ‘visioni’ – la ‘pace’, un ‘mondo senza armi nucleari’, il multilateralismo – ma poi ha sempre più seguito una linea improntata a un pragmatico realismo. Ha così offerto pochi appigli a coloro che intendevano trasferire alla politica estera la battaglia fortemente ideologica che è stata condotta in politica interna, su questioni quali l’assistenza sanitaria e il ruolo dello stato nel risanamento economico.

Come in passato, la politica estera dei democratici non può essere facilmente incasellata in una categoria analoga a quella del ‘big government’ in politica interna, essendo in realtà il prodotto di diversi impulsi e orientamenti, mediati tra l’altro dal contesto internazionale del momento.

Terreno scivoloso
A ciò si aggiungono i contrasti interni allo stesso partito repubblicano, sempre più diviso tra una componente americano-centrica ma internazionalista, e una non meno americano-centrica ma neo-isolazionista. Non sono differenze nuove, avendo origine nelle diverse ideologie che compongono tradizionalmente la galassia del conservatorismo americano.

La crisi finanziaria e il venire meno del collante creato dal trauma collettivo dell’11 settembre le hanno però esasperate e rese più visibili. Per l’establishment conservatore ridurre la distanza tra queste due correnti, marcando al contempo una distanza dall’ingombrante eredità di Bush, non sarà facile.

Nel complesso, dunque, benché l’amministrazione Obama abbia ancora molti fronti problematici aperti – si pensi alle persistenti difficoltà in Afghanistan e all’assenza di risultati su dossier centrali quale il nucleare iraniano – la politica estera rimane un terreno scivoloso per i repubblicani. Non è detto peraltro che divenga un tema centrale della contesa politico-elettorale dei prossimi mesi.

Tra qui e il 2012, salvo colpi di scena, la politica internazionale pare destinata ad essere discussa soprattutto tra esperti, in larga misura al di fuori del dibattito pubblico più ampio. Non è uno sviluppo necessariamente negativo. Nel caso dei repubblicani, potrebbe favorire l’emergere di una prospettiva condivisa e moderata, che metta al centro l’analisi del sistema internazionale invece che la polemica politica.

Vi sono, in ogni caso, alcuni elementi che, in questa fase, distinguono i repubblicani dai democratici in politica estera: quella che i sostenitori di Obama vedono come un’inevitabile ristrutturazione dell’influenza Usa nel mondo è tacciata di ‘declinismo’ dai repubblicani. I quali sono anche uniformemente convinti che Obama si sia mostrato troppo critico nei confronti di Israele e non abbia compreso completamente la sfida non solo economica, ma soprattutto geopolitica che la Cina pone al primato internazionale degli Usa. I repubblicani sono anche uniti da un forte scetticismo sulla politica di ‘engagement’ intrapresa da Obama nei confronti dei paesi che perseguono interessi contrastanti con quelli degli Usa in varie regioni del mondo.

Ricetta confusa
Al contempo risulta difficile comprendere di quali ingredienti si componga l’approccio alternativo a quello di Obama invocato a gran voce dai repubblicani. Romney, l’ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, e la candidata del Tea Party Michele Bachmann, sostengono che al ‘declinismo’ di Obama, fatto di ‘dialoghi strategici’ ed ‘engagement’, vada contrapposta una politica estera ‘muscolare’ e ‘assertiva’, meno incline ai compromessi e in ogni caso sgombra da ‘sensi di colpa’.

Il libro di Romney, No Apology, veicola chiaramente questo messaggio. Pawlenty, dal canto suo, in un recente discorso al Council on Foreign Relations sulla primavera araba, è sembrato addirittura rispolverare la freedom agenda di Bush in Medio Oriente.

Va puntualizzato, tuttavia, che anche l’‘americanismo’ di Romney fa ora un chiaro riferimento alla necessità di alleanze forti e che nessun candidato principale, neanche Pawlenty, che si è circondato di consiglieri con simpatie neoconservatrici, dà credito all’‘illusione unipolare’ degli anni di Bush.

Pur convinta che la politica di Obama sia stata ‘arrendevole’, Michele Bachmann, per diverse settimane seconda dopo Romney nei sondaggi, si è detta però a favore del ritiro dall’Afghanistan, opponendosi anche alla prosecuzione delle ostilità in Libia. Molti dei candidati del movimento Tea Party riconoscono infatti che, per far fronte alle difficoltà interne, bisogna ridurre gli impegni internazionali.

Un nuovo realismo?
Se lo sfidante di Obama nel 2008, il senatore John McCain, continua tetragono a predicare un vangelo interventista, trovando in verità ancora ascolto in una parte dei repubblicani, sembra che Huntsman stia lavorando ad una posizione mediana in grado di ricomporre, almeno in parte, le divergenze tra le varie anime del partito.

È una sintesi realista, più che ideologica. Huntsman, che è consigliato tra gli altri da Brent Scowcroft, l’ex-consigliere per la sicurezza di Gerard Ford e Bush senior, vede il mondo attraverso il prisma dell’interesse nazionale, e pone perciò l’accento soprattutto sulle sfide poste dalla Cina e da altri soggetti emergenti. Ma proprio per questo si ѐ mostrato assai cauto sulla continuazione delle missioni in Afghanistan e in Libia, la cui importanza strategica per gli interessi americani è sempre più messa in discussione.

Huntsman pare concordare con l’analista Michael Mandelbaum sostenitore di una politica che faccia degli Usa una frugal superpower capace di selezionare con molta più prudenza ed accortezza i suoi interventi all’estero.

Questa tendenza a de-ideologizzare la politica estera potrebbe di fatto avvicinare i repubblicani alle posizioni dell’amministrazione Obama. C’è d’altronde già un precedente illustre: il repubblicano Bob Gates, capo del Pentagono nei primi tre anni del mandato di Obama e fautore di un approccio pragmatico e realista.

Se elaborata dagli specialisti, al di fuori dei riflettori mediatici, la visione propugnata da Huntsman potrebbe gradualmente rafforzarsi all’interno del partito, mettendo ai margini sia il neoisolazionismo sia quel che rimane dell’illusione neoconservatrice. Ma si tratta di un tentativo ancora incerto ed embrionale, che potrebbe avere vita breve (Huntsman non è tra i candidati favoriti).

Dopo otto anni di bushismo è facile dimenticarsi che i repubblicani sono stati il partito di Nixon, che già parlava di multipolarismo nei primi anni ‘70 (a ‘pentagon of power’) e che, con l’apertura alla Cina, pose le basi per la vittoria sull’Urss ben prima delle ‘crociate’ di Reagan.

Chissà se da partito sempre più ‘della protesta’, cassa di risonanza delle insicurezze dell’America in un mondo sempre più plurale, il partito repubblicano tornerà ad essere quello dell’internazionalismo moderato, ma lucido e lungimirante dell’enlighted national interest.