La storia triturata: Bocca e la passione per le verità di moda

08 Gennaio 2011

Filippo Giannini

 

Giorgio Bocca, un personaggio del tutto marginale che ha richiamato l’attenzione per le lezioni sulle sue indiscutibili, faziose certezze

 

Premessa essenziale: coerentemente all’educazione avuta e da quella ricevuta nel mai sufficientemente infausto Ventennio (sempre benedetto)per capirci con i lettori senza tema di incorrere in equivoci,  abbiamo il massimo rispetto per i morti. Quindi il trapasso di Giorgio Bocca, verrà trattato da noi con parole di giustificazione … ma la storia è storia e un uomo si può giudicare per le azioni compiute da vivo.
Entriamo nel merito.
Il giorno di Natale del 2011 Giorgio Bocca ha cessato di vivere. Nel commemorarlo il Presidente Napolitano attestò di apprezzare la sua coerenza. D’accordo, come sostenevano i latini, mors omnia solvit, quindi dei morti si dovrebbe dire tutto il bene possibile (questo ovviamente vale per alcuni morti, per tanti altri si debbono inventare azioni malvagie mai compiute. A proposito, sapevate che fra gli infiniti difetti Benito Mussolini aveva anche il pene freddo?). Torniamo all’attestazione di Giorgio Napolitano circa la coerenza di Bocca, della quale poco più avanti studieremo la validità; d’altra parte, lo stesso Giorgio Napolitano aveva sofferto della stessa malattia giovanile di cui fu colpito il noto giornalista, pertanto il nostro Presidente concedendo all’ex partigiano questo titolo di merito, lo riconosce anche a se stesso.
Il quotidiano Libero ebbe a scrivere: <GIORGIO BOCCA – Ė un ex fascista. Non mi fido di Gianfranco Fini. Giorgio Bocca apprezza Fini, ma non si fida>. Da vecchio partigiano, non scende dalle metaforiche montagne della resistenza dura e pura contro l’ex (post) fascista. <Bocca non riuscendo a fidarsi di uno che, potendo scegliere tra democrazia e Repubblica di Salò (???), scegli Salò e i nazisti e diventa missino>. Accettiamo che mors omnia solvit, ma conoscendo i precedenti del personaggio che ha sparato questo giudizio e non permetterci di contestarne le parole con vari aggettivi, anche un po’ cattivelli, si deve essere dei veri santi; perchè, anche e soprattutto perchè, il giudicante, come il giudicato in fatto di coerenza, sono molto, ma molto simili.
E veniamo al personaggio Giorgio Bocca.
Allora chi era questo mangiafascisti? Risposta: era un fascista, un super fascista, un fascistissimo. Poi le cose cominciarono ad andar maluccio e il superfascista si trasformò in super antifascista. Qualcuno osserverà: sempre super è stato (questa è la coerenza?).
Nel settembre 1995, durante una diatriba con Massimo D’Alema, autore di una specifica accusa, bolla Giorgio Bocca come <roba da mascalzoni, la pubblicazione di un violento e perfido articolo antisemita scritto quando aveva soltanto 22 anni>. Cosa aveva scritto il Nostro di tanto atroce? Da Italia Fascista in piedi, pag. 188:<(…). Sara’ chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessita’ ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù>, articolo pubblicato, poi sul giornale della Federazione Fascista di Cuneo il 4/8/1942.
Il protagonista (di simili personaggi, purtroppo l’Italia ne può vantare milioni) passò in un lampo, con sorprendente disinvoltura, dallo sfrenato fascismo all’antifascismo ancora piùsfrenato, dall’odio per gli ebrei alla loro esaltazione. Si dirà che Giorgio Bocca aveva solo 22 anni, e come tanti altri, era un ragazzo, non capiva, era appena svezzato, quasi ancora con il ciuccio in bocca, così, dopo la sconfitta dell’Asse in Africa e a Stalingrado, dopo lo sbarco dei liberatori in Sicilia, il Nostro venne illuminato e toh! l’intelligenza si sveglia, via il ciuccio, la guerra quella che sino ad allora era ineluttabile si trasforma in crudele aggressione ed è, oltretutto, persa; e da lì a trasformarsi in antifascista e divenire partigiano è cosa altrettanto ineluttabile. Così il poco più che bambino che scagliava saette contro l’ebraismo passò alla resistenza e, sempre ineluttabilmente amava ancora scrivere decenni e decenni dopo, nella più strumentale “in”coerenza staliniana (L’Espresso del 23 marzo 1995): <Chi scrive e’ grato agli americani per la fine dell’occupazione nazista (…)>. Fu sempre lui, il Bocca in Camicia Nera, diligente intransigenze coerente e tracotante fanatico fascista, che in precedenza, il 5 gennaio 1943 denunciò alla polizia fascista l’industriale Paolo Berardi, il quale in treno nel tratto Cuneo Torino, conversando con altri passeggeri, ebbe l’infelice idea di sostenere che la guerra era ormai perduta. Per l’infelice industriale fu una mazzata: il destino volle che in quello scompartimento viaggiasse anche un fascista tutto d’un pezzo, un ragazzo ventitreenne, segretario del Guf (Giovani Universitari Fascisti) di Cuneo, il quale appioppò uno schiaffone al povero Berardi. Non solo, appena sceso a Torino lo denunciò alla polizia quale disfattista, ostentando il gesto e riportandolo sul suo giornale La Provincia Grande dell’8 gennaio 1943.
Ebbene, questo storico-giornalista caratterizzato per anni con scritti e sentenze il peggio delle stagioni dal dopoguerra ad oggi avendone la possibilità: possibilità che all’altra part è stata anti democraticamente preclusa a lungo perché non coerente con il “disfattismo” totale dei novelli “vincitori” consumatosi in tradimenti e in repentine folgorazioni per nuovi e ancor più vissuti fanatici ideali con la bandiera rossa a suon di agguati. Di conseguenza, è cosa facilissima constatare come Giorgio Bocca e genia consimile hanno sempre preteso che venisse loro riconosciuto il dono e il dogma di disporre della facoltà di inventare la storia e di darla in pasto al pubblico, qualunque castroneria e qualunque odio divulgassero con gli scritti e instillassero nella mente. Da insuperabili ultracomunisti in un Paese occidentale per fortuna non finito sotto le grinfie dei regimi del socialismo reale. Ecce homo homunculus, amici miei. Il nostro terribile e puro fascista leninstalinista divenuto in poche settimane intelligente e maturo, salì in montagna a combattere coloro che diverranno I Rottami di Salò (L’Espresso – 12 maggio 1995) nella formazione Giustizia e Libertà’, con conseguente e inevitabile medaglia d’Argento al valore resistenziale. Combattè a fianco degli Alleati, i quali hanno nutrito verso i loro associati un vizietto nascosto o uno dei pochi valori virili: non hanno mai voluto riconoscere loro alcun merito, non solo nelle vittorie contro il Fascismo, ma addirittura non hanno giustamente nascosto un non mai celato disprezzo, come si espresse, ad esempio un alleato dei resistenti, l’inglese Amery nel suo libro Of Resistence (1949), nel quale, fra l’altro si puo’ leggere: <Le finalita’ della Resistenza non furono né la vittoria né la liberazione, ma il riacquisto o la conquista del potere>. Opinione non dissimile da quella del colonnello Stevens, gia’ capo della missione inglese presso il Comando partigiano del Piemonte, al quale i partigiani davano l’impressione <di rappresentare il braccio armato dei politicanti ambiziosi e di avventurieri facinorosi>. A salvare parzialmente le suddette sentenze, possiamo citare l’ufficiale inglese J.R. Rejnold, il quale nel suo libro Amgot in Italy, raccontò: <Fra i partigiani ho incontrato talune persone realmente bene educate ed unità ben disciplinate, ma di gran lunga la maggioranza erano gangsters che perseguivano vantaggi personali>. Rejnold, con gran senso profetico continua: <Essi stanno costruendo intorno a se stessi una mitologia ricca e completamente falsa che verrà poi insegnata per sempre nelle scuole italiane (…). I partigiani sono pronti a far rivivere la vecchia e nobile tradizione del brigantaggio italiano>. Il Presidente Napolitano conoscerà queste sentenze dei (suoi) Liberatori? E qualora ciò non bastasse conoscerà il rispetto che gli anglo americani riconoscevano – invece – ai Rottami di Salo’ da loro riveriti come True soldiers (Veri Soldati)?
Il nostro sempre più indomabile soccorritore dei vincitori fu uno dei firmatari di quel documento (che definire ignobile è riduttivo) del 1971 e pubblicato su L’Espresso (sempre quello) nel quale il commissario Calabresi veniva definito commissario torturatore e <responsabile della fine di Pinelli>. Vale la pena di citare, fra le centinaia di firmatari, altri giornalisti, molti dei quali ex intellettuali fascisti come Norberto Bobbio, Eugenio Scalfari, Vittorio Gorresio. Non sono pochi a sostenere (e fra questi la famiglia del povero Calabresi) che quel documento, sottoscritto da cotanti cervelloni, fu il deterrente per l’assassinio del commissario Calabresi, avvenuto poi, puntualmente il 15 maggio 1972.
Alcuni anni fa fummo invitati ad assistere ad una trasmissione televisiva imperniata su una sfida dialettica fra Giorgio Bocca e Pietro Ciabattini; quest’ultimo, scrittore, storico ed ex combattente della Repubblica di Salò – nella realtà una Repubblica mai esistita, chiamata così con fare provocatorio e stupidamente ridicolizzante per indicare quella che realmente era la Repubblica Sociale Italiana. Aggiungo che, purtroppo, alcuni mesi fa Pietro Ciabattini ci ha lasciati. Per onorare la sua memoria – un toscanaccio tutto d’un pezzo – ci dovremo avvalere di alcune parti di un precedente lavoro (per la precisione pubblicato quando Giorgio Bocca era vivo) nel quale si ricordava un’intervista rilasciata a Giuseppe Turoni e a Delfina Rattizzi della rivista Uomini e Business, pubblicata anche su L’Indipendente del 7 marzo 1992. Nelle prime righe si legge: <Giorgio Bocca ci accoglie nel suo studio di Via Buratta (a Milano), silenzioso e tappezzato di libri, con una affermazione lapidaria, da ex partigiano che non ama i giri di parole: “siamo nella merda”>. Conoscendo i successivi sviluppi storici di questo paese, c’era da credergli.
Per tornare a Ciabattini, il quale stando al metro del Presidente Napolitano fu il massimo dell’incoerenza, infatti non rinnegò mai il suo passato di fascista e tale rimase sino alla fine (roba da matti, vero signor Presidente?), ebbene nella trasmissione televisiva erano di fronte l’indimenticabile Pietro Ciabattini e Giorgio Bocca: questi sferrò con la sua usuale arroganza un attacco al regime fascista e ai fascisti. Ciabattini, caricando la sua cadenza toscana, rispose. <’O stai zitto tu che eri più fascista di me! ‘O che mi prendi per bischero?>. Bocca assorbì l’inaudita offesa in silenzio e non replicò.
Giorgio Bocca nel 1982 scrisse: <L’ammirazione di Lenin per Mussolini, la convinzione leninista che Mussolini fosse l’unico leader rivoluzionario italiano di grande statura è facilmente riducibile con la scienza del poi: Mussolini è uno sconfitto e gli sconfitti hanno sempre torto (…). Ė il caso intanto, di occuparsi seriamente di Mussolini e del mussolinismo proprio mentre viviamo agli antipodi della spada dell’Islam (…)>.
Prima di avviarci a chiudere, desideriamo rendere nota una notizia di cui non abbiamo conferma, quindi èda prendere con le pinze. Sembra, e sottolineo sembra, che il partigiano in Camicia nera a guerra conclusa, autoproclamatosi giudice di uno di quei famelici tribunali del popolo, che hanno sulla coscienza l’assassinio di decine di migliaia di fascisti o supposti tali, fra questi tanti bambini, ripetiamo quale giudice non autorizzato alla carica, abbia ordinato l’uccisione di quattro ex militari della Rsi. Se ciò risultasse vero, si dovrebbe ipotizzare anche una colpa ben più grave: omicidio plurimo. Svolgeremo delle ricerche su questa tristissima vicenda, non per calcare la mano su un personaggio discutibilissimo non solo per noi, ma per dovere storico e per fare luce su nefandezze impunite.

 

 Una bocca di verità storiche tra l’ingiustificabile e il per nulla credibile

 28 Dicembre 2011 Fonte: Excalibur – Varese Gianfredo Ruggiero Nota di Domenico Cambareri      Giorgio Bocca? Un uomo che oggi viene ricordato da amici e avversari solo perché fu il fomite del livore e dell’odio  che in lui non ebbero mai limiti spaziali e temporali. Scovare uomini fanatici come tale individuo o come un P.E. Taviani è davvero raro….
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