L’Europa e la “politica occulta”. Società di rating, speculazioni e ricatti

22 Aprile 2012

Mino Mini

Nota di Domenico Cambareri

 

2012- Tecnica del colpo di Stato

IL GOLPE FINANZIARIO

 

Mino Mini – Come fottere 500 milioni di persone rubando loro un sogno. Il trattatello di Curzio Malaparte sulla tecnica del colpo di Stato che tanto scalpore suscitò nel 1931 all’atto della sua pubblicazione in Francia presso Grasset e che Mussolini impedì fosse pubblicato in Italia, appare oggi, alla luce degli avvenimenti attuali legati alla crisi che ci affligge, definitivamente relegato nell’archeologia letteraria. La tecnica ivi contemplata era concepita per i tempi delle rivoluzioni più o meno cruente mosse da settorialismo ideologico e perciò stesso destinate ad essere Oggi viviamo nel Nuovo Ordine Internazionale o Nuovo Ordine Mondiale conclamato –tra gli altri- da George Bush senior l’11 settembre 1990, da Papa Giovanni Paolo II il 1° gennaio 2003, da Kofi Annan segretario dell’ONU nel suo ultimo discorso all’assemblea delle Nazioni Unite ed i metodi per assumere il controllo della vita di milioni di persone sono decisamente cambiati. Un tempo per fare la rivoluzione occorreva possedere la convinzione – spesso fallace – di essere protesi verso un destino percepito, o semplicemente immaginato,nell’ambito di una determinata visione del mondo. Reale o illusoria che fosse. Ne scaturiva la necessità del controllo della vita delle persone per poter concretizzare tale destino e quanto più questo si rivelava evanescente, tanto più si rendeva impositivo il controllo sugli individui. Nel tempo del nichilismo imperante, quale l’attuale, in cui l’uomo si isola nel suo solipsismo cadendo nell’atomismo per divenire un semplice numero, il controllo segue altre vie ed altri metodi assai più efficaci. Qualcosa, però, sta cambiando. La crisi economica sta mostrando che nei metodi di controllo della popolazione, si sta abbandonando l’uso di massicce dosi di vaselina per andare giù duri a distruggere l’ultimo diaframma dietro il quale si cullava il sogno di un’Europa democratica di 500 milioni di persone. Segno che si sta raggiungendo l’ultimo stadio di un processo articolato per fasi che proviamo ad illustrare per grandi linee. 1a fase: Dal nulla far nascere un superstato: l’Europa Non è certo un sogno di oggi. Tutta la storia delle guerre interne al continente sin dai tempi più remoti, letta “trascendentalmente”, mostra come ogni conflitto che interessò il suolo europeo altro non fosse che un modo traumatico di pervenire ad una perduta unità per opera di un organismo territoriale prevaricante sugli altri. Senza farla tanto lunga si pensi ai casi più clamorosi della Francia di Napoleone e della Germania di Hitler. Tutto cambiò, però, allorché con il primno conflitto mondiale, svoltosi totalmente sul suolo europeo, entrarono nel gioco altre nazioni extra europee. In primis l’America dove, sin dalla seconda metà dell’ ‘800, si erano formate quelle grandi concentrazioni bancarie alle quali si era rivolta l’Inghilterra per farsi finanziare lo sforzo bellico. Lo racconta egregiamente l’economista e scrittore Geminello Alvi nel suo “Il Secolo Americano” del 1996. La prima fase del processo che ci interessa, infatti, affonda le proprie radici nel primo dopoguerra allorché quelle stesse concentrazioni bancarie, attraverso la gestione dei flussi monetari e la manovra degli strumenti finanziari nei mercati internazionali, cominciarono ad operare per il controllo totalitario delle popolazioni europee. Controllo che poteva esercitarsi, surrettiziamente, solo cancellando le radici culturali e spirituali dell’Europa uniformando gli individui ad una taglia unica – quella economica – all’insegna di una pseudo-democrazia livellatrice di ogni diversità qualitativa ridotta al suo mero valore numerico: una testa = un voto. Solo al prezzo di questa cancellazione si poteva far nascere un’Europa basata sul Nulla secondo la concezione tipica della modernità: creare un’entità – il superstato Europa – come somma delle sue parti componenti – gli euro-stati seguendo quanto Jean Monnet, uno dei fondatori di quest’idea d’Europa, affermò: “Le nazioni dell’Europa dovrebbero essere guidate verso il superstato senza che i popoli sappiano cosa sta accadendo”. 2a fase. Il legame fra gli eurostati Il collante che avrebbe dovuto legare insieme i diversi stati componenti fu trovato nella moneta unica in conformità con la concezione totalitaria dell’economia. Moneta che, in assenza di uno Stato europeo, avrebbe dovuto essere emessa da una banca convenzionale privata – la BCE – che avrebbe dovuto agire in totale autonomia e libertà sul modello della Bundesbank tedesca. Si venne, così, a creare una situazione anomala. Esisteva una “volontà” di creare un’Europa unita; era stato eletto, come espressione di tale volontà, un parlamento europeo a carattere meramente consultivo; era stata creata una Banca Centrale Europea che avrebbe stampato moneta e l’avrebbe prestata ai singoli euro-stati dietro corrispettiva emissione di obbligazioni o titoli di Stato (come BOT, CCT etc.), fa fungere come veri e propri “pagherò”, che alla scadenza avrebbero ripagato i detentori dando loro capitale più una percentuale di interessi. Più che un superstato si era creato un supermercato finanziario. In questa situazione sarebbe bastato assicurarsi il controllo della BCE per avere in mano il debito pubblico – i famosi titoli di Stato – dei singoli euro-stati e con lo stesso esercitare la vera sovranità in Europa. Uno sguardo alla composizione delle quote di capitale sottoscritto della BCE rende chiaro chi tende ad esercitare la sovranità in Europa. La Deutsche Bundesbank detiene il 18,94%, la Banque de France il 14,22%, la Banca d’Italia il 12,50%. Insieme a questi tre, all’eurozona aderiscono altri 14 paesi per un totale di 17 membri che rappresentano il 69,97% del capitale sottoscritto percui la maggioranza relativa della Deutsche Bundesbank, nell’ambito della cerchia decisionale di questi diciassette, sale al 27,07%, quella della Banque de France sale al 20,32% mentre quella della Banca d’Italia sale al 17,86%. Ne deriva che il blocco carolingio (Germania e Francia) sale al 47,39% e trascinando nella sua sfera decisionale la De Nederland Bank con il suo 3,99% nominale, ma 5,70% effettivo, domina incontrastato la BCE. Quale che sia il governatore o presidente di turno. Quali sono gli effetti di questo predominio tedesco sull’euro? Qualcuno ricorderà come la Deutsche Bundesbank a luglio dello scorso anno annunciò di aver venduto sette degli otto miliardi di Bot italiani che deteneva spingendo l’Italia ai margini dell’euro. Ne parlammo su queste pagine in un articolo dal titolo Autunno malinconico. Ebbene con quella vendita si espose l’Italia all’attacco della finanza internazionale con il recondito intento di mettere le mani sui cosiddetti asset – i nostri gioielli di famiglia – che saremmo stati costretti a vendere per far fronte agli interessi usurai che la mossa tedesca aveva fatto crescere sui Bot alienati. E non solo. Ma stiamo anticipando uscendo dalla successione delle fasi del processo che stavamo seguendo. E’ in questa seconda fase che si dispiega la manovra di quelle concentrazioni bancarie che vedemmo inserirsi, con la prima guerra mondiale e specialmente con il primo dopoguerra, nel controllo dell’Europa. Già allora una delle più famose banche d’affari – la Goldman Sachs – fondata nel 1869 da due ebrei tedeschi emigrati in America, mise a punto la tattica operativa per “fare i froci con il culo degli altri” (copyright: Stefano Ricucci) . Esposta pericolosamente nella crisi di Wall Street del ’29, la compagnia decise che i rischi della speculazione avrebbero dovuto essere trasferiti sugli investitori e non sulla banca. “Negli anni ’30 –racconta Simone Santini- comincia la gestione dei primi fondi d’investimento (sono i risparmiatori a sottoscrivere le quote dei fondi, sono loro che rischiano i soldi, la Goldman li gestisce), e nascono i primi bond municipali (ovvero obbligazioni garantite da enti pubblici).” E’ da questa prima esperienza che nasce il mercato finanziario odierno la cui invenzione, a buon diritto, può essere attribuita alla Goldman Sachs. 3a fase. Creazione della sovranità del superstato Fatta la colla con l’istituzione della moneta unica, si tentò di dar vita ad una Costituzione Europea basata, come era nelle premesse, sui soli valori economici. Il referendum popolare in Olanda e Francia la bocciò sul nascere. Fu elaborato, allora, il Trattato di Lisbona che riproponeva, di fatto, la Costituzione Europea, ma permetteva ai rappresentanti politici di Olanda e Francia di ratificarlo evitando di sottoporlo di nuovo al referendum popolare. Con tale Trattato si affermava definitivamente la prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale, si stabiliva che tutto il potere decisionale in Europa sarebbe stato gestito da tre istituzioni: 27 Commissari non necessariamente eletti dal popolo (uno per ogni nazione e destinati a ridursi di numero in ragione dei 2/3 degli stati membri); un Consiglio ( anche questo non necessariamente eletto dal popolo); la BCE. Il parlamento europeo avrebbe continuato ad avere un ruolo puramente consultivo. Di fatto in politica economica si creavano le premesse per una vera e propria “dittatura dell’Unione e della Banca Centrale Europea” e si elevava la burocrazia europea ad arbitro indiscusso e indiscutibile di qualunque misura decisa dai governi dei singoli euro-stati con la motivazione della difesa dell’economia europea, dell’occupazione, dei redditi, dell’industria e dell’agricoltura nonché della difesa dei prezzi. Sottoposto a referendum popolare in Irlanda, il Trattato venne bocciato. In Italia, invece, il popolo non fu chiamato a pronunciarsi. Il 13 dicembre 2007 Prodi firmò il Trattato e Berlusconi lo ratificò 22 giorni dopo aver vinto le elezioni dell’8 maggio 2008. 4a fase. Il Golpe finanziario Come abbiamo anticipato più sopra, il Trattato di Lisbona non ha difeso l’Italia dall’insidioso attacco della Germania come non ha difeso la Grecia né difenderà gli altri PIGS. Ma c’è di peggio: ha esposto l’Italia e l’euro all’attacco della finanza internazionale mostrando la debolezza dell’istituzione. Infatti quella Goldman Sachs di cui abbiamo cennato nella seconda fase, entra a piedi in avanti nella debole struttura delle istituzioni europee attuando un colpo di Stato mediante i cosiddetti uomini/goldman posti nei punti nevralgici dei settori politico, economico e accademico. Vediamone i protagonisti in Italia. Mario Draghi. E’ membro del Group of Thirty (GOT) una lobby dove “impunemente grandi banchieri si mischiano a pubblici funzionari di altissimo livello” (Paolo Barnard). E’ stato prima direttore del Tesoro italiano, poi vicepresidente e “Managing Director” di Goldman Sachs International tra il 2002 e il 2005. Ritornato alla funzione pubblica come Governatore della Banca d’Italia oggi occupa la stessa funzione nella BCE ivi proiettato dall’influenza di altri uomini/goldman. Come Gianni Letta diventato il 18 giugno 2007 durante l’ultimo governo Prodi advisor dell’International Advisory Board di Goldman Sachs, ovvero quel consiglio consultivo internazionale in cui siedono alcuni tra i più importanti uomini della finanza a livello mondiale. Mario Monti proiettato da Letta – Berlusconi a Commissario europeo della Concorrenza e cooptato, anche lui come Letta, nell’International Advisory Board di Goldman Sachs nel dicembre 2005. Infine: Giorgio Napolitano da 35 anni uomo di punta in Italia del Council of Foreign Relation degli USA e amico delle loro multinazionali, come da lui stesso dichiarato molti anni or sono su Business Week (v. Paolo Barnard cit.) I fatti sono noti: “Secondo MF – Milano Finanza – fu Glodman Sachs ad innescare le vendite dei BTP italiani per schiacciarne i prezzi, facendone poi incetta al minimo valore raggiunto. E si sostiene – a fronte della evidenza dei fatti – che sia artificiosa l’ondata di innalzamento dello “spread” tra i BTP italiani e quelli germanici. Innalzamenti che si potrebbero risolvere ponendo ai vertici dei governi “uomini del sistema finanziario”, per poi far figurare miglioramenti solo dopo la loro operatività, certamente favorevole al giro bancario speculativo mondiale” (A. Pantano. Affideresti il tuo portafoglio a Mario Monti?) Detto e fatto: Mario Draghi arriva alla BCE fra il 1° ottobre e il 1° novembre. Sarebbe bastato ordinare alla BCE di acquistare in massa i titoli di Stato italiani che l’azione della Golman Sachs si sarebbe sgonfiata, ma era impensabile che un uomo/goldman come lui si preoccupasse dell’Italia. L’inattività di Draghi fa precipitare la situazione. Sotto l’attacco della Goldman Sachs, il governo, con un altro uomo/goldman come eminenza grigia, si dimette senza essere sfiduciato e passa la mano al presidente della Repubblica; Napolitano, che il 9 novembre 2011 aveva nominato Mario Monti, uomo/goldman, senatore a vita gli conferisce l’incarico di formare un governo tecnico una settimana dopo Il Golpe finanziario è compiuto; Goldman Sachs ha fatto incetta di “pagherò” (i titoli di Stato) portati ad interesse elevato e quindi con un alto rendimento; ha piazzato un suo uomo a capo del Governo con il preciso incarico di reperire, scorticando gli italiani, i soldi per pagare gli interessi e restituire il capitale; all’interno delle varie lobby (Got, Bilderberg, Trilaterale etc.) trova i soci per passare all’incasso, senza esporsi, su altri prodotti finanziari. Il 23 gennaio Monti, nella sua qualità di ministro dell’economia e presidente del consiglio dei ministri della Repubblica Italiana decreta ed attua il primo pagamento di 2 miliardi e 567 milioni di euro liquidi e in contanti alla Morgan Stanley Corporation a fronte di un debito di 6 MLD e 268 ML in derivati altamente tossici , da pagare anticipatamente alla scadenza e trasferendo la parte rimanente del debito di 3MLD e 381 ML alla Banca Intesa di cui è presidente Passera ministro del suo governo. Il vicepresidente di Morgan Stanley è Giovanni Monti figlio del “sobrio” Mario “the year’s man” per la grande finanza globalista. (v. A. Pantano op. cit.) La vicenda italiana, alla stregua di quella greca, di quella irlandese etc. mostra come questa Europa, basata su valori esclusivamente economici, sia più dedita a “far le scarpe” ai propri sodali che non a formare un superstato reale. Mostra, altresì, come la sua struttura costitutiva sia facilmente aggredibile e dominabile da piratesche lobbies finanziarie che, piazzando i loro uomini nei gangli nevralgici del potere, spogliano delle loro risorse gli euro-stati più esposti, distruggono economie, scompaginano società e comunità di individui. Nondimeno l’Europa è necessaria, ma non questa. Esiste la possibilità di un’Europa organica, ma va esplorata e per farlo occorre cambiare modo di pensare. Occorre pensare ad un superstato non come semplice sommatoria di stati diversi da uniformare, ma come un sistema di scala superiore. Un superorganismo con caratteristiche che gli euro-stati componenti, mantenuti integri nella loro specificità, non posseggono mentre le diverse caratteristiche dei componenti appartengono al superorganismo. In altre parole: una sintesi non una sommatoria di euro-stati. Apriamo un confronto ed anche in tempi rapidi prima che il Trattato di Lisbona trovi il suo completamento previsto per il 2014.

 

 

Società di rating: Italia ed Europa sotto attacco

Monti, Non tutto e subito (fuorché per la lotta agli speculatori) ma molto e presto

 

Domenico Cambareri – Mino Mini esprime opinioni sicuramente fondate e molto forti. Tuttavia la realtà a mio parere è molto più complessa. Per cui essa presenta molte più facce. Ad iniziare da quella che qui ritengo doveroso indicare di necessità come prima. Per quanto Draghi e Monti provengano da lunghe esperienze di lavoro e di “profitto” con le società finanziarie citate, in particolare quella della Goldman Sachs, come oramai in tanti sanno, ciò non significa che essi abbiano subordinato e subordinino gli interessi nazionali alla logica degli interessi di queste botteghe. Essi hanno prestato un giuramento di fedeltà alla Nazione, anche e soprattutto in difesa dei suoi interessi economici, che sono tenuti a difendere.
In realtà e con il più completo ma non cinico disincanto, nell’attuale momento di ininterrotto sconvolgimento dei mercati finanziari, risulta perfino più utile avere degli uomini con una tale provenienza al fine di contenere i danni del nostro Paese proprio perché conoscono i marchingegni dei sistemi delle società di rating in maniera completa. Senza entrare nel dettagli, le transazioni di titoli e di danaro che sono avvenute e che potranno avvenire con le società di rating, non considerando la presunzione di colpevolezza ad ogni costo di Monti, Draghi, Passera e di altri ancora, è potuta accadere e potrà avvenire nel contesto di discrezionalità e di convenienza che chiunque sta di volta in volta al potere esercita, beninteso entro i limiti consentiti e che la effettiva verificabilità delle loro opzioni dimostri che siano state esercitate nel concreto interesse dell’Italia.
Il tema del ruolo delle società di rating è stato da noi tante volte trattato, in particolare da Enea Franza sotto l’aspetto precipuamente tecnico e tecnico – politico e da chi scrive questa nota sotto l’aspetto politico e di riferimento ai valori forti che devono ispirare le scelte e i criteri dei governi e dei parlamenti in materia economico – finanziaria. Lo abbiamo sempre fatto in maniera rigorosa e senza riserve, assieme a Mino Mini.
Riteniamo che la lotta al liberismo sfrenato perseguito dalle società di rating e dalle azioni di guerra occulta che esse sono in grado di realizzare e che hanno realizzato in ogni campo della vita economica, politica, dell’informazione e sociale dei popoli a livello planetario costituisca un elemento assolutamente primario delle nostre scelte in difesa della trasparenza del mercato, della legittimità e del reale esercizio dei poteri sovrani degli Stati in materia finanziaria, della difesa dei popoli e dei profitti del lavoro dei lavoratori di ogni strato sociale.
In un passaggio così cruciale, anche il ruolo del capo dello Stato si è dimostrato e si dimostra all’altezza della situazione. Un fatto inaspettato di cui dobbiamo prendere atto con oggettività e che non può farci che piacere, visto che Giorgio Napolitano e il suo entourage sono appartenuti a un mondo politico – ideologico che è stato per noi e per l’Italia per tanti decenni l’avversario numero uno. Un avversario davvero implacabile, davanti al quale mai abbiamo battuto in ritirata. Si, ciò non può non piacerci perché hanno dimostrato e dimostrano di sapere tenere le fila in un momento così drammatico per il popolo italiano, superando interessi di parte e interessi di bottega in funzione del bene comune. Perché dimostrano che al di sopra delle scelte ideologiche e partitiche quello che più conta è la difesa del popolo italiano e del suo futuro in un agone internazionale reso sempre più incerto e conflittuale.
Nel guardare quello che ci si presenta davanti agli occhi, certamente non possiamo rallegrarci, sia per la durezza delle scelte operate dal governo sia per la qualità di non poche di queste scelte, ad iniziare da quelle della riforma pensionistica spacciata nei modi più spavaldi e truffaldini come riforma destinata alla immediata creazione di nuovi posti di lavoro, sia per il persistere irrazionale e partitocratico di realtà spregevolmente clientelari e di settori di super retribuiti. Pare che su alcuni di questi punti Monti abbia iniziato a fare retromarcia, cominciando a comprendere che è assurdo imporre l’impossibile, ovvero fare tutto e subito anziché molto e presto: non è un gioco di parole ma la sintesi estremamente concreta dell’errato approccio iniziale del presidente del consiglio, che abbiamo ripetutamente attaccato e denunciato proponendo al contempo delle linee di correzione o alternative.
In riferimento alle società di rating e alle “regole” internazionali e nazionali fatte sino ad oggi per renderle intoccate e intoccabili, abbiamo anche qui espresso la nostra posizione. Abbiamo perfino invitato la cancelliera tedesca e il presidente francese a trovare il coraggio adeguato per dare il via ad una vera e propria campagna di civiltà contro il liberismo delle metamorfiche società del profitto illimitato e scellerato, cercando alleati all’interno degli Stati Uniti, dove oggi non ne mancherebbero, non solo tra le masse di diseredati e tra il ceto medio ma anche tra gli industriali. Ma quello che manca è sia, per l’appunto e purtroppo, il coraggio dei protagonisti della scena politica, sia la loro inadeguatezza culturale nel comprendere la portata della devastazione del depauperamento prodotti tra Stati e popolazioni da questi divoratori onnivori privi di scrupolo e di ogni riserva morale. Non solo dunque della Merkel e di Sarkozy ma anche di Obama, per non parlare del primo ministro inglese, Cameron, che si è rivelato essere proprio un garzone degli spremitori d’oro del lavoro e del risparmio dei popoli. Il fatto è che nell’Occidente allargato e nel sistema del WTO, ovvero del mondialismo finanziario che detta regole per incatenare gli Stati e al tempo stesso per violarle a suo piacimento, oggi non vi sono armi efficaci per la difesa, come lo stesso Tremonti ha più e più volte amaramente riconosciuto.
Condividiamo non di meno l’idea di Mini di ridare slancio all’Europa reimpostando la Convenzione su basi non economiche, e meno che mai di pseudo libero mercato, ovvero di libertà illimitata, anche sul piano giudiziario, delle società dedite al profitto speculativo che dominano la scena sia come apparenti “investitori” e venditori in una sequela senza fine di titoli e prestiti truffa, sia come revisori dei bilanci e certificatori, sia come manovratori e controllori occulti e meno occulti delle scelte politiche dei governi e dei parlamenti. Ma in tutto questo, Monti e Draghi diventano meno che una goccia di travolgenti rapide. Essi devono semmai dimostrare di condivide l’esigenza di dare uno stop definitivo alla concezione secondo cui la politica e l’economia si basano sulla garanzia che deve essere data – su foglio in bianco – ai creatori, traghettatori, convertitori e speculatori di titoli tossici  e di profitti indebiti. Per tutto il resto, non dimentichiamo la responsabilità colossale di almeno due generazioni di una classe politica partitocratica, corriva e comunque illimitatamente corrotta che ci ha indebitato per tutto il nuovo secolo, di fronte alla quale le nequizie e le porcherie dei gerarchi del ventennio diventano quisquilie.