Sclerosi urbanistica e speculazioni estreme. Ecco cosa rimane

15 Maggio 2012

riproposto il 19 Maggio 2012

Mino Mini

 

EMARGINAZIONI, DIVERSITA’ ETNICHE E FRAMMENTAZIONE URBANA

INVASIONI

 Quale destino per i centri e le periferie? – I palazzinari e il tramonto della città. – Urbanistica: un reperto archeologico? – Spazi connettivi urbani, isolamento della vita vissuta, occupazioni delle minoranze marginalizzate. – Chi “vive” ancora la città? – Spazi urbani alla deriva: in assenza dello Stato, chi li controllerà limiterà sempre di più  la libertà dei cittadini?

 

Avemmo, più volte, occasione di richiamare su queste pagine la definizione di cultura secondo il Devoto-Oli: Il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico.
Un tempo, la città era esattamente questo: il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico reso concreto in termini di edifici, strade, spazi urbani etc.; quello che chiamiamo cultura della città ovvero costruzione del mondo.
Ogni città aveva un proprio modo di costruire il mondo ovvero di mettere in rapporto fra loro edifici, strade, spazi urbani etc. esprimendo, in una forma riconoscibile, la propria identità.
Un tempo, l’uomo, il cives, il cittadino costruiva il proprio mondo edificando la propria casa, sul proprio suolo – parte individuale della città – contribuendo a formare il tutto urbano: la civitas. La casa, allora, non era semplicemente un riparo o un rifugio. Era la concreta espressione di ciò che, per il suo abitante, era il senso cosmico del mondo; era l’ambiente dei suoi affetti, delle sue memorie, delle sue relazioni, dei suoi piaceri e dispiaceri. Il luogo dove tentava di inverare i propri sogni, dove conservava i suoi piccoli o grandi tesori materiali e spirituali, dove si esprimeva quella sua identità particolare che lo differenziava dai propri simili rendendolo interlocutore attivo di un dialogo con l’Altro per lo scambio di esperienze e la costruzione comune del proprio ambiente.
Oggi non costruisce più. Da tempo ha rinunciato a costruirsi una propria identità e – più semplicemente – la compra al mercato immobiliare. La chiama “casa” e ci si rinchiude dentro, si segrega, escludendo il resto del mondo con il quale coabita. Inconsapevolmente si emargina, si periferizza e crea, appunto, la periferia: il non-luogo privo di identità.
 
Perduto il senso di appartenenza ad una civitas , ridotto a membro indifferenziato di una società, l’abitante delle periferie diventa a-sociale perché consapevole del proprio nulla e desideroso di coltivare questo niente senza condividerlo.
Non più dialogo, non più rapporti. Come ebbe a dire A. Segatori sulle pagine de “il Borghese” nel mese di aprile “… la nostra è una società muta; un mutismo coperto dal rumore della pubblicità, dal baccano della polemica, dalla cagnara degli insulti, dalla sovrapposizione confusionaria delle opinioni. In famiglia, nella coppia, negli incontri politici, non c’è ascolto dell’Altro, valutazione delle sue considerazioni e risposta mirata alla discussione. In questo silenzio comunicativo, sopraffatto dal trambusto di un vociferare inutile, emerge il senso della solitudine e, con esso, l’individualismo più sfrenato per rivendicare le proprie inutili voglie”. Da quel “silenzio comunicativo” emerge, altresì, l’immagine del nichilismo, quel nulla che porta verso l’ultimo sbocco della solitudine: l’indifferenza verso la perdita del mondo, come la definiva Hanna Arendt; perdita, soprattutto, dei valori di riferimento che costituiscono la base intuitiva di valutazione della realtà.
Su quella indifferenza fonda il proprio dominio quella parte distorta dell’economia rappresentata dalla finanza e prolifica l’attuale degenerazione parassitaria della politica; per quella indifferenza stiamo perdendo progressivamente la possibilità di recupero della nostra cultura urbana e quindi la nostra indipendenza per effetto della colonizzazione degli spazi cittadini ad opera sia dei processi speculativi finanziario – edilizi fine a se stessi sia dell’insediamento di espressioni culturali allogene.
 
E’ pur vero che, nel tempo attuale, imperando una visione totalitaria del mondo basata sui soli valori economici nella quale la casa è nulla di più di un bene di scambio e come tale tassabile alla stregua di qualsiasi attività produttiva, parlare di cultura urbana ha lo stesso significato che avrebbe dissertare sul sesso degli angeli. All’abitante delle periferie coltivatore del nulla, pertanto, della colonizzazione degli spazi cittadini, ovvero della loro etnicizzazione, non gliene può importare di meno. Ancora meno gli importa che ciò implichi la fine di una civiltà come quella europea, che non riconosce più, né che ciò presupponga la sua estinzione come cittadino ed il suo assoggettamento.
Niente di meno?
Giudichi chi legge dal caso della Francia. Siamo alla fine del primo mandato di Jacques Chirac con Lionel Jospin primo ministro in corsa per la rielezione. Jacques Attali, già eminenza grigia di Mitterand per le materie economiche, se ne esce sull’Express con questo infelice giudizio sulle periferie: “…mosaico di popoli e razze, venuti con le loro tradizioni e le loro convinzioni nel nostro paese per forgiarvi nuove culture e reinventare l’arte del vivere insieme”. Tre anni dopo – 2005 – scoppiano le rivolte, che possiamo definire “etniche”, nella banlieu di Parigi che, coordinate via SMS e via e-mail, si estendono ad altre diciannove località della Francia.
Breve inciso: Jacques Attali, attuale fiancheggiatore di François Holland, è il banchiere che presiedette, in qualità di tecnico, la “Commissione per la liberazione della crescita” nominata nel 2007 da Nicolas Sarkozy. Nell’arco di sette mesi, produsse un Rapporto finale comprendente 316 proposte. Fecero parte della commissione anche i nostri Franco Bassanini e Mario Monti. Chiuso l’inciso con gli scongiuri del caso, puntiamo l’attenzione sull’Italia.
 
Da noi le rivolte etniche per “ … forgiarvi nuove culture e reinventare l’arte del vivere insieme” ancora non sono scoppiate. Il nostro passato mini-coloniale da insediamento e non da sfruttamento non ha generato le conseguenze registrate in Francia o in Inghilterra. Suppliamo con l’immigrazione clandestina e sul piano tecnico i nostri Attali nulla hanno da invidiare alla “profondità” di giudizio dell’originale transalpino. Tant’è che ce li ritroviamo al governo.
Tuttavia il “mosaico di popoli e razze” di casa nostra non è di scarsa entità. E’ sufficiente compilare la cronaca di un giorno di ordinaria follia su un mezzo di trasporto pubblico che serva l’estrema periferia di una grande città per constatare la prevalenza “etnica” dei passeggeri. Percorrendo a piedi le strade dei quartieri semicentrali è facile censire dignitose musulmane con il capo velato con marmocchi al seguito, eleganti indiane in sari e non con marmocchi al seguito, cinesi e sudasiatiche con marmocchi al seguito, africane delle più diverse etnie nere con marmocchi al seguito, donne rom con marmocchio al seno per mendicare o spingenti una carrozzina di recupero carica delle più strane e nauseabonde masserizie razzolate nei cassettonetti delle immondizie e via elencando . Il “mosaico”, infatti, comprende anche sudamericane dai tratti andini tipo Inti-Illimani o guaranì ed extracomunitarie di etnia indefinibile.
La componente maschile, senza marmocchi al seguito, non è certo più trascurabile né meno appariscente. Lavavetri, strilloni, vu’ cumprà, ambulanti, tutti esentasse, animano le strade della città mentre altri lavorano in opifici, laboratori, imprese di pulizie, trasporti, ristoranti e altri esercizi di somministrazione di alimenti e bevande etc. etc..
Quanti di loro sono regolari? Quanti sono, invece, emarginati o discriminati da altri “diversi” per motivi religiosi, razziali, di concorrenza e altro? L’ultimo censimento, asetticamente, rivela una consistenza di stranieri pari al 6,34% della popolazione che non mette in luce l’entità reale del fenomeno ed il 1° gennaio 2012 i primi nati durante la notte di Capodanno erano stranieri.
Rappresentano un problema?
Non è il “mosaico di popoli e razze”, se ben compreso e ben gestito, a rappresentare il problema, ma quella pletora di epigoni di Attali allignanti in casa nostra che credono essere costoro “… venuti con le loro tradizioni e le loro convinzioni per forgiar[e] nuove culture e reinventare [addirittura[l’arte del vivere insieme”. Sono molti di loro che, non sempre mossi da grandi aspirazioni e in condizioni di estrema sopravvivenza se non di decadenza intellettuale e spirituale, divenuti incapaci di ampliare il campo del pensiero e perduto, di conseguenza, ogni valore di riferimento per misurare il mondo reale, prostrano il loro nulla davanti a chi, anche al livello elementare del lavoro e del sacrificio, mostra di voler prendere in mano le leve del proprio destino.
Le diverse culture, ammesso che gli immigrati ne siano effettivamente portatori, possono contribuire a forgiarne una nuova solo se quest’ultima ha valori di sintesi che le singole culture componenti non possiedono. E’ una nota legge organica.
 
Ebbene, nel campo della cultura urbana, ci troviamo esattamente nella stessa situazione: necessità di dare forma all’eterogenea manifestazione delle periferie mediante un disegno della città di livello sistematico superiore. Ma il “mosaico di popoli e razze” – ecco il vero problema – sta etnicizzando, tra l’indifferenza generale, gli spazi cittadini. E’ noto il processo di acquisizione di proprietà immobiliari da parte di stranieri. Prato, ad esempio, è diventata a tutti gli effetti una città cinese. A Roma il quartiere Esquilino è, ormai, una Chinatown. Sono casi emblematici destinati a moltiplicarsi con l’applicazione dell’IMU quando il 59% della proprietà immobiliare italiana, di proprietà effettiva delle banche che hanno erogato i mutui non ancora estinti, si troverà sul mercato per impossibilità dei contraenti di pagare le rate. Non sono, però, questi i casi di etnicizzazione degli spazi cittadini. Lo è, invece, l’occupazione degli spazi interconnettivi della città, quelli che tengono insieme i diversi nuclei abitativi.
Per capirci: ignoriamo, per astrazione, gli edifici nonché le strade veicolari ed i parcheggi che sono semplici strutture per il traffico e la sosta. Che cosa resta? Uno spazio connettivo, appunto: giardini, strade e piazze pedonali, marciapiedi, cortili in comunicazione libera con strade, luoghi non edificati o abbandonati etc.
Chi occupa questi spazi può dominare la città.
Un tempo questi spazi erano occupati, vissuti dai cittadini. Alcuni erano spazi urbani ovvero luoghi architettonicamente individuati in cui prendeva forma la sfera pubblica dove si metteva in relazione e si articolava in parole, gesti e azioni, l’interesse individuale con quello collettivo. Si esprimeva la politica, insomma, quella naturale e diretta. Per migliaia di anni è stato così, almeno dai tempi della polis greca. In alcuni Paesi di provenienza dei “diversi” che costituiscono il “mosaico”, tali spazi fanno ancora parte della cultura urbana.
 
Oggi nelle periferie dei quartieri dormitorio lo spazio urbano è un’entità sconosciuta, se non in casi rarissimi, grazie alle dissennate “scelte” della speculazione edilizia e degli “urbanisti” politici e delle corti di professionisti loro asservite. La periferia è divenuta aliena ai suoi stessi abitanti. Completamente sconosciuta, ad esempio, è la figura del flâneur , dell’uomo che si gode a passeggio la città, proprio perché manca lo spazio urbano dove esercitare la flânerie. Manifestazione d’uso dello spazio urbano che sta scomparendo anche nelle aree del centro antico dove il pedone è aggredito dal traffico veicolare, dove la sosta degli autoveicoli ruba lo spazio di circolazione pedonale. Rimangono, appunto, gli spazi connettivi che essendo poco o nulla frequentati oppure nascosti o parzialmente nascosti, diventano luoghi di agguato, di stupro, di rapina, di omicidio, di spaccio e consumo di stupefacenti. Illuminanti in tal senso le cronache quotidiane dei giornali.
Sta avvenendo che gli spazi urbani, fatta eccezione per alcune aree centrali, disertati – come gli altri spazi connettivi – dai cittadini, vengano occupati, anche violentemente, dai cosiddetti “diversi” (extra comunitari, immigrati dell’eurozona, rom, integralisti religiosi, gruppi etnici etc.) che stanno invadendo diverse zone delle città “ … per forgiare nuove culture e reinventare l’arte del vivere insieme”. Il pericolo è che questi “diversi” si creino un loro spazio pubblico escludendone surrettiziamente o violentemente gli altri e rivendichino, con il tempo, la propria presenza nella sfera pubblica. Ciò può avvenire proprio in reazione alla loro condizione di marginalità e di discriminazione sul loro comportamento civile. Si attuerebbe una frammentazione della città per effetto del formarsi di unità omogenee per etnia, religione, affiliazione od altro, ma differenziate rispetto alla popolazione urbana generando delle enclaves autogovernantesi – di fatto – con propri codici, proprie fedi ( ad es. la Sharia per gli islamici), propri costumi. Si avrebbe, così, una etnicizzazione degli spazi cittadini ed un serio conflitto per la tutela dei diritti dei cittadini ospitanti poiché, se messi in minoranza dai “diversi” con la minaccia dell’uso della forza negli spazi connettivi, essi rischierebbero la deterritorializzazione del loro spazio vitale.