Governo.Monti e il Mef: ottimismo di circostanza e irresponsabilità delle scelte davanti alle telecamere

21 Agosto 2012

Enea Franza

 

I ceroni di Monti e  il maquillage del Mef non servono a nulla, se non ad aizzare ancora di più Di Pietro e Grillo.

L’improvviso ottimismo di circostanza non serve a nulla

Mentre gli Stati nazionali sono stati chiamati ad intervenire a finanziare le banche a tassi inferiori all’inflazione, gli stessi Stati si sono trovati a finanziare i loro debiti pagando interessi altissimi alle stesse banche. Inoltre, l’analisi delle tipologie di reddito che hanno maggiormente contributo alle casse dello Stato mette in luce un’ulteriore questione che  lascia l’amaro in bocca. A dir poco. Se questa non è una commedia dell’assurdo …

 

 

 

 

 

 

Le incognite sull’evoluzione del PIL italiano, che quest’anno già si prevede subisca un decremento del 1,2 % rispetto all’anno precedente, costituiscono un macigno sulle prospettive di sviluppo dei prossimi anni.
La stampa, nei primi giorni d’agosto ha dato molta enfasi alle previsioni formulate dai tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che annunciano un’inversione del ciclo negativo nei prossimi anni. Si tratta solo di previsioni ottimistiche ?
Pur non avendo gli strumenti degli economisti del MEF, facciamo davvero fatica ad ipotizzare una tale eventualità. In effetti, due macigni incombono sulla ipotizzata crescita: l’evoluzione del debito pubblico e l’aumento del costo del finanziamento. Circa il debito, la politica dei sacrifici impostaci da Bruxelles, non ha frenato la crescita esponenziale del debito. Una chicca, in merito, per chi non lo sapesse ancora: a pesare sul nostro debito ci sono anche i contributi italiani al finanziamento ai fondi salva Stati (i famigerati EFSF e ESM). A tal proposito si segnala (dati Banca d’Italia) che essi ci sono costati (finora) 17 Miliardi di Euro. Peraltro, il costo del finanziamento ha determinato un incremento della spesa per interessi, che naturalmente impatta sul PIL, in termini di minore spesa pubblica. Come farà dunque a crescere il Pil?
Un dato va evidenziato. Da oltre cinque anni le politiche imposte da Bruxelles, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale non sono riuscite a portarci fuori dalla crisi. Sarebbe stupefacente che ora che anche grandi Stati come l’Italia, la Spagna e la Francia, che hanno messo in campo piani di austerità, il Pil riparta. Cerchiamo di spiegarne, allora, con la massima semplicità possibile, il perché una politica di austerity non può far crescere un Paese. Precisiamo che il termine definisce la politica di taglio delle spese pubbliche al fine di ridurre il deficit pubblico, attraverso la diminuzione dei servizi pubblici e l’aumento delle tasse. L’austerità, precisiamo, ha spesso lo scopo di dimostrare ai creditori la solvibilità a lungo termine del sistema Paese, nel senso di dare un segnale che si sta risparmiando per pagare il debito. E fino a qui nulla di male.
Ma vediamo che succede al Pil. Il Pil prodotto (e rimando al mio libro “L’Italia e la Crisi, un Paese al Bivio” per una analisi dettagliata del senso da dare a tale misura) dipende dalle voci di domanda del consumo, della spesa pubblica e della domanda proveniente dall’estero: se esse non sono controbilanciate da un corrispondente incremento delle esportazioni, contraggono i consumi privati ed anche i consumi pubblici (ovvero la spesa pubblica). Il consumo si contrae essenzialmente a seguito dell’aumento della pressione fiscale anche in termini di maggior costo dei servizi pubblici e del clima di sfiducia che normalmente accompagna l’austerità. L’austerità contrae anche domanda di beni e servizi proveniente dall’operatore pubblico. Ne segue che il Pil non può aumentare, a meno di recuperi di efficienza. In tal caso, dovrà essere stimolata, necessariamente, la domanda di investimenti. Infatti, recuperi d’efficienza rendono profittevoli investimenti prima non remunerativi.
Tale passaggio (recupero di efficienza = incremento della domanda di beni d’investimento = aumento della produzione) però, come aveva già avvertito Keynes, non è immediato ed un ruolo importantissimo giocano le c.d. aspettative. Visto che sul punto esiste ampia letteratura non mi dilungo. Passiamo al “che fare”?
A nostro modo di vedere, il problema cardinale della bassa crescita registrata in USA ed Europa negli ultimi dieci anni sta nella contrazione dei consumi privati e nella stagnazione degli investimenti pubblici. La colpa ? E’ da imputare alle politiche fiscali scelte e attuate.
Negli ultimi 20 anni, le politiche fiscali, infatti, hanno realizzato una forte redistribuzione delle imposte che ha premiato gli alti redditi a spese di quelli medio bassi: ciò ha avuto quale immediata conseguenza l’impoverimento delle casse statali, non bilanciato da un parallelo incremento generato dalla crescita, che al contrario di quanto sostenuto da taluni economisti si è mantenuta al di sotto delle aspettative e quindi non è stata in gradi di coprire il deficit che la dissennata politica fiscale adottata ha prodotto. Gli Stati nazionali sono stati spinti, quindi, all’indebitamento verso il sistema bancario. Lo scarso budget disponibile ha peraltro ridotto gli investimenti pubblici, e la spesa di quella parte della popolazione (a maggior propensione al consumo) si è contratta o è stata sostenuta con il ricorso all’indebitamento bancario.
Il risultato macroeconomico complessivo è stato un aumento dell’indebitamento generalizzato delle famiglie, delle imprese e dell’operatore pubblico nei confronti del sistema bancario.
Quanto alla nefaste conseguenze di una tale miope politica fiscale basti, credo, una considerazione tra tutte: mentre gli Stati nazionali sono stati chiamati ad intervenire a finanziare le banche a tassi inferiori all’inflazione, gli stessi Stati si sono trovati a finanziare i loro debiti pagando interessi altissimi alle stesse banche. Inoltre, l’analisi delle tipologie di reddito che hanno maggiormente contributo alle casse dello Stato mette in luce un’ulteriore questione che lascia l’amaro in bocca. A dir poco. Se questa non è una commedia dell’assurdo …
Infatti, mentre i redditi provenienti dal lavoro dipendente, privato, imprenditoriale sono tassati quasi ovunque in occidente con aliquote fortemente progressive, i redditi provenienti da capitale mobiliare godono di trattamenti di favore, che in Italia sono assolutamente enormi e sul piano cronologico ininterrotti! E’ qualcosa del tutto impensabile davanti a simili quadri sia macroeconomici sia microeconomici. Eppure essa costituisce la più cruda e scandalosa realtà.
La soluzione ? Rovesciare una tale impostazione. Forse in tal modo, ma solo con politiche fiscali coordinate, è possibile trovare i mezzi per finanziare la crescita economica e far ripartire l’economia, ora impantanata nelle politiche di austerity, cioé di compressione unilaterale dei ceti impiegatizi e produtivi in favore della grande ricchezza mobile, che per inveterata prassi in Italia è particolarmente evasiva, elusiva, parassitaria e protetta!