Giannini: guardiamo un po’ indietro per capire quel che succede oggi

23 Agosto 2012

Filippo Giannini

 

Tra storia e attualità politica

Invito a un nuovo confronto

Credo di non cadere in errore se affermassi che negli ultimi mesi si sono verificati in Italia non meno di una cinquantina di casi di suicidio, la maggior parte dei quali commessi da imprenditori, disperati per l’andamento disastroso del mercato. Prego i lettori di tener presente, nel proseguo del lavoro, questo dato.
Altro dato da tener presente è che molti economisti considerano la crisi – anche questa made in Usa – iniziata nel 1929, peggiore di quella attuale.
Desidero qui riportare uno stralcio di uno scritto di Marzio di Belmonte, estrapolato da un suo ottimo lavoro dal titolo: “Il carteggio Mussolini-Churchill nel contesto della Seconda Guerra Mondiale”: << Il propagandarsi nel mondo dell’ideologia mondialista e neoradicale, devastante arma ideologica, propedeutica a questo processo storico e necessaria per lo smantellamento delle consuetudini, tradizioni e religioni, soprattutto della vecchia Europa. Con la fine del secolo scorso smantellata Yalta, hanno preso immediatamente forma nuovi contesti internazionali finalizzati ad un Nuovo Ordine Mondiale.
Le grandi strategie internazionali gestite dietro le quinte da determinate forze occulte, sono oggi evidenti e non possono più creare dubbi nella loro finalità.
Da qui ne scaturisce un progetto ed anche una tendenza realizzativi:
• un progetto che troviamo già aleggiare negli ideali delle rivoluzioni francese e americana, passando poi per la distruzione dei grandi Imperi Centrali in Europa e il ridimensionamento del potere Cattolico, tutte realtà queste che, in qualche modo, erano di intralcio a quegli ideali mondialisti, quindi la liquidazione degli Stati Fascisti, fino alla creazione ed allo sviluppo di quei grandi Istituti, Organismi e centri di potere mondiale, come la vecchia Società delle Nazioni poi ONU, il CFR (Council on Foreign Relations, 1921), l’IPR (Institute for Pacific Relations, 1925), il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale (1944), l’UNESCO (1945), il il Bildgberg Group (1952), la Trilaterale (1973), e tanti altri organismi, politici e finanziari, compresi quelli europei della UE, tutti atti a predisporre le strutture e/o a preparare i quadri per il dominio planetario, ecc.
• (….).
• Ed infine una illimitata supremazia della finanza sulla politica, anzi la finanza stessa che si fa politica, e quindi una globalizzazione totale dell’economia e della forza lavoro gestita direttamente dal potere finanziario (…) >>.
Per ricapitolare il pensiero di Marzio di Belmonte, i fascismi erano di intralcio ai disegni di dominio globale del potere finanziario e, aggiungo, a scudo e a guardia di questo c’è la democrazia, così come oggi ci è stata imposta. Dello stesso parere è un altro noto storico, Rutilio Sermonti, che nel suo libro L’Italia nel XX Secolo ha scritto: << (Per le democrazie) La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia >>.
La storia del XX Secolo è molto complessa ed è tutta da scrivere, da questa una realtà risulta incrontovertibile: le tre grandi democrazie, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, si sono ingegnate a preparare la Seconda Guerra mondiale con l’intento di abbattere i fascismi, grandi barriere per i loro programmi di dominio globale. Le grandi democrazie come sono giunte al loro obiettivo?
Ė noto a tutti che la Gran Bretagna possedeva almeno i tre quarti del territorio terrestre ed esercitava su di esso ogni mezzo per schiavizzare gli abitanti e sfruttare le ricchezze del sottosuolo. L’opportunità di soppiantare i cugini inglesi e sostituirli nelle loro conquiste, non sfuggì ai grandi finanzieri americani, che nel frattempo si erano sempre più rinforzati grazie alle ricchezze del sottosuolo americano. Possiamo fissare la data di questa politica con l’enunciazione della così detta Dottrina Monroe. James Monroe è personaggio di estrema importanza se si vuol comprendere la storia di oggi. James Monroe nacque in Virginia il 28 aprile 1758, morì a New York il 4 luglio 1831. Partecipò alla guerra d’indipendenza americana, al ritorno riprese gli studi di diritto. Svolse diverse attività politiche e diplomatiche, nel 1816 divenne il quinto presidente degli Stati Uniti. Fu l’autore di una Dottrina che da lui prese il nome, la quale prevedeva una serie di principi di politica estera, presentati al Congresso a dicembre 1823. Fra questi, il più interessante proclamava, in forma autoritaria, che il continente americano (quindi anche il Sud America) non era un territorio destinato alla colonizzazione europea. Inoltre, per maggior chiarezza, il Congresso statunitense stabiliva che ogni tentativo delle potenze europee per estendere la loro influenza sul continente americano (!) sarebbe stato considerato dagli Stati Uniti come una minaccia per la loro sicurezza e per la pace. Tutto ciò servì per costringere Napoleone III, che aveva tentato una infiltrazione nel Messico, a ritirare le sue truppe (1867). Fu in nome della Dottrina Monroe che gli Stati Uniti poterono esigere e ottenere dall’Inghilterra il controllo esclusivo del Canale di Panama (1901). Leggiamo da Dizionario Mondiale di Storia Universale: << Dalla fine del XIX sec. d’altronde la Dottrina Monroe servì a giustificare la politica imperialistica statunitense in America Latina, in particolare nel Venezuela (“corollario” di Theodore Roosevelt, 1904) e nel Mare dei Caraibi; gli Stati Uniti si arrogarono così il diritto di polizia internazionale sul continente americano >>. La Dottrina Monroe continua ancor oggi ad essere invocata per giustificare ogni guerra di aggressione – e sono state centinaia – sempre condotte al di fuori dei propri confini. Prima considerazione: sarebbe azzardato se sostenessi che il sogno americano ha avuto origine nel 1823?
Così siamo giunti ad una nuova tappa del sogno americano, all’ideologia del pensiero unico finanziario. Questo è gestito principalmente dalle seguenti agenzie di rating: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Rating, Agenzie che, neanche a dirlo, hanno sede oltre oceano. Esse sono in grado di gestire a loro piacimento l’economia di ogni Paese, stabilendo quanto siano affidabili le economie dei singoli Paesi. Per avere solo un’idea di quanto potenti siano le Lobby che gestiscono le economie mondiali, riporto uno stralcio, a firma di Toni Liuzza, tratto da Historica Nuova: << Quello che importa sottolineare di nuovo, è che le regole non sono state mutate affatto. Perché? La risposta è semplicissima: i banchieri internazionali non lo hanno permesso. Barack Obama non ha mosso una virgola quando la “Federal Reserve” ha erogato (tra dicembre del 2007 e il giugno 2010) la fantastica cifra di 16.000 miliardi di dollari, a tasso d’interesse uguale a zero a tutte le più importanti banche d’investimento dell’Occidente (…). Di quella cifra 846 miliardi di dollari sono finiti nei conti della “Goldman Sachs” (…) >>. Per capire, ancora meglio il potere di queste Lobby, aggiungo: <La manovra è stata fatta segretamente, in violazione delle leggi americane, che prevedono l’autorizzazione del Congresso per operazioni di gran lunga inferiori (…) >>. Prima di passare oltre, vediamo come la finanza Usa ha imposto l’autodiritto di stampare dollari in misura incontrollata. In merito Antonio Pimpini ha scritto: << Nel Trattato di Bretton Woods del 22 luglio 1944, quindi in piena seconda guerra mondiale, 730 rappresentanti di 44 paesi “alleati”, si riunirono dall’1 al 22 luglio 1944 in un Hotel di Bretton Woods e firmarono, dopo non poche liti, un accordo importantissimo e semplicissimo: si noti, la guerra mondiale non era ancora terminata, ma era necessario, visto che l’epilogo era ormai scontato, individuare chi e come governare il mondo >>. L’autore memore della cupidigia della finanza d’Oltre Oceano, così conclude: << Nella predetta riunione, il dollaro ebbe la meglio soppiantando tutte le altre monete (sterlina, franco francese ed altre minori) ed il suo corrispettivo risiedeva nell’oro di cui, in via puramente ipotetica, ognuno poteva tramutare i suoi dollari, tenuto conto appunto della riserva aurea che doveva essere garantita (…). La risultante fu l’apertura di tutti i mercati agli Usa, la contestuale commercializzazione, in regime di sostanziale monopolio impositivo, dei propri prodotti e l’indebitamento generalizzato di tutte le economie post belliche, anche quelle in grande espansione e addirittura di quelle che la guerra l’avevano vinta. Il motto era: con i dollari che ti presto potrai fare grandi infrastrutture, ma sarai con me indebitato a vita >>.
La formula per giungere a questo ci viene fornita dall’allora futuro Presidente degli Usa, Woodrow Wilson: egli nel corso di una lezione tenuta alla Columbia University, già nell’aprile 1907, sfacciatamente così caricò la mentalità predatoria degli studenti americani: << Dal momento che il commercio ignora i confini nazionali e il produttore preme per avere il mondo come mercato, la bandiera della sua nazione deve seguirlo, e le porte delle nazioni chiuse devono essere abbattute… Le concessioni ottenute dai finanzieri devono essere salvaguardate dai ministri dello stato, anche se in questo venisse violata la sovranità delle nazioni recalcitranti… Vanno conquistate o impiantate colonie, affinché al mondo non resti un solo angolo trascurato o inutilizzato >>.
Per quanto sopra, che poi è solo un estratto del potere che la vittoria militare del 1945, ha permesso che tutto ciò avvenisse, grande è la mia meraviglia quando osservo che, in Europa tutta, ci sono ancora degli idioti che festeggiano la data della “liberazione” del 1945.
Torniamo ora alle osservazioni di Marzio di Belmonte << (…). La distruzione dei grandi Imperi centrali in Europa… (che) erano di intralcio a quegli ideali mondialisti, quindi la liquidazione degli Stati Fascisti(…) >>, e a quelle di Rutilio Sermoni << (La risposta poteva essere una sola: perché esse (le democrazie, nda) volevano un generale conflitto europeo quale unica risorsa per liberarsi della Germania e soprattutto dell’Italia… >>. Cosa avevano commesso di così grave l’Italia e la Germania? Brevemente, vediamo di dare una risposta il più possibile esauriente. Il così detto Trattato di Versailles aveva posto, in pratica, la Germania in una situazione di estrema disperazione: i disoccupati erano milioni, solo come esempio, per comprare un francobollo erano necessari miliardi di marchi e così di seguito. Essendo stata la Germania spogliata di tutti i suoi beni, dal nostro punto di vista la seconda Guerra Mondiale fu scientemente preparata in quell’occasione. La conquista del potere da parte di Hitler fu salutata dalla stragrande maggioranza dei tedeschi con favore. Il Führer in pochi mesi riuscì a risolvere le situazioni più scabrose, in primo luogo dette un lavoro a tutti i tedeschi. Non dimentichiamo che mentre il Governo tedesco tentava di far uscire la Nazione dal tunnel, le lobby finanziarie guidate da quelle ebraiche, dichiararono guerra alla Germania invitando le popolazioni mondiali a boicottare i prodotti tedeschi.
John Frederick Fuller, storico militare inglese, nella sua Storia militare, riconobbe che la causa che spinse le democrazie a fare la guerra a Hitler fu il suo riuscito tentativo di liberare la Germania dalla schiavitù economica, cosa che determinava un pericolo molto serio per la finanza internazionale. A questo punto riportiamo una osservazione di Francesco Fatica (Lotta del sangue contro l’oro): << Il Grosso Capitale Apolide annidato nelle banche e nelle multinazionali, avendo ottenuto dai più importanti Stati la cessione della sovranità monetaria, batte moneta per conto degli stessi Stati a cui poi presta, per consuetudine consolidata e legalizzata, paradossalmente il denaro stampato, ricavandone pure gli interessi >>. Osserva poi Fatica: << La massa del popolo ignora questa grossa truffa ai suoi danni >>. La Germania, per svincolarsi da questa truffa, aveva nazionalizzato le banche. Cosa inaccettabile per la grande finanza internazionale.
E l’Italia?
Ci avvaliamo di nuovo del citato lavoro di Francesco Fatica. << Le demoplutocrazie, come le chiamava Mussolini – in quanto sotto l’apparenza democratica nascondevano l’influenza coercitiva del Grosso Capitale, dell’International Banking Fraternity, che reggeva le redini della politica (…) non potevano tollerare che esistessero stati autoritari che ponevano l’autorità dello stato al di sopra degli interessi del capitale. Ma la cosa che le demoplutocrazie – ossia la Confraternita dei magnati del Grosso Capitale Apolide che effettivamente le ha governate e le governa tuttora – non potevano, in particolare, assolutamente tollerare tutto questo. Ma quello che mandò in bestia le grandi Lobby, fu che Hitler aveva nazionalizzato la Reichsbank, mentre Mussolini aveva irizzato la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano, il Banco di Roma e la Banca Nazionale del Lavoro, che controllavano il pacchetto di maggioranza e controllano in parte tuttora la Banca d’Italia, cioè aveva imposto il controllo dello Stato su quelle banche, ottenendo di conseguenza, il controllo della Banca d’Italia (…) >>. Tutto questo mentre il mondo demoplutocratico era divorato dalla crisi sorta nel 1929. Ha scritto lo studioso Boris Borisov: << Pochi sanno che cinque milioni di coltivatori americani, circa un milione di famiglie, furono espulsi dai loro terreni: pignorati dalle banche, perché non riuscivano a pagare i debiti contratti. Gente che dovette lasciare la propria casa ed errare qua e là senza meta, senza denaro e senza proprietà: che si trovò confusa tra le masse di milioni di disoccupati, impossibilitata a trovare un lavoro, preda di sfruttamento gangsteristico >>. Senza necessità di spiegare oltre, ecco il motivo per cui centinaia di americani si suicidarono spinti dalla disperazione.
Come la Germania superò la crisi congiunturale lo abbiamo già accennato; e l’altro Paese a regime autoritario, cioè l’Italia come l’affrontò? Giorgio De Angelis (L’Economia Italiana fra le due Guerre, pag. 137): << L’onda d’urto provocata dal risanamento monetario non colse affatto di sorpresa la compagine governativa e provvedimenti di varia natura attenuarono, ove possibile, i conseguenti effetti negativi soprattutto nel mondo della produzione (…). L’opera di risanamento monetario, accompagnata da un primo riordino del sistema bancario, permise comunque al nostro Paese di affrontare in condizione di sanità generale la grande depressione mondiale sul finire del 1929 (…) >>.
Ma la grande spinta si ebbe a seguito degli importanti lavori messi in atto dal(l’infausto) regime, che proprio in quegli anni concepì, grazie al genio di Arrigo Serpieri, il prosciugamento e la valorizzazione delle paludi – non solo nella penisola, ma anche nelle colonie e in Albania – la nascita in tempi fascisti (cioè in tempi brevissimi e senza ruberie), la nascita di nuove città ecc. ecc.. In pratica il regime (sempre infame, per il gerarchetto infame) operò in senso esattamente opposto a come sta operando l’attuale governo tecnico guidato dall’uomo della Goldman Sachs, Mario Monti, e i risultati si videro (allora) e si vedono (oggi). Ė da ricordare che nel 2005 Monti giunse alla posizione di super consigliere internazionale della Goldman Sachs. Attualmente, nominato senatore dall’ex supercomunista Giorgio Napolitano, e da questi imposto come Capo del Governo. Come dire: sono fischietti nostri.
Ma torniamo a noi.
Anche se la storia (chiamiamola favola, la Storia è una cosa troppo seria), la cosiddetta storia resistenziale non lo confermerà mai, negli anni ’30 le idee innovatrici e rivoluzionarie di Benito Mussolini si stavano espandendo in tutto il mondo: Argentina, Australia, Canada, Giappone, Stati Uniti e così di seguito si assisteva al sorgere di nuovi partiti e movimenti che si ispiravano al Fascismo italiano e alle sue concezioni dello Stato Corporativo. L’avvenimento assunse un aspetto ancor più straordinario in Gran Bretagna, cioè nel regno del capitalismo e della massoneria. In Inghilterra nacquero due movimenti: l’Imperial Fascist League, rappresentato da Doram, che si ispirava al nazionalsocialismo tedesco, e la British Union of Fascists, il cui capo era Oswald Mosley, fedele seguace del fascismo italiano. Il partito poteva contare su 100 mila iscritti. In una intervista al Corriere della Sera Mosley dichiarò: << Non possono esservi fascismi, ve ne è uno solo: quello del Duce. Il fascismo è oggi paragonabile, dal punto di vista storico, ai grandi movimenti di fede universale, come il conservatorismo, il liberismo, il socialismo, che sono stati comuni a tutti i popoli civili. Il fascismo è la più grande fede costruttiva e rivoluzionaria che il mondo abbia mai conosciuto: è un credo rivoluzionario che appartiene a tutta l’umanità >>. Questo può dare una spiegazione a quanto ha sostenuto Rutilio Sermonti, nella sua asserzione, sopra ricordata, e precisamente: << soprattutto dell’Italia >>. Tutto ciò, e tanto altro ancora, risultava un pericolo per la sopravvivenza del Grande Capitale.
Prima di concludere, desidero ricordare di nuovo il più grande giornalista italiano (tale è riconosciuto da tutti), Giuseppe Prezzolini. Questi nacque per caso (così era solito dire) a Perugia il 27 gennaio 1882, morì, centenario a Lugano nel 1982; tutto ciò è necessario ricordarlo in quanto chiarisce quale fu il periodo della sua vita. Venne giudicato come un anarchico conservatore, dallo stile formidabilmente concreto e asciutto. Non accettò il regime fascista, quindi si trasferì a Parigi e poi, definitivamente, negli Stati Uniti, dove rimase sino agli anni sessanta, pur tornando saltuariamente in Italia.
Facciamo un salto in avanti nel tempo e poi analizziamo il precedente.
Ripetiamo, Giuseppe Prezzolini morì nel 1982, quindi non ebbe modo di assistere all’episodio noto come “mani pulite”, tuttavia ecco quello che ha scritto circa la politica italiana nella seconda metà dello scorso secolo: << I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal parlamento il triste stato si ripercuote nel Paese… Tutto si frantuma. Le grandi idee cadono di fronte a uno spappolamento e disgregamento morale di tutti i centri d’unione. Oggi uno è a destra, domani lo ritrovi a sinistra… Lo schifo è enorme. I migliori non hanno più fiducia. I giovani se non sono arrivisti e senza spina dorsale non entrano nei partiti (…) >>.
Vediamo ora come l’anarchico conservatore, dopo uno dei viaggi in Italia nei primi anni Trenta, cosa scrisse: << Le mie impressioni possono forse parere semplici per i lettori italiani, ma hanno però lo sfondo dei paesi per i quali passo quando torno: un confronto e un controllo. Pace in questa Italia: ecco il primo sentimento certo che si prova venendo da fuori e dura per tutto il soggiorno. La pace degli animi, il silenzio delle lotte che divorano gli altri paesi, e separano classi e spezzano famiglie e rompono amicizie, e disturbano il benessere, talora in apparenza maggiore. Le strade non saranno grandi come le Avenue, ma non ci sono mitragliatrici; le lire non saranno molte come i dollari, ma sono sempre lire e lo saranno domani. I ricchi non hanno bisogno di guardie del corpo per salvare i figlioli dal sequestro. I poveri non devono pagare la taglia mensile alla mala vita per esercitare il loro mestiere. C’è oggi una generale convinzione che in un mondo come quello d’ora l’esercito è uno strumento di prima necessità. Vi sono momenti in cui anche la famiglia più modesta e l’uomo più pacifico pensano che sia meglio saltare un pasto per comprarsi un revolver (…). Il popolo italiano appare rinnovato. Sta lontano dalle osterie e dalle risse; sale sui monti in folla. Gode, come nessun altro popolo, del paesaggio, dei fiori, dei colori e dell’aria. I discorsi e i commenti che vi senti, lasciano trasparire l’atmosfera di serenità e di salute. Il popolo italiano ha un aspetto più forte, più dignitoso, più serio, più curato, meglio vestito di un tempo, è ossequiente alle leggi e ai regolamenti, è istruito nella generalità e più aperto perfino agli orizzonti internazionali. Si muove di più, viaggia di più: conosce meglio di una volta il suo paese. Non è ricco come altri popoli, ma non lo è mai stato e in confronto del popolo americano mi pare senza dubbio più contento >>. Ricordiamo che Prezzolini scrisse questo pezzo nel pieno della grande depressione che partì, come sempre dalla democraticissima Usa. Sì, più contento, ha scritto Prezzolini, almeno diverso da oggi. E tu, lettore, oggi, in piena democrazia, sei felice come, stando a quanto ha scritto Prezzolini, come lo era tuo padre o tuo nonno nel periodo storico definito come male assoluto da individui la cui abiezione etico-politica è davvero insuperabile?