Il romanzo di Piccione: vita da sacerdote. Aspirazioni e vocazione a cui dedicare tutta la propria anima

10 Gennaio 2012

Domenico Cambareri

 

Nino Piccione: L’odore della tonaca

Un romanzo che ha tanto da raccontare. Un romanzo che ha tanto su cui fare parlare. Molto più della scommessa di Blaise Pascal.

 

L’attività letteraria di Nino Piccione ci presenta questo nuovo libro: “L’odore della tonaca”. E’ un romanzo che come i precedenti presenta interi aspetti ripresi dalla vita quotidiana: opere in cui la dimensione del vissuto di molti personaggi era stata interamente calata e, quando necessario, sapientemente filtrata e ricreata, con capacità ed effetti di ben convincente e sicura efficacia descrittiva e di plastica vivacità narrativa.
D’altronde, lo strumento espressivo è stato da sempre padroneggiato da Piccione come sciolta, sintetica, cristallina immediata scrittura fotografica decriptante pure le onde emotive e i pensieri che si muovono sotto l‘increspatura della pelle; scrittura che nel tempo ha acquisito un ulteriore ininterrotto affinamento, come dimostrano via via i pregnanti spaccati di introspezione dei personaggi rappresentati, che costituiscono alcuni aspetti di indubbio rilievo dei “tratti forti” della sua produzione. Di essi, infatti, come di altri a carattere più propriamente narrativo, non poche pagine sono rimaste indelebili nella memoria dei lettori che hanno seguito lo svolgersi dell’attività creativa dell’autore. Alcune, poi, relative a protagonisti e a fatti dei quali Piccione ha rappresentato la dimensione del pathos e la tragicità della condizione umana come perpetui paradigmi di cruda e scarnificante esistenzialità di fronte a cui naufraga ogni presunta, necessitante interpretazione della provvidenza (a priori strumentalmente giustapposta, quasi a scherno del ruolo della speranza, di fronte al travolgente, immanente “destino”: le letture del sacerdote siciliano dei libri di E. Cioran uno dei più importanti “analisti” e dissacranti “dissezionatori” contemporanei dell’esistenza post – heideggeriana e dei tabù di un credo fideistico dissolutore di un qualsiasi coraggioso, lucido confronto con la nudità della vita ), ci disvelano anche questo riferimento assolutamente conchiuso e criptato, al di là delle interpretazioni topiche della tradizionale morale cattolica e dei più noti passaggi della riflessione filosofica occidentale strettamente ad essa connessi? Su questo, l’autore e il protagonista “svolgono” approfondite pagine di riflessione, scaturenti anche dal vivo rapporto epistolare ah hoc intrattenuto con il teologo don Rino La Delfa); di queste pagine, dicevo, che ci dispiegano con struggente intensità, come i temporali di Turner, le repentine e irrefrenabili distruzioni prodotte dalla natura, ovvero con il disseminare il male fisico e il male morale, il lettore può davvero affermare che esse toccano i livelli più elevati di espressività narrative e di traboccante coralità partecipativa.
In quest’ultimo lavoro, ho motivo ulteriore di ritenere che la dimensione storica del protagonista sia espressione e schermo nell’intero sviluppo narrativo di reali vicende in lui trasposte riprese in assoluta prevalenza dalla vita di due persone che sono state sempre vicino all’autore, che lui ha conosciuto benissimo e tantissimo apprezzato, così da potere operare una quasi ininterrotta e non sempre avvertita azione di “introspezione” e di “sublimazione esistenziale” del loro animo e delle loro più segrete emozioni. Un’elaborazione affatto originale della ri – creazione del sacerdote protagonista, che nel corso del romanzo dispiega la sua vita e le sue storie in tuta una serie di incessanti esperienze religiose, esistenziali, sociali, intellettuali. Sotto questa angolazione, il romanzo rappresenta un nascosto e qui forse in anteprima rivelato tête-à-tête: io e me stesso (me stesso nella mia immagine allo specchio: l’opera), in cui eventuali e presagiti implodenti risvolti vengono mimetizzati con sapienza letteraria.
In una nota conclusiva, l’autore cita dei personaggi che figurano nella trama dell’opera celati sotto altri nomi, segnatamente l’attore Walter Maestosi, lo scrittore Dante Maffia, la saggista Mari Teresa Giuffrè, il prof. Rosario Portale, mons. Cataldo Naro. Coglie pure la doverosa opportunità per ricordare altri amici la cui feconda vicinanza per decenni lo ha arricchito, come Vincenzo Giaccotto, Dante Maffia (al quale si deve la bella introduzione dell’opera) e Francesco Mercadante, presidente dell’Associazione Liberi Scrittori Italiani. Egli infine fornisce uno stringatissimo quanto selezionato elenco bibliografico di opere soprattutto cattoliche, in specie di libri dedicati al sacerdozio. Un volere rendere edotti i lettori a giustificazione che la sua opera viene a collocarsi in un contesto letterario non gramo e che annovera precedenti? Significativi precedenti sul piano storico e perfino illustri su quello letterario?
La cosa, a mio avviso più importante, è rilevare che l’autore, al di là da eventuali, estrinseci e posteriori stimoli ricevuti dalle sue letture e ricognizioni culturali, abbia messo mano alla scrittura del romanzo avendo già ben chiari e definiti i contorni e il nucleo della sua autonoma ispirazione, che datava da tempo. Autonoma ispirazione e motivazione esistenzialmente stratificate e irrobustite oltre ogni dire dai suoi interiori cimenti tra la naturale inclinazione alla fede e alle correlative credenze e la non meno indomita esigenza della comprensione e della trasparenza razionale in cui il Logos divino è infinitamente più elevato, decondizionato rispetto ai contenuti emozionali e a quelli fideistico – dogmatici e della cosiddetta tradizione, che hanno realizzato superbe costruzioni paradossalmente dedicate a dio attraverso l’interiore scissione della coscienza umana, sempre repulsa e dannata (sino a giorni recenti) quale aspetto giustificante e dirimente al di fuori di quell’ipse dixit dogmatico che ha reso la storia dell’occidente un ininterrotto calvario, salvo “auto includersi” nella salmodiante e beatificante dimensione para – ascetica che aveva operato a monte una scissione radicale dalle “cose del mondo” e perduranti ampie lobotomie della sfera coscienziale definitivamente inebetita e resa soggetta in tutte le manifestazioni più intime e più esteriori della propria individualità ex professo alla totalizzante lectio ex cathedra, lasciando la gestione del tutto a un fantomatico papa – re e ai suoi apparati burocratico – clericali o a figure concorrenti antagoniste e consimili, vere contraffazioni di ogni storica e primieva testimonianza del messaggio del Gesù sul quale non tanto, tantissimo  ma purtroppo poco ancora si sa, il quale però rimane da allora ad aleggiare ben al di sopra delle tante chiese che pretendono di giustificare la loro esistenza in funzione della loro più o meno esclusiva e pura continuità “cristiana”; Gesù che rimane ben al di sopra delle brume neotestamentarie e delle brume della storia antecedente, soprattutto quella relativa alla sua vita.
L’opera ci si presenta dunque come un romanzo storico che ci dischiude quasi per intero la vita sacerdotale del protagonista. Essa tuttavia va letta senza lenti di correzione contenutistica e storica, lasciando parlare solo il protagonista, ascoltandone tutta la sua narrazione, attraverso la completa sospensione iniziale delle proprie personali scale di valori e di idee, al fine di potere davvero fruire della genuinità dello spirito che pervade l’opera e del climax complessivo in cui vive e di cui si nutre il nostro protagonista. Pertanto, quanto poco prima ho qui delineato come rilievo critico in termini di netta avversione del contesto storico della civiltà occidentale “cristiana”, non può che essere correttamente decontestualizzato dall’apparato critico per chi ancora non ha letto il romanzo. Esso rimane come un voluto, graffiante stimolo da recuperare, per chi lo voglia, a posteriori, per adempiere la condizione non della fuga o del silenzio ma del confronto su spinosissimi aspetti su cui la cultura contemporanea ha messo la chiesa cattolica, tutte le chiese “cristiane” , la confessione israelitica davanti a specchi che le imprigionano e filtrano le loro plurisecolari auto-apologie pseudo veritative. Questo apparente scantonamento e dilungamento qui presentato è apertamente voluto in ottemperanza al coraggio intellettuale, civile e della sua fede dimostrato dall’autore nell’affrontare temi fino ad anni recentissimi sottaciuti o sviati dalla cultura e dalla stampa cattolica. Gli ultimi anni della vita delle comunità cattoliche, della chiesa e del suo apparato teologale costituiscono ancora qualcosa di appena abbozzato e di diafano. Bene dunque ha fatto l’autore nell’intrattenerci sulla questione della pedofilia, le cui dimensioni, assieme a quelle degli abusi sessuali di non pochi sacerdoti, affondano nei secoli, con la colpevole negligenze dalla coscienza civile e politica delle dell’autorità pubblica ”cristiana” e dei fedeli che prontamente e silenziosamente rimuovevano i casi calando la coltre del silenzio, sempre o quasi, determinando la consolidata prassi storica – avallata sin dai primi documenti di organizzazione ecclesiale dell’antico cattolicesimo – dell’intoccabilità de iure e de facto del sacerdote (un esempio? se un fedele rapiva una donna, era anatemizzato; se il crimine lo commetteva un sacerdote, subiva un blando richiamo).
Torniamo dunque al romanzo. Dai particolari e crudi riferimenti alla fanciullezza e alla prima adolescenza e alla vita seminariale, agli studi e agli interessi culturali durante la prima fase del sacerdozio, allargatisi a giro d’orizzonte durante il trasferimento e poi la vita trascorsa nella capitale, all’agognato e realizzato conclusivo ritorno, da anziano, nel paese natìo. Quello che viene a descrivere e a far rivivere Piccione, è un mondo che oggi quasi più non esiste, non solo per le radicali trasformazioni tecnologiche ed economico-sociali, per il nuovo e sempre cangiante standard civile, quello che i sociologi appellano in anglosassone lo standard della “way of life” e che coinvolge innanzitutto in maniera rilevantissima i ragazzi e i giovani. Un mondo quasi all’incontrario di quello di una volta, in cui i termini del dinamismo delle trasformazioni e delle mode innescati dai produttori d’immagini e di marketing mettono al centro dei loro target proprio i ragazzi e gli adolescenti, le nuove calamite dell’economia del largo consumo, i quali così diventano il vettore trainante del nuovo decisionismo familiare, di fronte a cui i genitori – impotenti, disarmati, spiazzati, comprensivi, condividenti? – in generale si adeguano, cercando soprattutto di salvaguardare i livelli di spesa in base alle possibilità monetarie davanti all’ininterrotta esposizione alle “esigenze” di acquisto.
E’ un mondo quasi totalmente scomparso perché, nel contesto storico-antropologico, ambientale e paesaggistico, poco o nulla è rimasto come era tra i primi anni cinquanta e i primi anni sessanta. Tutto ciò ha coinvolto, al di là dagli aspetti dogmatici e fideistici, anche la chiesa cattolica e la quasi totalità del clero e dei fedeli.
Ed è proprio nell’Italia di allora che è immerso l’incipit del romanzo, un’Italia che per quanto già soggetta a processi di ampia industrializzazione, si conferma agricola contadina, nella realtà quotidiana non solo dei borghi e dei paesini, ma anche delle cittadine e delle grandi città. Gli aspetti tipici del folklore e delle sue poliedriche manifestazioni e stratificazioni erano espressi dalla stragrande maggioranza della popolazione, al di là dell’appartenenza a questo o a quel ceto sociale, secondo i consueti modelli e travalicavano tranquillamente schemi e divisioni ideologici. E non vi è dubbio che l’espressione più immediata e palpitante di tutto ciò era espressa dalle campane delle chiese con i loro rintocchi per i funerali o gli scampanii prolungati e gioiosi per le messe e per le feste. Ancora, di più: il centro di tutto questo mondo era espresso dalle chiese e dal calendario religioso.
Le figure che trovano nuova vita nel romanzo sono tante e lo costellano di non infrequenti riferimenti artistici (pittorici, architettonici, musicali) culturali e storico- sociali e politici in cui si respira una dimensione con il   tratto peculiare della “sicilianità” e, per l’altro, verso, della romanità. Si aprono così  ulteriori afflati con le altre dimensioni europee recenti e meno recenti e con i nuovi aliti, dalla musica alla letteratura alla filosofia, pure accompagnati dalla nascita (non sempre fortunata di nuovi amori) tra figli della terra di Sicilia e quella di Germania. A testimonianza di queste fatti, l’autore intrattiene il lettore con particolare dovizia informativa e intensa commozione su di un personaggio già a lui molto caro, come dimostrano delle pagine della sua precedente produzione, personaggio al quale lo legano particolarissimi e importanti ricordi e avvenimenti di “prognostica” spirituale della sua fanciullezza e prima giovinezza. E, dall’alto canto, la storia di una delle figlie di Cosima Wagner, che sposò un nobile siciliano e venne a vivere ai piedi dell’Etna: qui Piccione ci dona ulteriori chicche di erudizione biografica che coinvolge il maggiore musicista romantico europeo con dei particolari aneddoti sulla “genesi” di opere wagneriane, avvenuta nei divini suolo e cielo siciliani, immortali topoi d’incantamenti e rapimenti estatici e sublimi, come già inquantificabili antecedenti di tantissimi geni della cultura di tutti i tempi avevano confermato e comprovato, dai tragediografi ellenici a Goethe e, con il finire negli anni della figliastra di Wagner, con il filosofo distruttore del nihilismo cristiano, con il suo martello della “morte di dio”, l’innamorato senza speranza di Cosima, colpito dalla folgore “che attende ormai”, con gli strazianti versi degli Idilli di Messina, Federico Nietzsche.
Una vita scandita dagli impegni religiosi a cui erano e sono chiamati il seminarista e il sacerdote, con le gioie dispensate dalle certezze della fede oltre le crepe dei dubbi che talora attanagliano e oltre i dolori che covano e a volte esplodono nella vita familiare: una fede schietta, prorompente dal cuore, vicino la quale nulla di quanto vi è di negativo sta ad infangarne l’integrità morale e spirituale. Una vita dedicata ai fedeli, ai parrocchiani, alle anime da purificare e da salvare, all’apostolato in nome della madre chiesa e di Cristo. Una vita completamente immersa nel trascorre dei giorni nei “toni” degli umori che il sacerdote deve tenere sempre elevati, di fronte a qualsiasi contrarietà e a quanto ascolta di incredibile in confessionale, addolcendo le disillusioni e i dolori nei colori e nei suoni dei fiori dei paramenti delle processioni degli inni e degli introibo, dalla messa recitata in latino e cantata in gregoriano sino al concilio ecumenico Vaticano II e quindi poi con la nuova tradizione in lingua italiana, e musiche con chitarre e batterie.  Una vita che pervade di appagamento profondo il senso di completa dedizione e che fa sentire il sacerdote, nella perfetta adesione alla dogmatica della sua fede, un portento sovrannaturale per i doni dispensati dal sacerdozio in funzione della missione dispensata dal Cristo dei concili e della susseguente dottrina teologica. Un vero taumaturgo, la cui opera attraversa i tre regni, come l’oramai dismesso triregnum papale. E ancora e non di meno, le molteplici inquietudini giovanili, il desiderio di immergersi nella lotta politica e sindacale quotidiana in cui proiettare con alacre fecondità i valori in cui crede e … le incomprensioni della gerarchia. Pagine, anche queste, che esprimono un’ottima freschezza espressiva e che si legano come opera narrativa alla storia degli eventi socio-politici degli anni ’50 – ’60 – ‘70, anni particolarmente critici per i profondi sommovimenti nazionali,che non furono affatto indolori.
Un romanzo che si legge in breve tempo e che al di sotto della godibilissima e trasportante scrittura cela neppure tanto velatamente le tinte forti implicate in molteplici aspetti, da cui si dipartano ulteriori canali di denso approfondimento, confronto, dibattito che rendono l’opera una cartina di tornasole davvero privilegiata per aiutare a comprendere senza alcuna presunzione quanto è accaduto e sta accadendo all’interno del corpo mistico di Cristo, almeno in riferimento ai suoi fedeli laici più critici quanto nondimeno osservanti, lungimiranti e prudenti, in questi ultimi decenni.
Nino Piccione con questo libro si conferma uno scrittore di razza, deciso e forse anche scomodo, non certo fuori tempo e fuori luogo, fortemente mosso dalla ragione e dalla fede di voler affrontare narrativamente temi e problemi che permangono aperti e perfino scottanti, legati alle sorti dell’uomo e al ruolo che nella sua vita possono avere “scale” assiologiche mosse da autonomia laica e non meno da inconculcabile vocazione religiosa. Egli ritiene di avere messo un punto fermo e forse conclusivo, con “L’odore della tonaca”, alla sua offerta di interrogativi e di serrati confronti a cui nessuno degli amici e dei tanti lettori ed estimatori può sottrarsi. E di averli indissolubilmente legati alla dimensione storica, dimensione in cui rifluiscono le molteplici storie e i molteplici volti così sottratti all’oblio del tempo, e non di meno le emozionanti, magnifiche pagine che rendono onore alla Sicilia e alla tradizione letteraria italiana. E lo fa confermando ancora una volta la scelta non della saggistica ma della narrativa, passione vissuta e strumento espressivo in un tutt’uno che gli consente di appagarsi di più nell’avvicinarsi alle vibranti sensazioni che il bello della forma esprime, e di fare appagare con lui i lettori. Ben nutrito, da sempre, della magica solarità mediterranea, anche qui riconferma quale forza assume la limpidezza del dire, ad onore dell’arte del bello, e sulla sua ara la depone, con commossa riverenza, da artista.
Nino Piccione, già giornalista parlamentare, caporedattore Rai e corrispondente di numerose testate, già direttore di una fra le maggiori riviste culturali italiane, “Idea”, oggi dirige la rivista “Scrittori Italiani”, organo del Sindacato Liberi Scrittori Italiani. Su di lui hanno scritto anche critici italiani di rinomata fama. La sua produzione, nata nell’ambito di una fortunatissima attività saggistico-politica, con i due best-seller “Un ministro tra Stato e violenza e “Uragano Lockheed”, da circa trenta anni affonda nell’ambito strettamente letterario, con opere di notorietà, come “Etneide”, “Ianua”, “Il nido della cometa”, “Il barone di Militello”, e, in particolare, “Vocazione uomo” che hanno avuto successo di critica, premi, e, soprattutto, di lettori.
Nino Piccione, L’odore della tonaca, pp. 167, novembre 2012, Bibliotheca Edizioni,Roma – Città del Sole S.a.s, Reggio Calabria, prezzo € 12,00.

 

“L’odore della tonaca”, il nuovo romanzo di Nino Piccione
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