Mini. Periferie & periferie. Disastri sociali e sciali partitocratici

14 Dicembre 2014

Mino Mini

Nota di Domenico Cambareri

 

Mino Mini è stato magna pars nell’analisi urbanistica e antropologica condotta su città e periferie nell’ambito culturale della destra, della destra sociale, specie su queste pagine e su quelle cartacee de il Borghese.

Destra sociale che ormai da lungo tempo  risulta essere oggetto poco comprensibile e nebuloso se non volutamente equivoco nella terminologia e nella geografica politico-parlamentare europea, e non più e non solo italiana, divenuta parte affatto secondaria nella comunicazione politica e culturale internazionale. Di ciò  dovremmo  definitivamente prendere atto per coerenza e onestà  e  agire prima o poi con lineare consequenzialità per evitare di continuare a farci confondere con i (liberal)liberisti, i quali sono assolutamente irriducibili a noi. 

Nell’ambito di una destra così povera di uomini che rettamente pensano (nel numero e nella qualità) oltre che così tanto dispersa (per fortuna) sul piano politico-partitico e parlamentare, risulta ancora più significativo l’impegno che Mini ha in questi anni profuso. Egli ha delineato un quadro complessivo da cui emerge un già consumato sconquasso politico-sociale in tutti i suoi complessi e relati aspetti urbanistici, politici, economici e sociologici e nel delicato e più complessivo spaccato antropologico e educativo ad essi sotteso.

Ne viene fuori uno squallore e un delirio in cui la pseudo “democrazia rappresentativa”, ossia l’onnivora partitocrazia rivela la profondità dei guasti arrecati all’ambiente e agli uomini.

La dimensione del fenomeno dei quartaroli romani periferizzati dal regime fascista a buon pro del recupero e della magnificazione dell’antichità archeologica imperiale nel cuore di Roma, associata all’insediamento degli edifici dell’architettura e dell’urbanistica fascista, dalla Farnesina e dallo stadio Mussolini a via della Conciliazione all’Eur, su cui la stampa peregrina e sciatta per settant’anni stolidamente si è aggrappata, costituisce un nonnulla al confronto. Senza dimenticare che i romani così pesantemente colpiti dall’azione urbanistica del regime fascista diventarono dei marginalizzati non per cinica deliberata scelta ma per un complesso di coincidenze e di susseguenze storiche sul piano economico  non preventivate dal governo di allora (guerra d’Etiopia, guerra di Spagna e poi il secondo conflitto mondiale e la sconfitta), che poi risultarono condizione irreversibile.

Grave, gravissima colpa fu semmai quella delle amministrazioni comunali capitoline degli anni del boom economico e poi ancora delle successive. Che abbandonarono definitivamente a un’infelice sorte la vita dei periferizzati privi di servizi e  che anzi accentuarono a dismisura il fenomeno submetropolitano della ghettizzazione sociale, diventata davvero si classista e, nel corso dei decenni, topograficamente, estesa a 360° attorno al gra della capitale. Quella che costituirà pane per i propri denti per  il realismo  cinematografico, per Pasolini,  per i saccheggi elettorali comunisti privi di concrete positive ricadute … tanto da moltiplicare e al tempo stesso celare alla pubblica opinione le condizioni emergenziali di questi quartieri. Vogliamo ricordare il centro di Roma trasformato in “salotto” dei ragazzi dei quartieri periferici ivi catapultati dalle giunte rosse negli anni ottanta con le demagogiche politiche nicoliniane?  Di questa gente, dicevamo, abbandonata in quartieri isolati, quasi sempre privata del soddisfacimento delle esigenze sociali primarie, iniziare da quelle igienico-sanitarie, scolastiche, dei collegamenti urbani. Sino ad oggi, ad esplosione a cielo aperto delle cuccagne delinquenzial-partitocratiche.  

Negli anni novanta, a Roma era stata avviata una complessa e delicata indagine giudiziaria sul davvero immenso patrimonio edilizio pubblico e sulle sterminate emorragie che lo dissanguavano. A Roma c’era e c’è una pletora sterminata di parassiti straricchi e ricchi, politici e politicanti, parenti e amici, subappaltatori del losco potere politico e dei loschi traffici, che ci ha vissuto alla grande. Che ne fu di quella indagine? Perché fu affossata?  Con i risparmi di cifre enormi e  da inserire nei bilanci annuali del comune, quante vecchie periferie si sarebbero potute risanare  e quante nuove periferie si sarebbe potuto urbanisticamente fornire di servizi sin da subito? Quante ragazzi e quanti ragazzi sarebbero stati tolti dalla strada, dalla prostituzione e dalla criminalità comune? Perché non ne fu avviata un’altra?

Facciamo nostre le coraggiose parole di Matteo Renzi, anche perché sono nostre da sempre: la premiata Ditta dovrebbe risponderne. Ad iniziare dai papaveri a parole sempre pro-poveri e marginalizzati. Ad iniziare dai baronipadroni Veltroni e da D’Alema – Domenico Cambareri

 

Il Borghese e l’indagine sulle periferie

SENZA ILLUSIONI.  Oggi – fine 2014 mentre scriviamo – i mutanti delle periferie estreme, soprattutto a Roma ed a Milano, si stanno ribellando allo stato di degrado in cui sono costretti a vivere e scatenano quelle che un luogo comune definisce “guerre tra poveri”. Stanno maturando le condizioni per una rivoluzione contro una classe politica corrotta e parassitaria preoccupata di succhiare quanto più sangue possibile dai mutanti? Non ci facciamo illusioni. Mino MIni

 

Mercoledì 9 luglio del 2008 si tenne a Roma un convegno ” Gli incontri della Destra” nel corso del quale Claudio Tedeschi “puntò il dito su quello che è, sicuramente, un traguardo da realizzare: la riscoperta delle periferie”. Da allora fino ad oggi, il Borghese ha sviscerato il problema delle periferie individuandole come ” fenomeno tutto moderno dovuto alla frammentazione dell’unità dell’esistenza… [che]…identifica tutto ciò che risulta marginale alla città intesa come espressione concreta, tangibile della civiltà” .Le individuò, altresì,come ” fascia di confine di un insediamento la borderline, abitata da una specie antropologicamente mutante, il borderer, l’abitante del confine, la vittima inconsapevole della pianificazione urbanistica”. Questa “specie antropologicamente mutante” che abita le nostre periferie, in specie quelle più estreme, altro non è che la creatura del totalitarismo economicista che l’ha forgiata come “schiava post-moderna”,le ha sradicato ogni identità di tipo tradizionale condizionandola a divenire un insieme di atomi indifferenziati sollecitati da bisogni indotti e pertanto soggetta a reagire solo per suggestioni emotive suscitate ad arte. Oggi – fine 2014 mentre scriviamo – i mutanti delle periferie estreme, soprattutto a Roma ed a Milano, si stanno ribellando allo stato di degrado in cui sono costretti a vivere e scatenano quelle che un luogo comune definisce “guerre tra poveri”. Stanno maturando le condizioni per una rivoluzione contro una classe politica corrotta e parassitaria preoccupata di succhiare quanto più sangue possibile dai mutanti? Non ci facciamo illusioni. Non c’è una presa di coscienza della propria condizione di schiavitù , non vi è l’esigenza di riscatto dalla stessa, ma solo passiva accettazione dello stato di emarginazione purché liberato dalla convivenza conflittuale con i “diversi”. Nessuno sembra rendersi conto del condizionamento ambientale cui vengono sottoposti questi mutanti da una astratta e perniciosa situazione urbanistica ed edilizia che relega alla subalternità sociale gli abitanti delle periferie estreme rispetto a quelli delle periferie della speculazione che costituiscono più del 90% della città edificata. E’ comprensibile: la prima fase di ogni rivoluzione, di ogni grande cambiamento, è antropologica. Se non c’è il superamento dell’attuale condizione di servitù, se non c’è un grande cambiamento culturale, non potrà esserci riscatto e tantomeno rivoluzione.