REFERENDUM: DA DESTRA A SINISTRA PERCHE’ VOTARE SI

28 Novembre 2016

Domenico Cambareri

Meglio tardi che mai. Meglio poco al posto di niente.

Un poco che nel cronico, paralizzante contesto della partitocrazia italiana rappresenta già tanto, tantissimo.

Mangiati ancora pane scurdatu?

Ovvero: la smemoratezza dei tanti e il profittevole immobilismo della partitocrazia

Qui non si sta parlando delle balle di Renzi ma delle super balle e dei super fallimenti di tutti quelli che lo hanno preceduto e che oggi gli sbarrano la strada come immacolati e impavidi salvatori.

Senza memoria delle vicende politiche recenti e meno recenti e senza comprensione degli avvenimenti non si va da nessuna parte, si rimane nelle mani di questi impavidi scellerati che mai si fanno da parte.

PER IL REFERDUM PRO O CONTRO QUESTA MINI RIFORMA COSTITUZIONALE BISOGNA RAGIONARE con sobrietà e dignità civile, con probità, a prescindere dalle posizioni dettate dagli ordini di scuderia, da mere speculazioni personali e partitiche, dalle antipatie e dalla potente reattività passionale. E’ necessario pervenire all’assunzione di diretta responsabilità politica da parte degli elettori. Perché il risultato del referendum avrà diretto impatto sulla loro vita di tutti i giorni.
Assunzione di responsabilità che in particolare costituisce una conditio sine qua non per svolgere con coerenza e con fondata credibilità qualsiasi attività politica rappresentativa. Assunzione di responsabilità invece sempre colpevolmente negletta dalla quasi totalità dei componenti delle camere e dei governi. Per non parlare dei componenti dei consigli e dei governi regionali, ove è spesso prevalsa la regola selvaggia del conseguimento del profitto personale, partitico, clientelare, della concussione, della corruzione.
Quando Renzi ebbe a sfidare le opposizioni esterne e interne, all’inizio di questa vicenda politica, affermando che era pronto a rimetterci la sua faccia e il suo ruolo, quelli della presunta destra e pure Grillo e tutta l’ulteriore variegata opposizione alla riforma costituzionale, tutti costoro non avrebbero dovuto accettare questa squallida sfida.
Essi avrebbero dovuto rispondere senza mezzi termini che il referendum sulla riforma costituzionale era ed è uno strumento atto a fare scegliere con cognizione su un tema di assoluta centralità e non uno strumento di verifica elettorale e di prova plebiscitaria a suo pro.
Avrebbero dovuto rispondere che a loro la sfida sul filo del più demagogico e vieto personalismo non interessava, essa era anzi priva di legittimità politica e che perciò questa sfida era inaccettabile se non ripugnante. Essa non costituiva una manifestazione di crescita civile e di maggiore consapevolezza politica.
Invece, essi, incoscienti non meno di Renzi, raccolto il guanto,  sono partiti per la guerra. Una guerra non meno demagogica, strumentale. Una guerra diventata ancor più triviale e nefasta.
Una guerra che riconferma come e quanto l’ancora abbozzata presa di coscienza da parte delle classi partitiche in merito alla loro diretta responsabilità politica (sistemicamente “deresponsabilizzata”) in merito alle sorti della Nazione sia rifluita di botto nell’alveo della più deleteria lotta partitocratica.
Scontro partitocratico che ha costellato con interminabili stagioni tutta la nostra storia dalla fine del secondo dopoguerra con un crescendo ininterrotto. Salvo il breve interludio dell’ascesa di Berlusconi e la breve e fragile affermazione del principio della bipolarità e della corretta competizione atti a realizzare un non azzoppato ma ancora incompiuto metodo democratico basato sul legittimo e condiviso concetto dell’alternanza alla luce dei risultati elettorali. Perdi più, in seconda battuta arricchito del premio di maggioranza al fine di garantire una sicura governabilità di legislatura e un maggiore affrancamento dagli agguati parlamentari.
Una pietra miliare che avrebbe dovuto costituire una svolta determinante atta a dare ulteriore sviluppo alla crescita politica nazionale attraverso il passaggio nell’ago della cruna, ossia attraverso il superamento dell’intangibilità del ruolo dei partiti di fatto (e di “diritto”) posti al di fuori e al di sopra della Costituzione. Una pietra miliare che avrebbe dovuto porre riparo ai vecchi e ai nuovi guasti (questi ultimi avviati in pari tempo con le infrenate corse al federalismo più corrivo e predatore) attraverso la tanto attesa realizzazione di una profonda riforma dell’assetto costituzionale. Riforma chiaramente improntata a un maggiore peso dell’esecutivo e in particolare del presidente del consiglio (che da allora, nella vita di tutti i giorni, in base a tali quasi generalizzate aspettative, del tutto impropriamente è stato chiamato premier).
Nel cercare di dare condizioni di più credibile e responsabile governabilità al Paese, si era giunti, da destra e da sinistra, perfino a preparare il listoni alla “fascista” (regime che, a confronto, fu molto più coerente, trasparente e lineare in tutto e per tutto), ad abbattere le liste circoscrizionali con diritto di scelta di più candidati e ad introdurre nei listoni il borsino e i collegi uninominali. Definitiva affermazione di apoteosi e di onnipotenza delle segreterie dei partiti, alla faccia dell’estesa corruzione elettorale (da esse denunciata) insita nella fisiologia stessa delle scelte del corpo elettorale, cioè dei cittadini, il cui ruolo intangibile è oggi all’improvviso platealmente esaltato fino all’inverosimile.
I protagonisti di questi avvenimenti di ieri e di oggi sono in gran parte gli stessi. Ci sono quelli che risalgono perfino agli settanta – ottanta, ad iniziare da Ciriaco De Mita e da Crino Pomicino, co-artefici dello sfascio politico e finanziario dell’Italia.
Sfascio che sta alla base di tutte le ulteriori vicende degli ultimi cinque lustri. Sfascio che è stato letteralmente rimosso dalla memoria lobotomotizzata degli italiani.
Invece, dicevamo, l’opposizione è partita la guerra , una guerra nefasta contro gli interessi generali di tutto il Paese e di gran parte della popolazione. Interessi sempre mai tutelati, sempre calpestati dai governi centrali, da quelli regionali, dal sistema fallimentare e criminale della partitocrazia (non della democrazia).
In questa tornata referendaria, Grillo e Berlusconi, ciascuno in riferimento alle prospettive che dice di portare avanti, per quanto in maniera molto diversa, hanno perso davvero un’occasione storica. Dovrebbero stare a mangiarsi la lingua e le mani, anziché continuare a declamare in vaniloqui di ripiego. E a condividere il no con la parte più retriva, clientelare e classista del Paese: quella dei gradi feudatari dell’ex PCI, che hanno sempre vissuto sullo più squallido e depravato sfruttamento ideologico dei ceti subalterni e marginali; e che sono riusciti, coriacei, a soprvvivere a ogni trasformazione del panorama partitico della sinistra.
I “leader” politici del no stanno agendo come e peggio di come agì il PD di D’Alema e di Bersani contro la riforma costituzionale varata dal governo Berlusconi e dalla sua maggioranza . Mutate per alcuni di costoro le parti, la scena è dunque sempre la stessa, ma pure sempre più cruda, vaniloquente e distruttiva.
Se si vuole battere Renzi, se si vuole battere la sua formula politica e la sua incauta e perfino incontenibile  ingiustificata baldanza, la sua compagine governativa e le pessime leggi (scuola e burocrazia e dirigenza, ad esempio), lo si batte, lo si battono alle elezioni politiche. Questo è il luogo deputato nel corretto gioco politico, che rispetta e salvaguarda innanzitutto gli interessi nazionali dalle risse strumentali e dai sporchi giuochi di chi su questi scempi ci ha vissuto e ci vive ancora alla grande.
Le multicolori opposizioni stanno giocando sporco. Sono unite solo su questo. Per tutto il resto, sono in aperta lotta fra di loro e me che mai si preoccupano di avere cura delle necessità reali del Paese.
Chi ci guadagnerà dalla vittoria del no? Tutto questo variegato mondo del malaffare politico, tutti questi immacolati capi e capetti incapaci inetti corrotti fino ai livelli più inverosimili dell’indecenza umana. Alla grande! Continuerà la cuccagna alla grande?
Con onestà, è da affrontare con spirito libero e senza pregiudiziali partitiche e ideologiche e vuoti slogan. Per questo, riteniamo che sia corretto votare per il si.
Siamo al terzo governo presidenziale. In un regime partitocratico che ha sempre calpestato e deriso la Costituzione. In un regime partitocratico in cui i leader del più potente partito, la Democrazia Cristiana, avevano declamato che il ruolo del Presidente della Repubblica fosse quello di mero notaio alla mercé delle volontà e delle lotte delle segreterie politiche. Chi se lo ricorda più?
Chi, fra politici e politicanti e politologi e giornalisti e storici lo scrive lo dice lo ricorda?
La realtà del contenuto costituzionale, per fortuna, era radicalmente diversa.
Pur in presenza di un articolo (il 49) che indicava patentemente la fralezza generale dell’impianto costituzionale lasciato in mano a soggetti legibus soluti; pur in presenza della non democraticità e della fattuale surroga esercitata a danno della Costituzione dai partiti e da chi aveva messo in opera storicamente questo scellerato killeraggio (CLN), il ruolo del Presidente della Repubblica, dinanzi alle eccezioni rappresentante dalla completa paralisi operativa del sistema “partito”cratico, e di fronte al fallimento del suo ruolo di soggetto conciliatore e dirimente pro bono pacis, è quello di supremo soggetto decisionale.
Il suo ruolo è di garanzia attiva, è decisionale. Dalla sua volontà nascono i governi di salute pubblica, anche se essi rispondono al parlamento partitocratico.
Non stiamo naturalmente qui a disquisire sulle scelte operate dal presidente della Repubblica pro      tempore. Apriremmo interi capitoli che risulterebbero fuori luogo e atti a depistare e a non aiutare a focalizzare quanto è qui sul tappeto. Certo è che in tali condizioni noi, nell’assolutamente impossibile ruolo di Napolitano, avremmo agito in maniera analoga. Ogni decisione di tal fatta comporta valutazioni gradimenti scelte che in ultimo, dopo vagli e setacci anche in parte condivisi con gli attori-principe delle sarabande parlamentari, rimane affatto discrezionale.
Se si vuole abbattere il varo di governi tecnici eccezionali o di salute pubblica o presidenziali (nella realtà delle cose, essi spesso sono sinonimi, come in questi casi), governi che non hanno l’esigenza di ricorrere a misure di restrizione delle libertà politiche e civili dei cittadini e della vita partitica ma hanno la necessità di garantire l’amministrazione del Paese e la cura degli affari internazionali; se si vuole dunque abbattere il varo di ulteriori governi presidenziali perché i capi delle opposizioni non hanno scelto un confronto improntato a maturità politica e al rispetto civile?
Forse perché per loro la posta in gioco è enorme?
Oggi più che mai nella nostra vita è da osservare e da adempiere, con la già richiamata assunzione di responsabilità, il principio del concorrere sul piano civile alla realizzazione del bene comune. Il bene della società in cui abbiamo scelto di vivere, in cui siamo nati, in cui molti di noi hanno generato.
Una “scelta” in apparenza moralista, impolitica, minimalista, perfino ipocrita, ma davanti … davanti a cotali incontenibili disastri, di fronte a cui l’intera classe politica non può chiedere giudizio d’appello, essa invece ci rimette in giuoco con il massimo della responsabilità personale. Non possiamo ignorarla per malcelata paura o per superficiali esemplificazioni della complessa e difficile realtà in cui viviamo, o per dare ancora credito ai capi partito e ai capi bastone, altrimenti rimaniamo nell’ambito degli escamotage esistenziali e dell’asservimento clientelare e della subalternità morale e civile.
Una scelta che riguarda tanto i cittadini che si ispirano (quanti fra di essi solo a parole?) alla destra sociale quanto i cittadini che continuano a rimanere raccolti attorno a un mobile para liberalismo europeo alla Berlusconi quanto quelli che hanno pensato di trovare delle spiagge di salvezza nella deleteria “protesta” con tanto di esercizio di potere peggiore degli altri quale è quella dei leghisti quanto quelli che hanno intravisto nella protesta organizzata e propositiva dei 5stelle possibilità di valide soluzioni quanto quelli del variegato centro e delle opposizioni interne al PD a maggioranza renziana e delle sinistre ad esso esterne non meno succubi di egemonismi padronali interessati e pseudo ideologici, quanto a quelli vicini all’oramai insignificante (per fortuna) Casini, che si parano entro un temporaneo salvifico si.
Altrimenti, si vuole continuare a preferire questo stato di cose a una riforma che (pur lacunosa e che in più punti da questi o da quelli e da altri ancora come da noi non è condivisa) produrrà comunque sin da subito effetti virtuosi e certi ?
A che pro?
A pro del a scusa di volere una riforma costituzionale in tutto e per tutto valida ma più in avanti  … più in avanti di qualche mese di qualche anno di qualche decennio o forse mai più? E valida davvero con la condivisione di tutti? Si può essere davvero creduloni al punto tale da farsi qualificare come cocciuti stupidoni?
A pro dei boiardi leghisti e dei feudatari del PD?
E’ forse un caso il fatto che la stragrande maggioranza degli ex parlamentari e ex assessori e ex consiglieri regionali e di quelli in carica è contraria? E’ forse un caso che le sterminate clientele che traggono profitti enormi e le aziende compartecipate (vero fulcro dell’arricchimento illecito e della depredazione pubblica) vivono attraverso la degenerazione completa del sistema regionalistico sono nemiche giurate della riforma?
Bisogna per forza dare credito a D’Alema Fini Brunetta Berlusconi? A quelli che hanno sempre fallito (a voler essere due volte buoni) per un motivo o per un altro? A D’Alema, l’acido sprezzante, l’illuminato pugnalatore, l’ultradecisionista che mandò i nostri piloti a bombardare la Serbia senza neppure andare in parlamento? A D’Alema, che sin da giovane ha trascorso la sua vita in parlamento e che ha presieduto l’ultima commissione bicamerale per la riforma costituzionale? A D’Alema, che ha prodotto l’unica volgare, corriva riforma costituzionale con cui con l’abrogazione dei controlli sulle spese delle amministrazioni periferiche si dette il via all’ulteriore deriva delle spese parassitarie e incontrollate degli enti locali e all’inconcludenza dei sindaci-sceriffi voluti da Bossi, Berlusconi, Fini?
Ci dobbiamo dunque tenere la riforma Dababe (D’Alema-Bassanini-Bossi) con l’orribile voragine che produce il titolo V da loro modificato e con l’ulteriore, estrema accentuazione della potestà concorrenziale fra Sato e regioni?
Perché Salvini non ha proposto simili cose a Trump per farle attuare negli USA, Stato federale? Perché lo avrebbe preso a calci in culo e lo avrebbe mandato a marcire a Guantanamo con il compare Bossi?
 
Qui da parte nostra non si tratta di incredulità cronica e di mancanza di fiducia, ma di cauto e sano realismo. Bisogna per forza dare credito a costoro? Perché mai? Non sono stati per anni i protagonisti delle scene politiche e delle decisioni assunte dai governi che hanno guidato o in cui hanno svolto ruoli di primo piano?
Bisogna votare no solo per odio verso Renzi? Solo perché la sua banda si è beffata delle loro bande? Perciò quella di Renzi è la peggiore banda?
Perché allora prima non si applica un metodo comparativo sulla inefficienza e sul grado di eversione democratica (nel rapporto fra in-azione legislativa e di governo corriva azione legislativa e di governo e corruttele promosse /coperte e durate temporale e profondità dei guasti prodotti rispetto al mancato e/o evaso adempimento costituzionale a pro del benessere sociale e della Nazione)?
Tuttavia, tutto questo, anche se valido, non ci allontana dal reale contesto su cui siamo chiamati a esprimere il voto?
 
Bisogna focalizzare e contestualizzare le motivazioni del si quasi esclusivamente sui benefici che il blocco della regionalizzazione spinta e dello smembramento burocratico nazionale produrrà sulla vita dei cittadini.
Benefici immediati nella sanità, nei trasporti “trans regionali” e speciali, nelle infrastrutture strategiche (porti, aeroporti, autostrade, elettrodotti, siti produttivi di primaria importanza), nella maggiore equità retributiva fra la stessa classe politica centrale regionale e periferica (con il dimezzamento o quasi delle retribuzioni dei “parlamentari” regionali), nella fine dell’assurda potestà concorrente fra Stato e regioni e sull’obbligo di doversi il governo centrale confrontare su queste spinose materie con la conferenza delle regioni e con ciascuna singola regione e nel dovere frequentemente aspettare le sentenze della consulta, il tutto a danno di una celere, solerte, feconda amministrazione del Paese il più possibile omogenea e garantista degli interessi collettivi, delle classi lavoratici, delle fasce più deboli. Nel susseguente ineliminabile taglio degli enormi interessi che alla luce del sole e nelle catacombe connettono le “partecipate” alle famiglie alle parentele alle amicizie alle clientele dei consiglieri e degli amministratori regionali e dei loro staff, agli apparati di partiti e di sindacati che nelle realtà politiche regionali vivono spesso in condizione di onnipotenza.
Questi aspetti sono centrali e non minori rispetto a quelli che introducono un sistema monocamerale corretto o bicamerale non paritario, sistema che (con tutte le riserve possibili e immaginabili, anche e non ultime le nostre) comunque e finalmente pone termine al bicameralismo perfetto di cui sino a pochi mesi fa gli scriteriati scimmiottatori del PD alla Bersani e non di meno altri sparsi nei più diversi lidi politici hanno innalzato le lodi alla “più bella costituzione del mondo” (vero Bersani, demamogo senza pari e ottimo crivellatore del Berlusconi che affondava l’economia con il boom dello spread grazie all’orchestrazione della banda con te in sintonia?).
In ogni caso, la riforma del senato ha recepito influssi che, ancora una volta a prescindere dalle nostre personali scelte, provengono da assetti costituzionali di altre Nazioni, come ad esempio la Francia; Nazioni in cui la stabilità legislativa e governativa è ben provata: influssi che già in precedenza da protagonisti dell’odierno no erano stati indicati in maniera positiva.
Desideriamo tralasciare gli altri aspetti non perché di insignificante importanza, come quello della regolamentazione del regionalismo sulla base di un impianto di valutazione che premia le virtuosità e blocca le inefficienze. E’ altresì superfluo dibattere sul non avvenuto spacchettamento dei quesiti referendari, spacchettamento da noi condiviso, visto che la Corte costituzionale ha rigettato questa possibilità.
Nulla innova, questa mini riforma, in merito ai poteri del presidente del consiglio e del presidente della Repubblica. Per il resto, se vince il si bisognerà avviare la seconda stagione di riforme costituzionali, superando i contrasti su più punti che sussistono su quella su cui stiamo per andare a votare. Allora si che si vedrà la reale volontà di partecipazione e condivisione dei lavori da parte delle attuali opposizioni, al fine di arrivare a una più profonda e articolata riforma costituzionale. Riforma in cui le professioni possano rientrare dalla porta principale dopo che a loro fu sbarrato il passo nella costituente e poi ancora dopo che il pur asfittico CNEL non fu messo in condizione di operare dai partiti e dai sindacati e fu tenuto come una delle tante camere di compensazione in cui inserire le nomenklature parassitarie del regime partitocratico, quasi sempre per pappare. Sino a d oggi.
Bisognerà inoltre porre in modo lapalissiano nel testo ruolo e compiti dei partiti (cosa su cui questo governo ha prodotto una legge abbastanza valida) e chiudere le disposizioni transitorie e finali; bisognerebbe altresì partire finalmente con l’attuazione della vigente Costituzione in merito alla personalità giuridica dei sindacati e non vulnerala ulteriormente a proprio piacimento.
Dall’esito di questo referendum, si potrà dire con fondata cognizione se i cittadini italiani hanno continuato ad abolire il principio di causa – effetto nelle disgraziate vicende politiche della loro società oppure hanno cominciato ad applicarlo e se in pari tempo hanno deciso di dedicarsi a degli esercizi mnemonici per non continuare a vivere da smemorati e da sprovveduti alla mercé di queste bande partitiche che vivono con assoluto sprezzo il ruolo rappresentativo che esse dovrebbero ricoprire, e che facilmente, in pochi mesi, sono pronte a farsi fagocitare dall’ebbrezza che l’esercizio del potere ingenera (caso esemplare fra gli ultimi: quello di Alleanza Nazionale).
Se vincerà il no, tutto rimarrà in alto mare. Le emorragie incontenibili delle regioni continueranno a imperversare, assieme alle inefficienze e alle corruttele, alla faccia degli interessi da salvaguardare dei figli dei nipoti e dei pronipoti. L’inefficienza parlamentare rimarrà tale e quale, le lotte partitiche diventeranno ancora più aspre, imponendo un dissanguamento pre-elettorale senza pari. In Europa e a livello internazionale risulteremo sempre meno credibili anche in riferimento alla capacità di poter reggere l’onere di un indebitamento pubblico inarrestabile a fronte di sempre più accentuate diseguaglianze sociali e economiche; indebitamento che perdurerà per tutto il secolo, sbraitando o meno gli slogan sui poteri forti che certo non rifiutarono di appoggiare i D’Alema e i Berlusconi.
Tutto questo sarà davvero nel nostro interesse o in quello dei “voltaggabbana” dei fratelli leghisti & pseudo camerati: è falso, gridarola meloncina bella?
Se lo vorranno davvero, i signor no che affossano da sempre l’Italia, allora chi li rappresenta si siederà al successivo tavolo di riforma costituzionale con convinta e suadente partecipazione. Non si scappa da questa esigenze, se si vuole abbattere quanto oggi ci troviamo a dover scontare. Siamo davanti al muro delle scelte e davanti agli osservatori di tutto il mondo. Piaccia o non piaccia a D’Alema, Bersani, Salvini, Berlusconi, Grillo. Di quelli a noi più vicini non è proprio il caso di parlare, salvo esclamare: << Che miseria! >>

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