Premio Capo Circeo. La Vision geopolitica d’Eufrasia oggi (prima parte)

20 Gennaio 2022 Fonte: Premio Europeo Capo Circeo

Premio Capo Circeo

EDITORIALI E ARTICOLIFINALITÀ

2022. UNIONE EUROPEA E EUFRASIA. I GIA’ DIFFICILI DOMANI. QUALI PROSPETTIVE E SCELTE?

PUBBLICATO IL 16 GENNAIO 2022ADMIN

15 GENNAIO 2022

PRO EUFRASIA 

Il nostro ruolo e la nostra azione – EUFRASIA e Unione Europea – Uno sguardo sul mondo: i drammi dell’incapacità europea – Egemonismi e amici poco amici – Europa senza difesa: fra sciovinismo francese ad oltranza e ombrello nucleare USA? – Inettitudine intra EU degli altri attori europei e degli italiani in particolare – Russia, non Russia: il falso dilemma e il ricatto americano – Iniziativa europea, ecumene eufrasico e rilancio dell’alta tecnologia – USA: democrazia e liberalismo: fra realtà e romanzo –  La sponda inglese prima e dopo la brexit – La grande iniziativa USA e il rilancio delle guerre stellari: il terzo tempo, dopo la bomba a neutroni e la caduta del sovietismo, la falsa atomica di Hussein e il dilagare nel Vicino e Medio Oriente –  Uffici NATO nei Paesi asiatici dell’area eufrasica e accerchiamento di Mosca – Le due sponde dell’Atlantico: europei destinati di loro ‘voglia’ alla sudditanza? – Il tramonto dell’egemonia mondiale degli USA e la sopravvivenza cultura e politica di EUFRASIA.

Prima parte.

Il nostro lungo silenzio relativo agli avvenimenti di più saliente rilievo durante tutto il 2020 e soprattutto durante il 2021 ha tutta una serie di motivazioni, raggruppabili in un comune fattore.

Esso è costituito dalla doverosa, paziente, attenta osservazione del movimento di onde lunghe e non solo lunghe, le cui propagazione e espansione frastagliate sono avvenute e stanno avvenendo secondo modalità difformi e pure sovrapponentesi, non prevedibili con alta precisione e spesso con nessuna precisione. Quantomeno in riferimento a tutti gli epicentri geo-antropico-economici colpiti e talora anche travolti con rinnovata forza distruttiva dagli eventi di questi moti ondosi geopolitici. Infatti, l’appello all’esercizio delle virtù del non coinvolgimento emotivo, della sagacia e della prudenza non è sempre consustanziale al conseguimento sul campo di un accettabile grado di previdenza e previsione delle più svariate possibili conseguenze di fronte a così molteplici e ripetuti maremoti e disastri umanitari e le loro necrosi politico-economiche, anche alle porte dell’UE e ben dentro l’estensione di EUFRASIA o lungo i suoi limes orientali. Palestina, Libia, Siria, contesto pontico-caucasico e contesto russo-ucraino, Afghanistan e secolare assedio e spoliazione delle regioni del Golfo persico-arabico. Quando si osserva che i giochi diplomatici possono involversi e scadere in matasse che non presentano vie d’uscita…!

Tutto ciò è pure giustificabile dal fatto che queste investigazioni, comprensioni e spiegazioni non hanno mai cercato e non hanno mai fruito e non fruiscono di fonti riservate di prima o seconda o terza mano provenienti o trafugate a organizzazioni pubbliche o in qualità di clienti di centri di ricerca particolarmente dedicati. Fanno naturalmente eccezione la fruizione intellettuale, resa di dominio pubblico mondiale, di documenti legati alla diffusione della NON trasparenza di durevoli e gravissime attività occulte contrarie allo spirito e spesso alla lettera dei maggiori trattati, a iniziare da quelli vigenti alla base e in sede ONU. Attività in cui Stati Uniti e Regno Unito primeggiano da decenni assieme alla Cina.

Inoltre, non è da sottacere che le preminenti finalità del PECC vadano preservate con maggiore coerenza e determinazione proprio durante le manifestazioni di tali scenari di diffusioni di crisi quali: – accentuazioni delle fratture contro la coesistenza di Nazioni e di popoli e contro le intese commerciali su basi eque e dunque di leale reciprocità; sconvolgimenti politici interni indigeni o pure eterodiretti, di natura ideologica, etnica, religiosa, economica o frutto dell’interazione di più fattori dominanti.

L’esigenza del volare alto non può essere piegata alle pur necessitanti motivazioni del richiamo a un coinvolgimento diretto, pure a causa delle gravi problematicità e drammaticità delle situazioni in campo. Farlo, equivarrebbe a vulnerare la lenta e instancabile perseveranza per il raggiungimento degli obiettivi di EUFRASIA.

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EUFRASIA: l’obiettivo di diffondere la sua natura di primario traino ideale quanto il principio necessitante di prognostica e esigenza di visione della proiezione storica a medio e lungo termine, volta perciò non solo alle prossime e meno prossime prospettive dei popoli a cui primariamente questo concetto si riferisce, quali propulsori e moltiplicatori di energie creative e aggregatrici e assimilatrici, non può rimanere impigliato nell’intricato caos delle reti e delle matasse delle diffusissime e diversissime contrarietà in cui si dibatte il presente delle realtà geopolitiche mondiali, in particolare a causa delle strategie non palesi e palesi delle onde medie e brevi e frastagliate messe in opera dagli attori che dominano le scene e le dinamiche internazionali.

E’ pure vero che questa condizione non possa essere intesa e vista come un rinchiudersi in isolamento in cima a una torre d’argento. In tal caso, essa rischierebbe di isterilirsi e fossilizzarsi. Natura ideale e prognostica agiscono secondo logiche che sul piano temporali sono molto ampie. Non possono essere contenute, auto-contenute entro un pur prolungato processo psicologico di attesa della conclusone di eventi in atto, siano essi estrinseci o, a maggior ragione, di contenuti e finalità contrastanti e apertamente avversi alla fecondità dei nuclei ideativi, laddove questo processo psicologico sia incentrato su basi di esperienze individuali.

Non può quindi essere disattesa l’esigenza chiarificatrice di prendere atto delle dinamiche internazionali che si muovano e che si muovono lungo linee di forza che provochino e provocano attriti e alterazioni più o meno accentuate dei contesti geopolitici a detrimento dei contenuti eufrasici e delle loro finalità di fecondazione neo-statuale. Esigenza di doverosa azione valutativa e di correlative determinazioni, di prese di posizioni trasparenti e pubbliche, senza però farsi trascinare dentro dis-funzionali polemiche. Sarebbe chiudersi in un circolo vizioso.

Prendere atto e esprimere valutazioni e giudizi su dinamiche che si muovono e provocano e impongono la messa in discussione e la denegazione della validità dell’ideale eufrasico si. Prendere posizione, non prendere le armi per andare a combattere un’impossibile e insostenibile e fantomatica guerra.

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L’Unione Europea, pur con tutti i problemi, le inadeguatezze e le incongruenze di nascita e di crescita che si trascina e che ulteriormente si crea e crea, rappresenta il punto di partenza non azzerabile e di non ritorno.

Essa, la sua Convenzione, può e potrà essere rivista in profondità, anzi lo si dovrà fare. E’ questione di tempo, anche se il tempo rema contro. Anche se il passaggio all’ulteriore e conclusivo gradino superiore rimane lungo la linea dell’orizzonte.

Questo concerne pure e soprattutto una questione di crescita culturale e politica al di fuori e al di sopra degli schemi ideologici entro cui è nata e si è malamente sviluppata. Un variegato insieme di problemi e di mali da cui a monte si evince un grado di maturazione politologica rimasto bloccato per l’inerzia e per la subalternità dei think thank  europei, di qualsiasi nazionalità europea. Un vero nanismo culturale e una subalternità psicologica e politica fino ad oggi prevalsi e né più né meno statuiti nei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico.

Le recenti decisioni assunte dalla Commissione Europea in merito alla r&s nel cruciale ambito della politica della difesa, un’assoluta e importante novità in seconda battuta ridimensionate, presentano in modo incontrovertibile le fragilità, le limitatezze e perfino le incapacità europee di potere affrontare le problematiche dello sviluppo di una difesa comune. 

Per quanto oramai tutti i soggetti (Stati e governi, ministri, parlamenti, ambasciatori, ammiragli, generali, finanzieri e capitani d’industria, teorici della geopolitica) ad eccezione di quelli francesi e dei fuoriusciti inglesi, abbiano preso atto che la ‘presa in carico’ dell’UE di questo cardinale fattor comune rappresenti non più un ma il dato primario essenziale e inevadibile.

Ai limiti del bon ton e con più veracità della feluca diplomatica, e detto in termini non poco commendevoli ma scherzosi, tutto ciò può essere rappresentato da dei flash comprensibili nel linguaggio popolare che qui osiamo lambire: un francese socialista o comunista non solo agli occhi di un italiano risulterebbe uno sciovinista ultranazionalista, un italiano agli occhi di non pochi europei risulterebbe un disfattista e uno scroccone, un tedesco socialista un guerrafondaio mimetizzato, un inglese sarebbe visto come un allucinato in preda a fantasticherie di supremazie neocolonialiste specie dopo brexit, un olandese o uno scandinavo come beato dell’eden del benessere materiale. E via di seguito sul nazionalismo polacco, sulla rassegnata e marginale autosufficienza portoghese e via di seguito ancora, sino all’autodisruzione russo-ucraina ben eterodiretta.  Dati empirici che possono trovare molteplici riscontri e non ma che nella sommatoria generale risulterebbero frutto di cliché, luoghi comuni e detriti psicologici (e di psicologia storica, già ante litteram condensati da Francesco Bacone) che sono presenti pure nell’animo di molti rappresentanti dei diversi popoli dell’UE.

Ecco allora che le incertezze e inadeguatezze intraeuropee diventano vuoti incolmabili o finora mai visti e misurati.

Ecco allora pure i limiti con cui era intesa l’Unione in buona misura dai governanti e dai parlamenti inglesi e lo è ancora da quelli francesi, primariamente, assieme a non pochi loro ambasciatori, generali, ammiragli e capitani d’industria. Ecco l’abulia e il vuoto italiano e spagnolo, ecco le pretese settoriali della Polonia…

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Può davvero esistere, può davvero essere concepita l’Unione Europea quale realtà statuale sovrana priva di una sua politica estera e di difesa comune?

Può sussistere una politica di difesa europea o di stretta integrazione delle sue forze operative di punta e logistiche senza quantomeno lo strumento della deterrenza nucleare quale essenziale minus rispetto alla più articolata NBCR?

E’ la Francia che dovrà esercitare in esclusiva il possesso e l’operatività della forza nucleare? E del suo impiego? Lo stesso dicasi per le forze di prima linea?

E la Germania? E l’Italia? E gli altri partner?

Vorrà il governo, vorrà il popolo francese condividere con gli altri europei ma in seno all’UE lo strumento nucleare o vorrà conservarne una proprietà nazionale esclusiva?

In tale malaugurate ma al presente quasi certa evenienza, la Francia potrà continuare a minare ogni concreto processo d’integrazione e unificazione europea? E, in termini meramente economici, per quanti pochi anni la Francia potrà continuare a svenarsi finanziariamente nel rendere efficace e credibile la sua force de frappe a giro d’orizzonte di fronte a un contesto mondiale radicalmente nuovo, pure nel senso di un multipolarismo nucleare e spaziale?

Aprire a breve termine in seno all’Unione Europea un nuovo scenario con la creazione di Stati Maggiori e di corpi d’armata e comandi terrestri, spaziali, aerei  e dei teatri navali (spicattamente quadrivalenti con profondità e superfici oceaniche, terre, aria e spazio) sovranazionali, e di indennizzo prolungato della Francia per la cessione/partecipazione alla tecnologia nucleare bellica dell’Unione Europea da essa sviluppata, anche al fine di non fare aprire percorsi autonomi e plurimi di acquisizione di questa tecnologia produttiva, sarà un prossimo e urgente percorso fattibile?

Dovrà altrimenti l’Unione Europea rimanere nuda preda dell’espansionismo di altre potenze che conducono strategie planetarie e spaziale ricche di pericolose incognite?

Menti più illuminate e dotate di alta attitudine di convincimento, da qui a breve termine, potranno individuare punti di equilibrio fra così divergenti e apparentemente inconciliabili interessi interni?

Esse potranno puntare pure su una più spinta integrazione intra e pan europea della cultura in generale e della ricerca e delle attività produttive concernenti la sicurezza esterna collettiva, e rafforzare il ruolo esterno della golden share degli Stati e intracomunitario del golden power, con cessioni percentuali crescenti al governo dell’UE, al fine di contenere e contemperare e salvaguardare gli interessi strategici relativi alla sicurezza della sovranità europea, rispetto a quelli del capitale privato volto a seguire prevalentemente la logica viziata del profitto monetario?

Aspetto quest’ultimo distante anni luce dal capitalismo statunitense, che si è completamente innervato nella logica degli investimenti governativi nell’h.t. a lungo termine sino ad averne assunto il reale e non virtuale controllo, e a utilizzare r&s bellici come elemento di comando diretto dell’apparato politico e militare nazionale e di concreto indirizzo delle loro linee di condotta nei foreign affairs, e di effettive definizioni e ratifiche degli opacissimi interessi nazionali gestiti dalla diplomazia e dall’intelligence USA?

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