L’Uso della Verità come Strumento e come Bugia. Le dichiarazioni di Fini in Israele nascondo una pruderie eccessiva ed offensiva

03 Dicembre 2003

Domenico Cambareri

Fonte: Parvapolis

Le dichiarazioni di Fini in Israele nascondo una pruderie eccessiva ed offensiva

 

 
Le dichiarazioni fatte da Fini (nella foto nel corso di un’intervista a ParvapoliS) nella suarecente visita in Israele possono essere già consegnate alla storia, anche se appartengono alla più cruda e controversa attualità. L’esponente della destra o ex destra italiana ha così avuto un’occasione più che propizia, unica, per attirare sulla sua persona e sul gruppo che lo circonda tutto l’interesse della stampa nazionale e internazionale. Altrimenti, come sarebbe potuto accadere una cosa simile inItalia o in qualsiasi altra parte del mondo? Siamo qui in presenza, preliminarmente, di tre elementi costituenti la miscela esplosiva e interagenti: il contenuto stesso delle dichiarazioni, con l’esatta utilizzazione di termini e di frasi di specifico livore e odio antifascista, il luogo dove esse sono state dette, gli interlocutori primi a cui sono state dette. A ciò, per avere un quadro completo dell’avvenimento, si può correttamente aggiungere la sistematica sbavatura del duplice ruolo di Fini, lì in visita in qualità di vicepresidente del consiglio e in qualità di presidente di Alleanza Nazionale. Come ordito e come trama, invece, è necessario non dimenticare la pruderie del capo ex-missino e dei suoi non sopiti progetti di scivolare, tutto incapsulato nella struttura del suo partito sudamericano, in seno al Partito popolare europeo. Ma, a scanso di equivoci e di fraintendimenti su presunte mie idee pregiudiziali, ritengo subito necessario aggiungere che a mio parere bene ha fatto Fini a condannare senza mezzi termini e senza sotterfugi, pur nell’ambito di questa duplicità di ruoli per l’occasione più che mai meno adatta ai compiti delle sue diverse cariche, le responsabilità dirette del regime fascista e le innumerevoli complicità politiche e morali italiane nell’emanare e nell’applicare le leggi razziali antiebraiche. Bene ancora ha fatto Fini nell’avere richiamato come questo fatto dette amplificazione morale e politica alla discriminazione razziale messa in atto dal governo nazista, bene ancora ha fatto nell’avere ricordato le ulteriori complicità italiane durante la Repubblica Sociale Italiana. Bene ancora ha fatto nell’avere ripetuto la richiesta di perdono per queste responsabilità, che tali moralmente e storicamente rimangono. Ma, sotto la luce dei riflettori, o per ciniccalcolo politico, o per insipienza morale o per incoscienza politica o per ignoranza culturale, o per qualsiasi ulteriore serie di plausibili ipotesi, Fini ha detto quel chemnon doveva dire e, soprattutto, ha taciuto quel che doveva dire Cosa ha detto che non doveva dire? Quei termini e quei concetti che – rimasticati dalla più reproba e fanatica propaganda, oggi per fortuna quasi marginale nella più seria letteratura storica, politologia, filosofica – hanno parlato e parlano di “male assoluto” recando offesa alle tante altre specificità di massacri che costellano la storia umana sino a epoche e anni recenti, non escludendo perfino quelli propri alla contemporaneità degli avvenimenti dell’olocausto ebraico. Quel “valore dell’antifascismo” inteso come un tutt’uno a dir poco o come un bel mazzo di fiori a dir molto, indiscriminatamente lasciando in esso inteso anche quello dell’antifascismo comunista. Assurdità crassa quanto le assurdità finiane. Quella sferzata sottolineatura generalizzantein cui i suoi presumibili o dietrologici distinguo sono stati letteralmente inghiottiti. Quel definire il fascismo come male totale in quanto antiebraico e, cripticamente, totalitarismo complementare al nazismo. Cosa avrebbe avuto da dire come obbligo morale e storico? Che il fascismo nella sua nascita formazione e dottrina non fu mai razzista. Che il movimento e poi il partito e poi il regime fascista non furono mai antiebrei fino alla metà degli anni trenta, e che anzi ebrei delle comunità italiane erano fascisti ante-marcia e occupavano posti e ruoli sino ai massimi livelli, come insegna la storia esemplare e tragica di Vita-Finzi, poi trucidato da antifascista dai tedeschi alle Fosse Ardeatine. Che il capo del governo e duce rifiutò la richiesta di Santa Romana Chiesa d liquidare la Sinagoga di Roma come prezzo (uno dei “prezzi”) per arrivare a concludere il Trattato e i Patti Lateranensi. Che il governo italiano, il governo fascista italiano aprì una scuola navale a Civitavecchia, quando ancora dello Stato di Israele non esisteva neanche l’ombra, in cui furono preparati gli uomini della futura marineria israeliana (e che essi, dotati di un brigantino, ci crearono un incidente diplomatico con la Francia, perché, nell’entrare in un porto dell’Algeria francese, issarono la bandiera, la futura bandiera israeliana anziché il tricolore). Che l’Italia, e per essa i maggiorenti del governo e del regime(duce compreso) dettero rifugio, ospitalità e lavoro a centinaia di ebrei espulsi o fuggiti dalla Germania, come testimonia l’insigne storico della Rinascenza, Paul Oskar Kristeller, figura di fama mondiale nell’ambito della cultura, il quale ha scritto e testimoniato che, nel caso in questione, “le polemiche sul presunto antisemitismo di Gentile sono prive di fondamento” (egli poi ebbe i soldi da Gentile e Mussolini per partire e raggiungere gli USA; ma già nei primi anni novanta lo studioso aveva dato la sua testimonianza in un numero degli Annali della Scuola Normale di Pisa, per quanto poi…il cieco fanatismo ideologico del Senato Accademico rosso scatenò il falso e lo scandalo della lapide con incise le frasi false e blasfeme, lapide fatta rimuovere dalla famiglia per vie legali), e poi ancora aiuto per lasciare l’Italia quando le infami leggi vennero promulgate nel 1938. E ancora: che l’Italia salvò migliaia e miglia di ebrei in Grecia Jugoslavia e…Francia, sottraendo nel Midì cittadini francesi ebrei perfino alla Gestapo. Di tutto questo, vi è la storia e la documentazione, che, per quanto pubblica e frutto di studi – pensiamo innanzitutto alla grande opera di Renzo De Felice – anche e soprattutto di professori ebrei, è confinata e non viene minimamente utilizzata. Al gruppo pilota dei finiani suicidi, chissà quanto crassi di cultura, mi basta qui ricordare che già nei primi anni settanta, quando vi fu il grande rigoglio elettorale e culturale e a un tempo della destra italiana, su di un numero dell’allora prestigiosissimo “Intervento” (che assieme a “La Destra” de “il Borghese” era lo strumento culturalmente più qualificato a livello internazionale) uno storico ebreo israeliano assolveva l’Italia dal concorso in questi grandi crimini (questi cinici mestatori vadano a ricercare). Certo, qui non basta citare Perlasca, di fronte ad un’attività di salvataggio coperta direttamente dall’alto in gran parte dei casi. Ma ad essi comunque do un’indicazione: Meicher Michaelis, “Mussolini e la questione ebraica” con sottotitolo “Le relazioni italo-tedesche e la politica razziale italiana), Edizioni di Comunità 1982, con successive ristampe, un volume fittissimo e quanto mai ricco di informazioni e di dati frutto di uno studioso antifascista e anti-italiano. Rinasceranno dalla loro esiziale bestialità culturale. Le responsabilità del regime e dell’Italia, non sottacibili ma ben identificabili e definibili entro un ben preciso arco cronologico e solo relativamente ad esso riferibili, non annullano, non possono e non devono annullare tutta la storia precedente. Altrimenti, cadiamo in un fanatismo opposto e foriero di incomprensioni e di pericoli. Peraltro, poiché dalla fine della guerra l’Italia si è discolpata delle responsabilità di cui qui stiamo parlando – salvo la loro eventuale, unica ed esclusiva inespiabilità -, garantendo ai suoi cittadini di religione ebraica puntuali e puntigliose garanzie e difese effettive dei loro diritti; e poiché la stampa e la produzione politico-cultuarale dell’apparato e degli uomini del MSI ieri e sin dalla sua nascita e di Alleanza Nazionale poi hanno sempre dimostrato un assoluto e perfino acritico sussiego, un pressoché totale uniformarsi alla politica israeliana, e mai hanno dato la possibilità di prestarsi a credibili e diffuse convinzioni razziste, vi è materiale ad abundantiam per smentire le tardive affermazioni di Fini. Se Fini e i suoi amici hanno coltivato per tanti lunghi anni idee diverse da quelle della gran parte dell’elettorato che interpretavano, rimanendo su così su posizioni nostalgiche o estremistiche, questo, per quanto è in parte affar loro, li dovrebbe portare a chiedere due volte scusa anche agli iscritti, agli elettori e agli italiani tutti. Tuttavia, per ritornare alle problematiche delicate e intricate che costituiscono la questione ebraica indipendentemente (o anche con l’olocausto), vi è un testo al quale i politici e gli uomini di cultura dovrebbero tornare in via necessaria: Giudo Fubini, “La condizione giuridica dell’ebraismo italiano”, La Nuova Italia 1974, testo insostituibile per l’importanza problematica e critica a livello storico, giuridico e morale della presentazione di un integerrimo uomo di cultura che fu punto di riferimento indiscusso per tanti antifascisti, Arturo Carlo Jemolo. La verità è che probabilmente il gruppo pilota di Alleanza Nazionale sta giocando nei modi più spregiudicati, facendo allibire la lezione di Machiavelli, deciso come è – nella supercottura ricevuta dalla breve esperienza di esercizio del potere che ha suscitato incontenibile ebbrezza ed ha abbacina lo spirito -, ma facendo allibire perfino “La Stampa” che mi pare che abbia scritto che Fini ha fatto tornare l’Italia indietro di mille anni. Ed infatti, mentre stavamo per raggiungere le condizioni di una pacificazione nazionale definitiva, l’antifascista di oggi, Fini, ci ha fatto precipitare nel baratro delle passioni e delle vergogne. Ma le sue vergogne le deve esibire come sue e non renderle collettanee,tanto più che le sue giovanili fortune politiche nascono sul terreno del nostalgismo e del prolungamento ideale del mito del capo (tipologia bonapartista nata con l’elevazione di Mussolini al rango di duce e dittatore), quell’idea di unto del duce tramite lamistica designazione di Giorgio Almirante. Egli in questo modo non ha aiutato il suo partito-giocattolo né la nazione, ma ha consumato un’abietta azione politico-morale e un’apostasia e un tradimento di fede e di continuità di metodo, risultando comunque e sempre essere il delfino allora designato in una logica che oggi e da dieci anni dice di ripudiare. Coerenza vuole, che abbandonasse lui il partito allora (si parlava di “lista Fini” alla pari con l’elefantino…, in un altro contesto critico determinato dalle sue sempre scelte sbagliate), o che lo abbandoni oggi con tutta la sua nomenklatura. E a nulla serve dire che questo è valso per rompere definitivamente con il passato: qui Fini si è tirato in causa, ha trattato la questione non in termini storici ma di viva, vivissima attualità scoprendo la sua natura e la sua (mancata) attività partigiana. Se non è vieta demagogia questa! A ciò sarebbe soltanto servito dire appunto di svoltare o di rompere, senza implicare l’anatema e il tradimento, la condanna immotivata infondata amplificata grottesca e illimitatamente strumentale. Se Fini vuole rincorrere Bossi per le piazze si sbaglia, le sue scelte sono risibili e grottesche al tempo stesso: parla di posizioni liberali e ammicca i becero-clericali, mira a un partito moderno e vuole danneggiare ruolo e interesse dell’Italia in seno all’Unione Europea per le inventate “radici ebraico-cristiane”, poi soltanto “cristiane” poi parrebbe (in base alla bozza del governo) “eredità cristiana”, laddove ventuno Stati, compresi quelli retti da sovrani cristiani (Regno Unito e regni scandinavi) sanno ben distinguere ambito civile e temporale e ambito religioso. Parla ancora di amicizie occidentali e atlantiche, e continua ad avere un partito ciecamente e tenebrosamente chiuso a chi ufficialmente è massone. Parla ancora di partito di forte identità nazionale e sconosce la vera identità italiana e il ruolo fondamentale, esclusivo dei massoni nella formazione della nostra nazione e nella sua storia ulteriore. Parla di Unione europea e poi ripropone il grottesco provincialismo dell’ Europa delle nazioni atto a paralizzare la centralità del ruolo unitario in politica estera e di difesa per tutti gli Stati dell’Unione. Parla di innovazione e di riforme strutturali e abbandona le grandi riforme (Scuola, Banca d’Italia, Consob e altro ancora) alle vecchie logiche di potere o al predominio politico di altri soci della coalizione. Non so se Fini è codino, ma certo è difficilmente interpretabile, oggi più di ieri, per il livello di progettualità e di finalità che risulta essere agli uomini che vivono alla luce del sole alquanto occulto, di un occulto tipico delle degenerazioni partitocratriche (e non della Massoneria), e non della ben defunta dittatura fascista sotto lo scettro regale che totalitarismo in alcun modo non fu (ma Fini non sa o non ricorda che queste cose gliele ha presumibilmente insegnate Fisichella). Cosa non ha detto ancora Fini? Che gli alleati americani e del Nord Europa ben hanno motivo di essere guardinghi del suo club para-sanfedista, perché Stati liberi in cui la Massoneria vive prospera e opera liberamente. E ancora, di quello che mi sta a cuore? Di non avere riconosciuto la nefasta legge del primo regime fascista con cui veniva posta di fatto fuori legge la Massoneria (per compiacere in particolare alcuni), producendo una rovinosa caduta all’interno del regime, in cui parte rilevante delle intelligenze politiche e culturali erano costituite da esponenti della Massoneria, come il grande patriota Arturo Reghini, poi morto da antifascista, o lo stesso D’Annunzio o Balbo e quanti altri ancora. Crollava così la possibilità di realizzare una democrazia organica intellettualmente orientata. Di non potere la nomenklatura finiana più pensare di porre corone accanto ai caduti della R.S.I. (in cui purtroppo visse l’ormai vieta e degenerata forma mentis antimassonica), che morirono per la Patria scrivendo pagine di gloria e preservando la popolazione, il territorio, le industrie dall’altrimenti terribile ritorsione dell’alleato tedesco. Junio Valerio Borghese insegna in maniera splendida. Ma non soltanto. Cosa rimane e cosa rimarrà dopo? La disistima umana e la grave inimicizia? Forse per tanti. E comprendo come questo sia il giusto prezzo nei rapporti umani e di rottura improvvida delle coesioni politiche e ideali. Certo, e sicuramente certo, non il purtroppo e inatteso, banale “finalmente” di Marcello Veneziani. Pare vero che alloratanti diventano “trombetta”, con mio stupore e dolore. Senza ironie e senza dolci saluti per un non sottile Fini dai mancati distinguo.

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