“Accoglienza”, etnicizzazione dello spazio urbano, violenze dei clandestini. Difesa dei proletari europei, dei cittadini europei ormai off limits ?

10 Febbraio2015

Mino Mini

Nota di Domenico Cambareri

 

 

 

 

Pe evitare di produrre ancora vittime due volte vittime.

C’è multiculturalismo e multiculturalismo, l’uno in estrema dissonanza con l’altro. Contro le fanfaluche piallatrici dei sempliciotti/semplicioni, apriamo gli occhi dinanzi alle tragicità quotidiane in cui vivono gli abitanti delle città, e delle periferie in particolare, prede sacrificali (dell’idiozia imperante di varia estrazione: postcomunista, pseudo-illuminista e cattocomunista) indifese e abbandonate alla violenza di minoranze incontrollate, tollerate, favorite, coperte dal violento “buonismo” dell’ideologismo imprevidente, acritico e fanatico. L’accoglienza si deve manifestare e attuare attraverso la creazione di reali e efficienti filtri e funzionali processi di inserimento sociale  e culturale (non del “mondo di mezzo” e delle ruberie partitocratiche) in cui il diverso viene aiutato a essere inserito in un contesto antropologico, sociale, organico che non può e non deve più essere omologato a quello della savana e della foresta in cui un soggetto impunito o un intero branco di individui è in grado di compiere scorrerie, razzie, violenze d’ogni genere senza quasi mai venire a patire le dovute conseguenze. Va soprattutto modificata con urgenza la normativa. Le leggi vanno interamente riscritte, in modo da garantire l’autotutela e l’autodifesa da parte dei cittadini, i quali sono oramai vittime sia delle violenze di quegli immigrati clandestini e criminali (sempre più numerosi e sconosciuti nonostante le assicurazioni di Alfano) sia degli apparati della giustizia italiana. Vera assurdità, vera tragedia civile, in cui le vittime tali devono restare e i delinquenti e i carnefici devono godere ancora dei più forti elementi protettivi di leggi inadeguate e ingiuste, culturalmente retrive e  assolutamente non adatte a venire applicate al quadro di fluido e ininterrotto decadimento dei limiti minimi di sicurezza sociale e di non surrogata tutela delle garanzie civili dei cittadini residenti per nascita e nazionalità e di quelli accolti. Assolutamente inadeguate a venire applicate a una così radicale trasformazione della realtà urbana, oramai circondata da sobborghi in cui prosperano violente e invisibili enclaves di clandestini spesso sconosciute e quartieri di residenze etniche in cui si sono insediate autorità “territoriali” allogene concorrenti, sia mimetizzate sia alla luce del sole, comunque dotate di un alto grado di elusività, anche a scapito degli altri componenti dell’etnia di appartenenza, come dimostrato dai tanti casi assodati e verificati di spietati sfruttatori cinesi nel corso dell’ultimo quindicennio. Per non parlare delle gang slave, africane, asiatiche, latino-americane fra le quale non è rara la presenza di criminali italiani.
 Ad eccezione dell’ondata afghana-irachena e infine di quella attualissima siriana, enorme e incontenibile, dovute ai disastri arrecati dalle guerre dell’imperialismo guerrafondaio americano e del neo-neo colonialismo anglo-francese dietro cui si sono accodati gli altri Paesi della Nato e delle altre alleanze regionali planetarie a guida USA & Arabia Saudita, non va però dimenticato che il fenomeno delle “invasioni” migratorie a cui è soggetta l’Europa occidentale, presenta dei dati storici oggettivi ben sedimentati che spesso dimentichiamo. Fra di essi, possiamo qui sottolineare in sintesi i seguenti. Il primo è costituito dai “fenomeni di ritorno” legati al lungo e sanguinoso sfruttamento del colonialismo europeo e al processo di decolonizzazione e di “occidentalizzazione” di parte delle popolazioni interessate in  Asia e Africa. Esso non si è mai definitivamente sedimentato in via conclusiva ma ha dimostrato e dimostra grande capacità calamitante verso i poli umani opposti, ossia quelli culturalmente economicamente e socialmente più dinamici e quelli che vivono nel delinquere e nell’ arrecare violenza. Questo fattore, primario in riferimento a Regno Unito e Francia, è stato ed è del tutto marginale per l’Italia. Il secondo fattore è costituito da fenomeni di ritorno prodotti dai processi di evangelizzazione delle chiese cristiane, cattolica e protestanti. Esso ha avuto una sicura incidenza in riferimento a quote non minoritarie dei processi di migrazione avvenuti in Italia. Esso è stato altresì fortemente alimentato dall’ideologia predominante in Italia, quella di diretta discendenza marxista-leninista. Le varie formazioni partitiche italiane succedutesi dopo la sparizione del PCU ne sono state lucide e attive promotrici. Un terzo fattore, molto più intricato e accidentato, si collega direttamente alla storia e all’esistenza dell’ONU e delle élite occidentali ideologicamente targate ivi insediatesi e di quelle più o meno degenerescenti di numerosi  rappresentanti o degli “esuli” dei Paesi del Terzo Mondo.
Non bisogna a nostro parere però  soffermarsi più di tanto sulla concreta incidenza politica delle banali utopie di R.N. Coudenhove-Kalergi, che paiono fare centro soltanto davanti a una completa misconoscenza delle dinamiche storico-politiche più che mai in atto, come quella relativa alla colpevole inesistenza di una politica di incremento demografico dei Paesi dell’Europa occidentale, quasi sempre tralasciata e passata sotto silenzio. Dopo i famosi decrimenti demografici di Svezia, Regno Unito e Francia dei trascorsi decenni, abbiamo che il saldo demografico positivo nell’Unione Europea e in Italia è avvenuto e avviene per il diretto contributo apportato da residenti non “nazionali”  (parliamo dunque a partire dalla Comunità Europea a 12 e poi a 16). Questa condizione assolutamente negativa continua a contraddistinguere la realtà demografica italiana in cui l’assenza di una qualsiasi valida politica  a pro delle famiglie risalta a tutto tondo.
Come anche la nostra storia antica e meno antica dimostra, l’etnicizzazione all’interno di porzioni dello spazio urbano è un tipico indice antropologico delle trasformazioni prodotte da forti e ampi rapporto e scambi internazionali e costituisce un gradiente innovativo in sé non neutro ma positivo. Essa è dimostrazione di reversibilità e reciprocità di quanto le irradiazioni economiche politiche, culturali prodotte in questi ultimi secoli soprattutto da noi occidentali implicano, prima o poi, in termini  di scambi di influenze.
Il discorso cambia quando l’etnicizzazione non più di interni di porzioni dello spazio ma dello spazio urbano in sé e per sé quale espressione palpitante di una concezione organica della città può diventare o diventa espressione di incontenibili pressioni che tendono e mirano a incidere  negativamente nel mondo dei valori civili che costituiscono strato e sostrato degli “indigeni”, dei residenti per nascita e nazionalità. Qui si apre un vero diaframma, che può diventare fomite di contrasti e di degenerazioni, qualora le prevaricazioni/rivendicazioni imposte dalle imprevidenti frazioni di minoranze allogene volessero davvero non desistere e radicalizzare la diversità/alterità in opposizione e contrasto ad escludendum.
Purtroppo, spesso qui in Italia, a causa dell’insano concordato con la chiesa cattolica (che, pur di ratificarlo, ben accettò la definizione di “religione cattolica”) e del suo assurdo e mostruoso inserimento nella Carta Costituzionale, classe politica e governanti hanno sempre più tralasciato di sottolineare e di ricordare che siamo una Nazione laica (sia pur fornita di una “religione di Stato”), per cui oggi c’è perfino chi pensa e afferma che si potrebbe replicare simile condizione, laddove essa andrebbe riportata nel giusto solco sia per israeliti che per cattolici.
Le insane parole del cardinale della città di Milano dovrebbero proprio mettere in allerta, e capire come aprire altri spazi ufficiali alle dimensioni dei credi religiosi possa essere solo prodromo di tentativi sempre più aperti di aggressioni fideistiche e di decostruzione dello Stato; laddove invece stiamo assistendo a un estremo tentativo di salvifica decostruzione di 1600 anni di cattolicesimo storico pur di salvare quel poco che resta del messaggio evangelico schiacciato dalla “tradizione” cattolica.
L’occupazione di porzioni dello spazio urbano e dello spazio urbano da parte delle fedi e di quanto in esse vi è di mera trasmissione irrazionale è qualcosa che va evitato e sradicato sin sul nascere, per ciò che esso implica di assedio dei valori civili universali che dall’umanesimo e dal rinascimento sino all’irradiazione dell’illuminismo (ancora incompiuta in larghe parti del mondo), valori che sono alla base della stessa ricezione culturale dei popoli extraeuropei europeizzati e delle élite culturali degli altri e che fanno sì che essi riconoscano apertamente questa dimensione come assolutamente superiore e universale in quanto attività intellettuale, spirituale vivificante la coscienza individuale e il principio di responsabilità personale diretta al di là e al di sopra di ogni latitudine folklorica/etnica e di ogni manifestazione religiosa, quanto anche di altra natura. Come  ogni riduttivo e inconcludente eurocentrismo o accentuazione del ruolo (distruttivo) del liberismo finanziario e speculativo, industriale e postindustriale e della sua direzione politica attraverso il meccanismo della “democrazia americana” (totalmente assoggettata e soggiocata) e il perverso ruolo del WTO.

Mino Mini torna qui ad approfondire e ampliare questo tema di assoluta e scottante e motivata attualità sociale e culturale italiana e europea senza pregiudizi e con una circostanziata analisi critica. – Domenico Cambareri

 

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Caduta della civiltà urbana /5

 

 

LA CITTA’ NEGROEURASIATICA

 

 

 

 

“Gli Stati Uniti d’Europa non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale…L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità”
 (R.N. Coudenhove-Kalergi – Praktischer Idealismus)

 

 

 

La città che dà il titolo a questo scritto è quella che il multiculturalismo beota, frutto dell’insipienza intellettuale della società contemporanea, sta concretizzando inconsapevolmente da almeno un secolo e mezzo allorché, in Germania, fu formulato concettualmente il primo esempio di pianificazione urbanistica che cancellò l’organicità della città innescandone la dissoluzione.
Mezzo secolo dopo Coudenhove-Kalergi ne ipotizzò i futuri abitanti. Stiamo trattando di una città immanente, quindi, perché parte intima ed essenziale delle periferie europee generate da quel primo piano urbanistico e diffuse in tutta la cultura del tempo; come tale si invererà in atto, nel prossimo futuro, per effetto dell’immigrazione. Sarà lo stadio terminale di un processo di dissolvimento dell’idea di civiltà urbana messo in atto a suo tempo dalla cultura del Movimento Moderno (M.M.) in architettura. Facendo tabula rasa rispetto al passato: esso, nella pretesa di creare dal nulla una nuova e razionale civiltà dell’abitare, non ha saputo andare al di là di un banale insieme indifferenziato di edifici fallendo nel tentativo di creare la città contemporanea.
Parafrasando e adattando al caso presente il Jean Clair de La part de l’ange, riportato da Stenio Solinas, potremmo dire delle città: << Abbattere le frontiere, sopprimere i limiti, … significò desacralizzare uno spazio di cui le case, per la loro forma come per la loro funzione, erano il cuore. Fu scucire un vestito che nel tempo era stato sapientemente tessuto, per mettere un corpo a nudo prima di consegnarlo ai bruti >>. Sta accadendo sotto i nostri occhi colpiti da cataratta ideologica.
La cultura imperante, di cui il M.M. è parte, nel tempo adveniente, consegnerà alla subumanità la sua creazione – le periferie – ed è dalla trasformazione di quelle che – a meno di una rivoluzione culturale – nascerà la città negroeuroasiatica .
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E’ probabile che qualcuno classifichi chi scrive nella categoria degli spiriti minoritari pervasi di catastrofismo e riconduca i termini della seguente dissertazione nel filone della contrapposizione fra la cultura “scientifica” e una delle tante “filosofie della crisi”. Sbaglierebbe in pieno perché l’orizzonte cui l’estensore di questo scritto mira è proprio il superamento di tale contrapposizione. Ma lasciamo parlare i fatti cercando di capirli criticamente utilizzando, a questo scopo, i concetti formulati ripetutamente in passato su queste pagine.
Soprattutto il concetto di periferia quale la zona marginale, fascia di confine di un insediamento, abitata da una specie antropologicamente mutante – il borderer – l’abitante del confine, vittima inconsapevole della pianificazione urbanistica. Ebbene è proprio la marginalità la categoria che ci soccorrerà per la comprensione di ciò che sta avvenendo alla civiltà urbana in Europa e in Italia per effetto dell’invasione dei cosiddetti “migranti”, perché è nelle periferie – ovvero nella marginalità – che, nella prevalenza dei casi, gli stessi si insediano. Sorge spontanea la domanda: perché nella marginalità ? La risposta è articolata, ma possiamo riassumerla così: perché nelle periferie l’identità della società di accoglienza è debole o, addirittura, inesistente e quindi la reazione avversa all’insediamento etnico sarà inconsistente , nulla o nullificabile.
Come è ormai noto, per averne trattato diffusamente, l’insediarsi dei migranti si definisce come etnicizzazione dello spazio urbano. Come è intuitivo, le diverse etnie non lasciano nello spazio urbano la stessa “impronta”. Una branca dell’antropologia e della geografia urbana la chiama “le marquage ethnique de l’espace e classifica le diverse caratteristiche etniche a seconda della “differenza culturale” fra immigrati e società di accoglienza. La geografa urbana Patrizia Motta dell’Università di Milano afferma che <<Le caratteristiche etniche rappresentano la chiave di volta dell’assimilabilità o della segregazione di un gruppo: maggiore è infatti la “differenza culturale” fra immigrati e società di accoglienza, maggiori saranno le difficoltà incontrate nel processo di integrazione>>.
Per la misura della “differenza”, però, la geografia urbana non è in grado di andare al di là del concetto di “debole” o “elevata” elaborato dallo studioso brasiliano Augusto Boal che la concepì come “distanza culturale“. Accenniamo una sommaria spiegazione. Una debole distanza culturale genera due tipi di assimilabilità di un gruppo: 1. Immediata dispersione sul territorio.   Viene identificata come fase iniziale dell’integrazione; 2. Formazione di una colonia temporanea che nel tempo si disperde.
Una elevata distanza culturale genera, a sua volta, altri due tipi di assimilabilità: 1.Formazione di una enclave volontaria come strategia difensiva della propria identità; 2. Formazione di un ghetto involontario quale conseguenza di meccanismi di discriminazione e di rifiuto. Ecco il punto.
Ammesso che questo fantomatico processo di integrazione inteso come riduzione della distanza culturale sia possibile, rispetto a quale tipo di cultura della società di accoglienza la si misura?
A quella proletarizzata degli abitanti delle periferie <<bipedi atomizzati, condizionati pavlovianamente a reagire a stimoli indotti per incrementare il consumo…>>?( 1) A questa dimensione civile ed intellettuale, non esiste “distanza culturale” tra i mutanti autoctoni e i cyberimmigrati posto che il politicamente corretto impone la riduzione dei primi ad un piano di eguaglianza a livello zero con i secondi. Sennonché, agli occhi del cyberimmigrato, che proviene da un mondo non condizionato dal mindfucking, una differenza c’è e le cronache dei quotidiani lo dimostrano. Al livello della subumanità bestiale l’immigrato è un predatore, l’autoctono la preda. Il primo gode dell’impunità per decisione di una classe di giudici corrotti sul piano morale e intellettuale, il secondo è condannato a subire ed a pagare in caso di reazione alla condizione alla quale lo si vuole sottomesso.
E’ allora che si manifesta il razzismo degli immigrati che creano i sobborghi etnici – gli etnoburb – dai quali gli autoctoni e le altre etnie vengono esclusi. Il Regno Unito, patria del multiculturalismo, ne offre esempi clamorosi come Bradford – il Bradistan -, dove i pakistani si sono ritagliati una città a loro misura o Manchester, dove imperano gli indiani, ma non sono casi unici. I geografi urbani li chiamano “Eterotopie” ovvero luoghi caratterizzati da un nuovo corredo simbolico, diverso rispetto a quello della comunità ospitante. Come la Chinatown londinese di Gerrard street ed altre consimili in altre città europee. Da noi abbiamo i casi dei “bangla” – i bengalesi di Monfalcone – considerati tra i più razzisti a livello internazionale -, i pacifici sikh di Novellara e Reggio Emilia, le diverse China towns. E nel momento in cui la periferia si trasforma in etnoburb, si formano anche le mafie etniche per il “controllo” organizzato della preda autoctona (mercati, droga, prostituzione, furti e rapine).
E’ questa la matrice della città negroeurasiatica, quella della mancata integrazione concepita dal multiculturalismo beota, dell’equivoco della “distanza culturale” a livello zero, dell’etnicizzazione degli spazi urbani, che caratterizzerà il nostro futuro. A meno che agli europei non ritorni la memoria di quando il loro pensiero, tra ascesi e cadute rimettendo in gioco ogni volta i risultati raggiunti dalla filosofia, dalla scienza, dall’arte, dettero significato alla parola civiltà.
Allora si potrà spostare verso l’alto l’asticella del livello culturale misurando la “distanza” in termini di concezione del mondo, di senso dell’essere, di coscienza del rapporto uomo/natura, di ricerca per il superamento della settorialità della tecnica e della scienza e quindi della conoscenza in cui ci siamo impantanati, inverando questo riacquisito spirito in una nuova e più matura civiltà urbana.
Allora la ” distanza” non riguarderebbe più la società dell’accoglienza e gli immigrati, ma tra i proletari culturalmente e moralmente indigenti e gli spiriti costruttori del mondo e quindi della sospirata città contemporanea.  Si spalancherebbe, tra loro, un baratro per superare il quale occorrerebbe gettare i ponti della integrazione che non tutti riuscirebbero a varcare. Sia tra gli immigrati che tra gli autoctoni.
Ma l’avvento della città negroeurasiatica sarebbe scongiurato e lo scambio di culture, antico come il mondo dell’uomo, si riproporrebbe ad un livello più alto.

 

(1) METASTASI –  Eulà marzo 2015, Il Borgese aprile 2015.

 

 

 

 

 

 

 

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