Le molte facce della verità e di chi ci spreme su

6 Marzo 2010

Fonte: Arianna Editrice

<<Problemi aperti>>

Le stragi naziste nei lager: quali dimensioni, quali verita? Perché i risultati di ricerche dissenzienti sono discriminati e classificati <<negazionisti>>?

Preferiamo, come spesso facciamo, segnalare materiale documentario presente nella rete già “sedimentato” perché non vogliamo inseguire lo scalpore che spesso segue l’immediatezza della pubblicazione di notize fresche di stampa

Finkelstein e il potere dei sionisti nelle università USA: tolta o ”rifiutatagli” la cattedra?

di Antonio Caracciolo – 14/06/2007

 

Fonte: clubtiberino

 

Dalla Rassegna Stampa dei Corretti Informatori traggo un articolo dal Corriere della Sera, dove si gioca sul titolo, che nel testo corretto suona: “La De-Paul University di Chicago rifiuta la cattedra a Norman Finkelstein, il propagandista antisionista autore de “La fabbrica dell’Olocausto”, mentre il Corriere titola: «Chicago, tolta la cattedra al professore ebreo antisionista». Non casca il mondo per così poco, ma la differenza di titolazione rivela bene, se non fosse già acclarato, dove batte il cuore dei Corretti Informatori, qual è la loro cuasa e la loro bandiera. Sono una gran famiglia, sparsa per il mondo, appunto la famiglia della “diaspora”. L’articolo è tuttavia interessante e merita di essere riportato per intero. Se lo hanno fatto i “Corretti Informatori”, traendolo dal Corriere della Sera di oggi 13 giugno 2007, dovrebbero poter fare ciò anche altri. Finché sono non ebrei ad essere critici verso la politica israeliana è facile tacciarli e diffamarli come antisemiti, ma diventa difficile dare dell’antisemita ad un ebreo come Norman Finkelstein, figlio di veraci deportati ebrei, che si scaglia contro la strumentalizzazione di una delle tragedie più tristi della seconda Guerra mondiale, imputando ai suoi correligionari di aver trasformato quella tragedia in una vera e propria industria. Diventa perciò chiaro il motivo di tanto livore.

* * *

Dal CORRIERE della SERA del 13 giugno 2007:

NEW YORK — Persino l’«affare Toaff» impallidisce, al confronto.

Dopo un’acrimoniosa guerra durata anni tra Alan Dershowitz e Norman Finkelstein, quest’ultimo è stato costretto a gettare la spugna. Il suo sogno di una cattedra in Scienze politiche alla De- Paul University di Chicago, dove insegnava dal 2001, è stato affondato dal suo nemico storico.
«È nostra opinione che lei non onori l’obbligo accademico di rispettare e difendere le idee dissenzienti dei suoi colleghi», ha scritto nel rifiutargli l’ambita promozione il Reverendo Dennis Holtschneider, rettore della più grande università cattolica e gesuita degli Stati Uniti. A nulla sono servite le proteste degli studenti, che stanno occupando «a tempo indeterminato» gli uffici del rettore: «Finché non revocherà la sua decisione, illegale e antidemocratica». Nella sua lettera di sfiducia al docente, Holtschneider assicura che «l’enorme attenzione esterna piovuta sulla sua candidatura è stata sgradita e inopportuna ma non ha avuto alcun impatto sulla nostra decisione».

Ma il mondo accademico americano non parla d’altro. E cioè di come l’annosa faida senza esclusione di colpi tra Finkelstein e Dershowitz si sia conclusa con una schiacciante vittoria di quest’ultimo. Oltre ad inondare di email anti- Finkelstein i membri della commissione esaminatrice di DePaul, Dershowitz ha pubblicato editoriali di fuoco contro di lui su Wall Street Journal, New York Sun e New Republic.

 

I due si detestano, e in maniera assai pubblica, da anni. Il motivo di tanto odio: Israele. Dershowitz, cattedra di Legge a Harvard e avvocato più famoso d’America, è uno strenuo difensore dello Stato ebraico, le cui ragioni argomenta con passione in The Case for Israel.
Finkelstein, figlio di due sopravvissuti — al ghetto di Varsavia la madre Maryla, al ghetto di Varsavia e ad Auschwitz il padre Zacharias — nel 2000 ha scritto L’industria dell’Olocausto, dove accusa alcune organizzazioni ebraiche di avere usato la Shoah come un «racket», per estorcere risarcimenti pecuniari. Nello stesso libro il Nobel Elie Wiesel, scampato allo sterminio nazista e massimo portavoce degli ebrei della diaspora, viene liquidato come «il clown di casa del circo dell’ Olocausto» e «un personaggio ridicolo».
La risposta di Dershowitz non si è fatta attendere. In numerosi saggi e conferenze, il principe del foro Usa ha attaccato Finkelstein come «un pericoloso antisemita» e «uno che è stato licenziato da tutte le università del Paese per la sua propaganda sfacciatamente nazista», «L’eroe di negazionisti dell’Olocausto come il neonazista Ernst Zundel, oggi rinchiuso in un carcere austriaco».
Finkelstein gli ha risposto con un altro libro ad hoc, Beyond Chutzpah, dove accusa Dershowitz di «essere un ciarlatano che copia, anzi ruba, interi brani ad altri autori. E forse — aggiunge — non ha neppure scritto lui questa collezione di bugie, falsificazioni e assurdità». Per demolire
The Case for Israel, sostiene poi che esiste un complotto israeliano di cui Dershowitz fa parte «per usare l’Olocausto al fine di opprimere i palestinesi, zittendo le critiche».
Per rafforzare la propria tesi, entrambi trascinano l’intellighenzia ebraica sul ring. Dershowitz schiera dalla sua autorevoli storici dell’Olocausto o di Israele come Benny Morris, Daniel Goldhagen, Marc Saperstein. E organizza una campagna, fallita, per convincere il governatore Arnold Schwarzenegger e la University of California Press a bloccare la pubblicazione di Beyond Chutzpah, che definisce «i Protocolli dei Savi Anziani di Sion in versione contemporanea».

Finkelstein recluta invece l’amico Noam Chomsky, il guru ebreo della sinistra americana trotzkista e anti-occidentale, che incolpa Dershowitz di aver lanciato una jihad contro Finkelstein «perché ha avuto il coraggio di denunciarti per ciò che sei: un volgare e fraudolento apologeta delle violazioni umane commesse da Israele contro i palestinesi».
Alcuni denunciano l’ingerenza esterna di Dershowitz, «senza precedenti nel mondo accademico Usa», scrive il New York Times. In realtà lo stesso Finkelstein sembra pronto ad ammettere la sconfitta, per la prima volta in vita sua. «L’Università non aveva alternativa se non quella di negarmi la cattedra», spiega nel suo sito Web, «Ogni volta che avessi parlato o scritto, la DePaul sarebbe stata bersaglio di altri attacchi isterici che ne avrebbero compromesso la capacità di raccogliere fondi importanti per la sua sopravvivenza».
L’ultima parola è spettata però allo storico Peter Novick, considerato la massima autorità in materia di commemorazione dell’Olocausto in Usa, che è sceso in campo per denunciare entrambi: «Finkelstein e Dershowitz si meritano a vicenda», tuona in un’intervista a The Nation.

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Le Google News italiane non riportano ancora l’evento e non si trova quasi nulla sotto “Finkelstein”, oltre ad un accenno in un’interessante intervista di Claudio Mutti e soprattutto la notizia di una lunga macchinazione per raggiungere il risultato odierno, data incidentalmente da Osservatorio Iraq, il contraltare dei Corretti Informatori che danno le notizie di guerra tutte di parte israeliana. A quanto pare. in ultimo si è trattato di una questione di soldi, che l’università cattolica e gesuita teme di poter perdere, consentendo a Finkelstein di continuare ad insegnare. Sulla stampa in lingua italiana non si trova quasi niente sul caso Finkelstein, ma potendo leggere in altre lingue ed uscendo fuori dagli angusti confini linguistici, si trova ad esempio in lingua spagnola un ampio articolo sullla “lobby ebraica” pro Israele negli USA, dove il caso Finkelstein è inquadrato come un piccolo tassello:
A muchos candidatos altamente cualificados y con excelentes currículos se les niega el acceso a puestos académicos y profesionales o se les amenaza con la pérdida de sus titularidades o con la expulsión, únicamente por criticar a Israel. Los casos del nombramiento del Profesor Juan Cole en Yale y del Profesor Norman Finkelstein en la Universidad De Paul son los casos más notorios. El mundialmente famoso académico palestino-americano Edward Said, fue perseguido y calumniado hasta su muerte (reciente) por los perros de ataque del lobby.
Nelle 500 fonti Google News in lingua francese non si trova nulla sul recente licenziamento di Finkelstein, mentre in lingua tedesca (700 fonti) se ne trova notizia nel Tagesspiegel, che riporta le tesi che hanno portato alla defenstrazione:
Scharf ist seine Kritik an Israel. Er unterstützt das Recht der Palästinenser auf gewaltfreien Widerstand und vergleicht Israels Vorgehen mit Nazi-Methoden.
In un articolo meno recente sempre in lingua tedesca Finkelstein è elencato come caso emblematico in un ampio articolo sulla libertà di pensiero, che appare sempre più insidiata dalla “lobby ebraica” schierata dalla parte di Israele. Aggiornamento di un’ora fa sulla stampa online Google in lingua francese: appare il titolo Quand l’Amérique débat de sa relation avec Israël, dove si trova il nome Finkelstein. L’articolo è a pagamento, ma io non vi accedo non per avarizia ma perché ritengo che la filosofia di internet sia la gratuità dell’informazione. Il Politis si tenga pure ben stretta la sua notizia. Ne posso fare a meno. Le maggiori informazioni si trovano, come è ovvio, nelle GoogleNews in lingua inglese (4500 fonti contro le 250 in lingua italiana).
RASSEGNA STAMPA INTERNAZIONALE
1. Sito ufficiale di Norman Finkelstein
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