Architettura e urbanistica: falsa volontà di potenza con palazzi sempre più alti per macinare sempre più solitudine

7  Luglio 2010

Mino Mini

 

Solitudo “densificata”

 

Chi lo manda più in alto?
Nella gara fra Sud e Nord, Napoli sin dal 1995 si portò in testa mostrando, orgogliosa, di avercelo più alto. Cinque anni dopo, però, il Nord celodurista partì alla riscossa e Milano subissò la capitale di Terronia con ben 32 unità di misura in più. Il suo trionfo rischiò di essere di breve durata allorchè la sabauda Torino si intromise nella sfida rilanciando in aumento di ben 59 unità. Come nel gioco del poker Milano subdorò un “bluff” e vide il rilancio mettendo in giuoco tre campioni: il moscio, subito messo fuori concorso per evidente maccheronica impotentia erigendi; lo storto che però si fermò 30 unità di misura più in basso; il dritto che ponendosi sullo stesso livello del rilancio sabaudo aveva – rispetto allo stesso – il pregio della consistenza reale.
Ma che avete capito, eh?

Dovevamo parlare di grattacieli, ricordate? Non è dipeso da chi scrive se la più potente giustificazione all’erezione degli stessi è il valore iconico che acquistano presso i politici e i potentati economici per i quali il grattacielo più IN è quello che svetta più alto. Chi non ce l’ha manca di attributi.
Ci soccorre nel giudizio la bella definizione che ne dà Mario Panizza nell’introduzione al suo Mister Grattacielo: Il grattacielo identifica un’architettura estrema e paradossale alla quale si richiede di esprimere i segni del primato e del successo attraverso la personalità della forma e l’audacia della struttura. Esso è guardato con curiosità, fenomeno diverso tra gli oggetti dell’architettura che introduce negli elementi del giudizio l’espressione della quantità.
Da qui, appunto, la gara sulla quantità di metri sviluppati in altezza che non riguarda solo l’Italia. Anzi, sul piano internazionale siamo pressochè inesistenti dal momento che la competizione parte dai 244 metri del Canary Wharf londinese in su. Il Dritto, infatti, resta inchiodato a 220 metri. Al momento chi ce l’ha più alto è il Dubai con il Burj Khalifa di 828 metri costruito, o salvato, con il finanziamento dello sceicco Khalifa bin Zeyed Al Nahayan presidente degli Emirati Arabi Uniti ed emiro della vicina Abu Dabi.
Cosa abbia spinto il Dubai a “strafare” erigendo un grattacielo di 828 metri può essere spiegato solo psicologicamente con i desideri, consci o inconsci, che possono essere espressi dall’edificio alto (1). Nel caso in questione dal complesso di chi, baciato dalla improvvisa ricchezza – un dodicesimo delle riserve mondiali di idrocarburi – sia, però, affetto dalla sindrome del culo che non vide mai mutande : allorchè se le può alfine permettere deve esibirle in tutta la loro magnificenza. Tutte le altre motivazioni di ordine economico, sociale, tecnologico, estetico, vengono dopo.
Tra il Canary Wharf e il Burj Khalifa, se si escudono le torri per telecomunicazioni della CN Tower (553 m.) e KVLY-TV Mast (628,80 m.), puro sfoggio di capacità tecnica, si collocano solo cinque supergrattacieli: l’australiano Eureka Tower di 300 metri; i due asiatici Taipei 101 di 450 metri (500 m. con l’antenna) e le Petronas Towers di Kuala Lumpur di 452 metri; i due nordamericani Willis Tower (ex Sears) di 443 metri e l’Empire State, orgoglio d’America, di 381 metri ( 443,20 m. con la cuspide).
Torniamo in Italia e specificamente a Roma dove – come avemmo occasione di scrivere – si è innescata la polemica sulla opportunità o meno che anche nell’Urbe nascano grattacieli per il pericolo di superamento dell’altezza della cupola michelangiolesca alterando lo “skyline” storico della città. Un pericolo inesistente considerando che lo “skyline” storico è assai circoscritto mentre l’espansione delle periferie è tale che eventuali grattacieli si avvertirebbero solo da punti di vista assai lontani dal centro e tali che dagli stessi , con uno stesso sguardo panoramico, non potrebbero essere percepiti i due profili urbani in contrasto.
Ma non è questo il problema.
Gli assertori dell’opportunità di realizzare grattacieli a Roma fondano le loro tesi su considerazioni di tipo economico: l’esigenza di risparmiare suolo per frenare il dilagare dell’urbanizzazione nell’agro romano e la conseguente opportunità di densificare gli attuali insediamenti. Aggiungono che i grattacieli possono diventare elementi di qualificazione dell’ambiente urbano mostrando, così, di non riuscire a “vedere il bosco a cagion dell’albero”. Infatti se così fosse nessuna città al mondo sarebbe più qualificata di Shanghai e non si comprenderebbe perché il tema dell’Expo 2010, che è in corso di svolgimento nella stessa città cinese, sia “Better City, Better Life” ovvero la ricerca di una città del XXI° secolo che sia ecocompatibile e sostenibile. Chi ha visto i filmati trasmessi in televisione durante lo svolgimento delle ultime olimpiadi avrà potuto rendersi conto dell’ambiente urbano di Shanghai conseguente all’impiego massiccio del grattacielo per uso residenziale: un bosco di grattacieli, appunto. Per gli eredi di una perduta civiltà urbana come quella italiana un simile ambiente appare spaventoso e disumano, ma ha una sua logica: quella economica della quantità, ovvero della “densificazione” portata all’estremo. Noi, per fortuna , siamo lontani da certi estremi, ma sulla strada per arrivarci se non riusciamo a superare una certa deriva culturale.matteo g. braga
Ragioniamo, per il momento, in termini quantitativi su un problema richiamato, giustappunto, dal tema dell’Expo 2010 di Shanghai. Nel 2050, secondo Peter Greenway, i due terzi della popolazione mondiale saranno concentrati nelle città, ma già dal 2007 la metà degli abitanti del globo risiede in contesti metropolitani. Di fronte a tale fenomeno quantitativo l’Expo 2010 si pone come ricerca di una città denominata “città dell’armonia”. Da questi dati nasce una considerazione:- Se nella metà del secolo scorso il mondo occidentale ha raggiunto il massimo dell’espansione; se nel XX° secolo si sono formati insediamenti che superano di gran lunga la dimensione delle metropoli occidentali – come in Cina dove “ il Mc Kinsey Global Institute ha censito la presenza di 15 megalopoli ciascuna delle quali conta in media una popolazione pari a 25 milioni di individui (2)” – e stiamo ancora ricercando la città ideale, vuol dire che la cultura urbanistica moderna non ha saputo affrontare, in termini di città, il vertiginoso aumento della popolazione che dal miliardo del 1885 sta viaggiando verso i sette miliardi entro il decennio prossimo.
Ci troviamo di fronte ad un fenomeno che la civiltà urbana del passato non ha mai conosciuto nei termini quantitativi qui esposti.
Ma questo – potrà pensare qualcuno – è un problema per la Cina o per l’India. In che modo ci riguarda?
Ci riguarda perché il fallimento della cultura urbanistica ufficiale è materializzato nelle nostre periferie che altro non sono che il risultato di un approccio meramente quantitativo al problema dell’accrescimento della popolazione e dell’espansione delle nostre città. Mentre ci poniamo il problema della loro qualificazione e spostiamo i termini della questione dalla quantità alla qualità della vita urbana occorre domandarci: il grattacielo è la risposta?
Se vediamo cosa ha rappresentato nell’edificazione di Shanghai, la risposta è nettamente negativa, ma quello è un caso estremo anche se tipico di un formicaio come l’Asia.
Abbiamo anche un altro caso di cui abbiamo accennato: Dubai. E’ il più grande cantiere del mondo dopo Shanghai: seicento grattacieli e la torre Burj Khalifa di cui si è detto, ma non solo. Nel suo insieme ha senz’altro un disegno urbanistico suggestivo sulla carta – pardon sul computer -, ma tracciato con lo spirito di una Disneyland del futuro. L’urbanista George Katodrytis la definisce “ il prototipo della città post-globale la cui funzione non è tanto quella di risolvere i problemi ma di stimolare i desideri … può essere considerata il prototipo emergente della città del XXI° secolo: una serie di protesi urbane e di oasi nomadi, altrettante città isolate che si estendono sulla terra e sull’acqua”. Ma se questa è una città artificiale priva di contenuto, una natura senza natura – come la definisce Matteo G. Brega sul Domenicale – allora anche i suoi abitanti sono altrettanto artificiali, privi di identità urbana, cittadini senza città, homines sine humanitate.
Tuttavia Dubai qualcosa ci insegna: volendo costruire grattacieli, occorre costruir loro la città intorno. Ovvero, non possedendo una vera valenza urbana secondo il processo di formazione della città “ tradizionale” mancando di tipicità, per i grattacieli occorre elaborare – ammesso sia possibile – un altro modo di fare città. E – per favore! – senza tirare in ballo Le Corbusier ed il suo allucinante “plan voisin”. Ancor meno prendendo esempio da City Life di Milano dove, per realizzare l’Expo 2015, le tre archistars D. Libeskind, Z. Hadid, A. Isozaki, rispettivamente autori del Moscio ( o Curvo) dello Storto e del Dritto, si sono cimentati – ahinoi – anche nella edificazione dell’intorno residenziale con risultati, ancora una volta, urbanisticamente allucinanti. Tutto questo, però, non significa che non debbano essere realizzati grattacieli nella città contemporanea; è ammissibile, certo, ma solo per il loro valore iconico e per la loro destinazione specialistica – uffici, alberghi, rappresentanza – non per quello residenziale. Il problema è: come?
Prendiamo quali esempi esplicativi del nostro discorso The Gherkin ( il cetriolo ) altrimenti noto come Swiss Re Tower, alto 180 m. e situato nella City londinese – opera di Norman Foster – e la Torre Agbar nel distretto di San Martì a Barcellona. Molto simile alla prima anche se – a giudizio di chi scrive – meno bella; alta 144 m. è opera di Jean Nouvel. La prima, molto suggestiva, avemmo modo di definirla su queste pagine una gigantesca supposta per la violenza stupratrice nei confronti del contesto urbano che la accoglie. La seconda, invece, svolge efficacemente una funzione di polo visivo come lo svolgono gli obelischi a Roma fatte, ovviamente, le debite proporzioni a favore dell’organicità simbolica di questi ultimi.
Due modi di considerare l’inserimento del grattacielo nella città esistente facendo astrazione, al momento, dal valore architettonico. La lezione che si ricava da questi esempi è chiara: non si può realizzare un grattacielo, ancorchè iconico, all’interno di un centro storico ponendosi in contrasto con l’intorno (caso londinese), ma si può immetterlo in un tessuto urbano periferico se svolge una funzione polarizzante all’interno dello stesso (caso di Barcellona).
Abbiamo detto che i grattacieli dovrebbero essere realizzati solo per il loro valore iconico e la loro specialistica destinazione e non come “tipo” residenziale. Spieghiamo perché, ma occorre una breve digressione.
Quando gli uomini erano costruttori di città, il rapporto fra cittadino e spazio urbano era diretto nel senso che il proprietario di una casa prospettante su una strada o piazza era, al tempo stesso, detentore di sovranità su una parte del territorio comune. Ogni edificio, di norma unifamiliare, contribuiva a formare, insieme agli altri aderenti ai suoi lati, quella che si chiama una “parete urbana” cioè quel fronte continuo di case sui bordi di una strada. Questa non era, come oggi, una banale struttura per il traffico veicolare dei cyborg con il carapace motorizzato, ma costituiva lo spazio urbano di pertinenza esterna in ambito collettivo degli edifici che vi prospettavano; al tempo stesso fungeva da agente formatore del rapporto fra gli abitanti frontalieri. Rapporto che non era di società – basato cioè su un contratto – ma di comunità. Il sistema costituito dalla strada e dalle pareti urbane dava forma, così, al primo nucleo identitario, a livello elementare, della città e prendeva il nome di contrada.
La logica della gradualità del sistema guida la seguente esposizione; dall’elemento si perviene al grado di sistema di elementi, da questo al grado di sistema dei sistemi o organismo. Avremo allora che, date le contrade elementari, il sistema delle stesse costituisce il tessuto urbano, il sistema dei tessuti forma l’organismo urbano: la città. Seguendo questa logica, è facile comprendere la coesione comunitaria che esisteva fra gli abitanti – sovrani nella loro sfera privata individuale – facenti parte di una contrada dove tutti conoscevano tutti e quella fra le contrade che focalizzavano la loro identità nell’organismo urbano di scala superiore.
Sarebbe affascinante tracciare qui le varie fasi del processo che dalla città degli uomini ha portato alla città dei cyborg individuando gli agenti disgregatori della compagine civile, ma urge ritornare al grattacielo residenziale. Compiendo, metodologicamente, un salto temporale in avanti diremo che nel momento in cui la modernità si è trovata a dover gestire l’aumento della popolazione all’interno delle città esistenti, lo ha fatto solo in termini quantitativi di “densificazione”. Ha incominciato a realizzare le case in linea a più di tre piani ospitanti diversi nuclei familiari per ogni fronte di edificio, ma, così facendo, l’antica pertinenza in ambito collettivo si perse. Con essa, ma non solo, si perse anche il rapporto fra cittadino e spazio urbano. L’antica sovranità sulla parte del territorio comunitario fu annullata dal frammentarsi della proprietà in unità condominiali dove la percezione del suolo divenne solo un aspetto tecnico-economico. Il condominio, questo moderno assetto della proprietà urbana, non nacque come comunità, bensì come unione economica di più proprietari di uno stesso immobile, quindi su base societaria e come tale riconosciuta dallo stato moderno.
La città cominciò ad assumere un altro volto, espressivo non più dell’uomo organico, ormai avviato sulla china discendente dell’alienazione, ma delle tante società economiche. Al punto che, per attribuire un valore etico alla massa degli uomini invalse l’uso del termine “sociale”. Fintantochè il modo di edificare il nuovo volto seguì formalmente quello della città organica l’uomo, pur degenerando in entità economica quale produttore o consumatore, riuscì a non perdersi totalmente nell’alienazione ed a mantenere rapporti con i propri simili sulla base di antiche convenzioni. Quando anche i modi della città organica furono intenzionalmente e programmaticamente abbandonati, quando non osteggiati, la metamorfosi da uomo a gyborg, da cives a borderer – l’uomo della borderline – fu completata ancorchè, da qualcuno, sopportata con sofferenza.
Ebbene ecco dove sta il pericolo insito nel grattacielo residenziale: realizzare in verticale, esasperandolo, ciò che la aberrante cultura urbanistica ufficiale realizzò in orizzontale, ovvero l’isolamento fisico e psicologico dell’individuo dalla realtà del mondo che lo circonda. Il grido di giubilo di chi salutò entusiasticamente la realizzazione dell’Eurosky Tower paragonandolo ad un Corviale in verticale, per quanto idiota, non fu privo di senso reale.
Come a Corviale, abbiamo il grattacielo come dissociazione.
Provate a pensare ad una umanità impilata in venti-trenta piani e più. Come comunicherà ogni abitante del grattacielo con gli altri condomini?
Qualcuno obietterà: ma chi vuole comunicare? E’ già fonte di imbarazzo dover incontrare persone in ascensore al punto che gli sguardi evitano di incrociarsi; non comunicare vuol dire liberarsi della necessità di dover dire buongiorno, buonasera, arrivederci e vivere in assoluta libertà dagli altri come in un albergo. Dissociazione, appunto.
Abbiamo, inoltre, il grattacielo come esclusione.
Come si integrano gli abitanti del grattacielo con la vita al livello terra che si svolge distante dal momento che lo stesso deve sorgere isolato? Come si integra con la città al di là del collegamento funzionale mediante automobili, metropolitane o altro mezzo tecnico?.
Ancora: il grattacielo, come è noto, è una voragine energetica. Tecnologicamente è quanto di più vicino vi sia alla machine à habiter di lecorbusieriana concezione, ma cosa accade se va via la corrente come è accaduto nel Burj Khalifa allorchè un nutrito gruppo di visitatori rimase intrappolato per ore dentro gli ascensori? Ci sono le scale, certo, ma chi si fa venti-trenta piani in salita?
Lasciamo stare gli scenari apocalittici che si presentano se ipotizziamo incendi tipo “inferno di cristallo”, terremoti, attentati terroristici.
Nikos A. Salingaros ha svolto una considerazione illuminante conclusa con una battuta fulminante: …il mantenimento del grattacielo in ambiente urbano è analogo al mantenimento di una colonia nello spazio. I problemi sono il rifornimento e il trasporto. Il tentativo di integrarli con la terra comporta sforzi straordinari. Si, c’è un futuro per i grattacieli: come prigioni urbane … isolamento verticale e nessuna necessità di interagire con la vita reale sulla terra.
Non si può non essere d’accordo. Lo stesso processo di isolamento e conseguente alienazione di una prigione può realizzarsi con la scelta di isolarsi dal mondo in basso abitando il grattacielo residenziale. Una solitudine costosa e non solo economicamente.
In chiusura vale la pena di riflettere sulla battuta di Salingaros. Il Grattacielo potrebbe rivelarsi una soluzione dell’annoso problema della penuria di carceri. Lo stesso vale per la sua versione orizzontale: Corviale.
(1) J.C.Webster “The Skyscrapers: Logical and Historical Considerations
(2) Wang Fei Esposizione Universale di Shanghai, le città al microscopio. Area maggio/giugno 2010

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