2 Giugno Festa della Repubblica: guardiamo oltre e rendiamo note le nefandezze partigiancomuniste

2 Giugno 2016

riproponiamo

l’articolo del 25 aprile 2009 (ripreso da Parvapolis)

e l’articolo del 2 giungo 2010 sulla Festa della Repubblica

Domenico Cambareri

 

Mattarella scava fossati e prepara l’albo d’oro per la volante rossa e per il soccorso rosso?

Noi, che, quasi da soli, non ci rassegnammo all’abolizione della festività del 2 giugno chiedendone il ripristino davanti all’oceano sbavante di fazzoletti rossi agognanti solo potere arroganza e corruzione (e non più agognanti la dittatura leninista) che invece se ne fregava alla grande,

adesso aspettiamo che ai Fori Imperiali sfilino

con i reparti regolari delle Forze Armate

i labari e le bandiere dei reparti della Repubblica Sociale Italiana e delle loro Associazioni d’Arma.

Solo da quel giorno ci potranno essere  raggi di ritrovata unità.

Solo da quel momento le farneticazioni criminali partigiancomuniste e dei loro accoliti potranno essere messe a tacere, stroncando definitivamente la più che settantennale farsa di un regime partitocratico che ha divorato la Nazione e le sue nuove generazioni, per tutto il nuovo secolo.

In onore dei soldati ostracizzati e di quanti caddero in battaglia o sotto i colpi proditori degli alleati del nemico.

Mattaralla il siciliano continui a scavare  fossati di odio. Conta davvero poco, ma davvero poco, sino all’insignificanza, la sua personale vicenda politica, nonostante il ruolo che ricopre al vertice della Repubblica. Forse, non gli rimane proprio altro che scavare fossati di odio. Ma non potrà fermare il corso degli eventi. E’ ora che i crimini partigiani vengano conosciuti da tutti gli italiani e che le famiglie che per decenni hanno subito silenti minacce e ininterrotte ingiurie vengano riscattate dalla paura e dal silenzio imposto.

Mattarella, Mattarella, l’amico dell’anpi non fermerà più il corso degli avvenimenti: anzi, cominci a inginocchiarsi, anche nel ruolo di Capo dello Stato, davanti alle vittime innocenti, ai soldati che caddero nel contrastare lo sbarco nemico prima della resa del re, ai soldati che andarono a combattere a Salò. Per l’Italia.

Per l’Italia.

Parola di siciliano.

 

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Giuseppina Ghersi

e i partigiani violentatori e assassini.

Mattarella, si inginocchi!

E’ suo dovere!

corona d'alloro dorata

Oggi è il giorno della vendetta, del sangue, della sconfitta e … della “vittoria” delle fazioni

25 aprile e partigiani. Il nome non mente, è un marchio. Parla da sé. 25 aprile, data della parte, festa delle fazioni, da sempre rissose fra di loro. Da questo sciagurato dì, regolamenti di conti, giustizie di tribunali volanti, eliminazioni fisiche anche di innocenti, mattanze. Per mesi. Sino agli aperti tradimenti sul fronte orientale in favore di Tito. Fatti di uomini senza divisa, che ancora festeggiano. Nella angusta e tenebrosa logica degli agguati e delle rappresaglie. Chi ha vinto e chi ha perso. Polvere sotto i cingoli dei carri armati americani, inglesi, francesi, polacchi e … tedeschi. Il misfatto della resa, del tradimento, della sconfitta. Tutto con ignominia. Anche gli agguati. Non sappiamo chi sono i “liberatori”, tra i tanti, e se ci siano mai stati tra coloro che ci riportarono i mafiosi. Sappiamo che gli italiani furono degli sconfitti. Sconfitti, oltre ogni carnevale ideologico. Dietro ogni festeggiamento di tal fatta c’è ancora l’odio di parte. E rimangono soltanto la disfatta, i morti dal 25 aprile, i voltagabbana del 1943, del 1944, del 1945. Questi, non sono anni e giorni radiosi. Sono anni e giorni tristissimi, sono gli anni dei fascisti antifascisti e di piccoli gruppi assetati di insaziabile rivincita di parte. Odio anche fanatico, spesso incontrollato e incontenibile. Nella disfatta della Nazione. Quel generale che si oppose ai tedeschi a Porta San Paolo, dopo la fuga precipitosa del re e del suo governo da Roma, andò poi a combattere a Salò. Per chi o per cosa? Anche in guerra, anche negli agguati, negli atti di terrorismo e di guerriglia, nelle rappresaglie vi sono gli innocenti. Il 25 aprile noi ricordiamo anzitutto queste vittime costrette ancora nell’oblìo. Ricordiamo poi i combattenti sconfitti, i soldati di Salò, i soldati – anche antifascisti – che preferirono la via dell’onore, i militi fascistissimi che non cambiarono casacca, i ragazzi della bella morte. Romanticismo meraviglioso, insuperabile, immortale. Ma anche limpida razionalità, in tanti estremamente soppesata, di portare il fardello più pesante per anni e anni, se non per tutta la vita. Non solo o non più per il partito. Non solo o non più per il regime e per il duce, ma per l’Italia. Il 25 aprile non potrà mai essere festa per tutti. Il 25 aprile non è festa per tutti. E’ festa delle fazioni che dicono ancora di avere vinto la guerra.E di avere liberato l’Italia. Tra questo e gli ulteriori sviluppi della storia recente della nostra Nazione, noi abbiamo messo e mettiamo un distinguo fondamentale, sicuro, certo, senza compromessi morali e politici. La festa degli italiani, di tutti gli italiani, anche nostra, è il 2 giugno, la festa dell’Italia rinata nelle nuove istituzioni repubblicane. Con una costituzione vistosamente imperfetta. Siamo coscienti che allora più di questo non si poteva ottenere dalle menti dei costituenti, così ottenebrati nelle visioni di parte pur “sublimizzate” dal loro antifascismo (!). Né in essa imperfettissima costituzione fu mai scritto che era una costituzione “partigiana”. Purtroppo, fu figlia e vittima dell’ideologia partitocratica scambiata ancora una volta per democrazia. E della sconclusionata, alienata, assurda inclusione dei Patti Lateranensi che ancora oggi pesano come macigno che schiaccia Atlante. Pur con tutti questi limiti, anche vistosi, noi ci riconosciamo in essa e riteniamo che essa possa essere nella sua seconda parte fortemente migliorata. Riteniamo in particolare, e non da oggi, che i poteri del presidente del consiglio debbano essere molto rafforzati, trasformando questa figura in “primo ministro”, e che debba essere diversamente configurato il ruolo del Senato della Repubblica. Riteniamo anche e non di meno che il ruolo del Capo dello Stato vada altrettanto rafforzato per ri-bilanciare i massimi poteri costituzionali e per esercitare un più incisivo ruolo di controllo e di indirizzo in precisi ambiti (esteri e difesa, cultura nazionale e ricerca, giustizia). Tutto ciò riguarda il presente e il futuro, non il 25 aprile e i messaggi fuori luogo che da decenni ci piovono dal Quirinale per conclamare una “unità” posticcia se non assurda ed offensiva per chi se la sente sempre addosso, appiccicaticcia come la sabbia bagnata dallo scirocco. Festeggi pure chi vuole il 25 aprile, anche nella melensa e bolsa dietrologia dei vinti vincitori. Noi torniamo a dire a costoro, a tutti costoro, sordi alle ragioni degli altri e innamorati delle loro fanfaluche non innocenti, che questa data divide e dividerà sempre.Questa imposizione non passerà mai nella storia e nei cuori. Essa è l’ombra sinistra della guerra civile. Noi li possiamo abbracciare solo con il tricolore del 2 giugno. Ma no, no nel dì del sangue. A dir poco, il 25 aprile porta ai più atroci torcicolli. Il 2 giugno prepara ai progetti più impegnativi del nostro futuro. Per l’Italia

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Per una nuova Costituzione, per una rivoluzione pacifica

Bonificare parlamento governo e partiti, avviare scelte di equità e di definitiva lotta alle giungle retributive, fermare i malsani localismi e la xenofobia, realizzare doverosi controlli alle frontiere e ridurre dall’estero il fenomeno dell’immigrazione clandestina, dare impulso al potere del presidente del consiglio e incisività al ruolo del capo dello Stato: questi gli elementi per portare a rifondare l’Italia e la sua Costituzione

Il 2 giugno rappresenta l’unica, esclusiva data che ha visto, che può vedere e vede raccolti sotto la stessa bandiera e con una sola Costituzione gli italiani dell’Italia rinata dopo gli sconvolgimenti del secondo conflitto mondiale. Soprattutto dopo gli sconvolgimenti e le tragedie ancora in parte sottaciute che accaddero sul suolo patrio diventato luogo di scontro tra armate straniere e tra italiani divisi. E salvo le date della storia patria ante 1943, in particolare quelle del Risorgimento e del suo parziale compimento, avvenuto con la prima guerra mondiale con l’unità alla Madrepatria di Trieste, Trento, Bolzano. Anche se delle altre terre della lingua italica rimasero e rimangono escluse, come Corsica e isole maltesi. E, nuovamente, dopo la disfatta del 1943-1945, lembi non meno cari del territorio del Nord Est – Alto Adriatico.
Il lento e difficile cammino degli ultimi anni ‘40 e dei primi anni ’50 seguito poi da una grande fase di espansione e da ulteriori fasi di crescita segnate da rallentamenti e stalli anche repentini in cui più volte gli aspetti endogeni si sono incrociati in maniera anche anomala con i fenomeni esterni che ne costituivano spesso la causa principale, oggi è qualcosa di lontano nella memoria dei più adulti e qualcosa di appena sentito dire da parte dei più giovani. Eppure questo cammino costituisce la storia interna del nostro popolo, con tutti i suoi accentuati chiaroscuri, con tutte le sue forti contraddizioni, con tutte le sue conquiste culturali, tecnologiche, economiche e sociali. Con tutte le sue profonde ed estese trasformazioni.
E’ doveroso ricordare che spesso dei dettati costituzionali sono stati postergati immotivatamente nella loro attuazione dai governi e dai parlamenti in carica nel corso degli anni e che quando, poi, è stato dato l’avvio alla loro realizzazione, lo si è fatto senza equilibrio. E’ il caso del regionalismo. Altre parti importanti della Costituzione sono state sino ad oggi non attuate, come il dare la personalità giuridica ai sindacati (che per lunghissimi anni ha comportato condizioni di vantaggio esclusivo, perduranti collusioni nelle strategie comuni di partiti e sindacati, di totale irresponsabilità da parte dei sindacati con le azioni intraprese davanti agli interessi generali della collettività e dello Stato), od altre realizzate in maniera incompiuta o monca. Come per il diritto allo studio, per la mancata salvaguardia della retribuzione legata ai ruoli professionali svolti, dell’esercizio delle attribuzioni date dalla Costituzione al Capo dello Stato – fortemente coartate da una prassi partitocratica particolarmente pervasiva, aggressiva, corrosiva che ebbe a relegarlo al ruolo di mero notaio delle lotte e degli accordi tra i capi dei partiti con l’esautorazione delle camere parlamentari.
Non bisogna soffermarsi solo sugli aspetti positivi della Costituzione e dimenticare che essa risentì sin dalla sua nascita di un impianto particolarmente fragile, di cui chi più chi meno tutti parlano, dovuto, ad esempio : – alla asserzione fondamentale e purtroppo non democratica secondo cui gli “articoli fondamentali” erano e sarebbero stati per sempre immodificabili, in ciò aprioristicamente escludendo ogni possibilità di miglioramento, di adattamento in fieri del suo stesso intrinseco spirito e ponendo così esplicito divieto alle generazioni future di potere decidere del loro destino secondo forme e contenuti che esse potranno ritenere più consone alla individuazione dei principi fondamentali dell’assetto istituzionale democratico e … liberale; – all’inserimento nel dettato costituzionale di un trattato internazionale tra Stati, il trattato del Laterano del 1929: mostruosità che vulnera in maniera mortale il perché stesso della carta costituzionale, i principi di libertà, indipendenza e sovranità dello Stato e del popolo. Ciò in quanto ogni tipo di trattato internazionale fra Stati non può surrogare, delimitare, avallare, con-sustanziare principi fondativi assolutamente auto de-condizionati e de-condizionanti e per ciò stesso sovra ordinarsi in via surrettizia alla Carta medesima. Qualsiasi tipo di trattato, a priori, costituisce in materia afferenza affatto estrinseca e non può giammai essere recepito e utilizzato come succedaneo di alcunché. Men che mai, è da dire, anche se mossi dalla migliore disponibilità d’animo, in materia religiosa in cui non può minimamente essere bloccata la terzietà dello Stato; – la scelta del sistema rappresentativo del bicameralismo perfetto, dovuta a memorie allora sature di recenti negatività – peraltro, nella genesi storica, nate a loro volta come reazione e risposta estrema alle paralisi determinate dalla prassi partitocratica già imperante nella camera dei deputati dell’Italia del primo ‘900. Scelta del bicameralismo perfetto che ha arrecato sin dall’inizio danni inauditi e che saranno per sempre incalcolabili al funzionamento parlamentare, alla proficuità degli iter legislativi, all’azione dei governi, alla vita e agli interessi maggiori e minori del Paese e dei cittadini in ogni settore; – l’impossibilità da parte del presidente del Consiglio dei ministri di potere indirizzare e dirigere l’azione del governo e di singoli ministri in relazione agli obiettivi di programma proposti e fissati e di potere proporre al Presidente della Repubblica la firma di un decreto di esautorazione di un ministro; – l’impossibilità del Capo dello Stato di richiamare in maniera incisiva e ferma il governo sull’adeguamento di indirizzi, obiettivi, programmi, modalità in merito all’attuazione della politica estera e di difesa, della politica scolastica universitaria e della ricerca; – l’avere mantenuto l’ordine giudiziario articolato in due rami aperti e mischiati fra loro.
Questi anni, con le gravi e anomale irresponsabilità politiche che stanno operando a tutto vapore per la trasformazione della Nazione in macro entità locali, non sembrano adatti per potere chiamare a raccolta le migliori intelligenze e per attuare la rifondazione della Costituzione. Eppure, non è così. Proprio gli improvvidi pericoli che già fanno parte dell’odierno orizzonte e che porteranno a una smisurata crescita del “pubblico” nelle sue dimensioni non più statali ma regionali con torme di nuove strutture di “dirigenza” e “alta dirigenza”, impongono di lottare contro sprechi ulteriori di risorse e di ricchezze di un Paese che la politica ha indebitato per tutto il XXI secolo.
Approdare alla rifondazione della Carta è dunque qualcosa di necessario e dovrà essere il frutto di maturo e lungimirante senso civico, in tutti i sensi. Realizzare una rivoluzione costituzionale pacifica è qualcosa che dovrà produrre grandi aspettative, in uno con la nascita di energie di lotta oggi inesistenti. Al fine di continuare sulle orme dell’attuale patto costituzionale migliorandolo e adeguandolo in tutto e, al tempo stesso, riuscendo a sconfiggere la dilagante marea di un malnato federalismo, espressione soprattutto di malafede civile e di incontenibili miasmi di localismo tribale e di marginalità culturale e civile che ha avuto la meglio per le profonde, ricorrenti e sempre più accentuate crisi economiche e sociali e per lo svuotamento di significato dei vecchi apparati ideologici e dei partiti, corrotti, che li rappresentavano. E per la disaffezione e le molteplici forme di proteste elettorali.