Per gestire la crisi, la nazionalizzazione delle banche è un mezzo necessario ed adeguato allo scopo?

Enea Franza

7 Marzo 2009 

L’intervento degli Stati con la nazionalizzazione delle banche fallite o via di fallimento rappresenta davvero la soluzione del problema? Quali conseguenze dirette e indirette ciò avrà a breve e medio termine nei bilanci pubblici e nelle politiche industriali,  infrastrutturali, sociali degli Stati e nel mantenimento degli standard di vita dei cittadini? 


Iniziata con i titoli sub prime, scivolata sulla c.d. finanza creativa, la crisi è poi esplosa coinvolgendo le banche d’investimento, ovvero, quegli Istituti di credito che operano nei mercati dei titoli emessi da società private ed enti pubblici, provvedendo al collocamento dei prestiti ed alla distribuzione dei titoli.  Ora, nel 2009, nessuno parla più di mutui subprime e le banche d’affari, a giudicare dall’andamento delle loro quotazioni sui mercati di borsa, riprendono vigore (dall’inizio di gennaio a fine febbraio ad esempio Morgan Staley e Goldman Sachs hanno guadagnato rispettivamente il 22% ed l’8%) mentre la paura prende ora le banche commerciali, le cui funzioni principali sono – com’è noto – accettare depositi e concedere a imprese e famiglie prestiti a breve termine. Segnano il peso del disastro le quotazioni di primarie banche quali  Bank of America,  che dal primo gennaio ha perso il 72%, Citigroup il 78 % nello stesso periodo, Wells Fargo il 59%, UBS il 37%, Deutsche bank il 25%. Se andiamo ad osservare l’indice dei titoli bancari sul mercato americano verifichiamo una flessione del 51%, mentre in Europa è al 25%.La catastrofe che sta colpendo il mercato delle banche commerciali ha costretto il governo americano a rilevare (nei primi giorni di marzo 2009) una quota azionaria del 36% in Citigroup. Il salvataggio pone un tetto al crollo  della banca (le  perdite del quarto semestre ammontano a 27,7 miliardi e l’agenzia  Moody’s ha abbassato il giudizio sul senior debt a “A3” da “A2”) ed in cambio predispone una rivoluzione nel board, secondo le indicazioni del Tesoro, cui dovrà sussistere una maggioranza indipendente. A tale quadro, si aggiunge la richiesta di aiuti 20 miliardi di dollari della Bank of America. E il record di perdite di 62 milardi di dollari della AIG, il più grande nella storia finanziaria degli USA, anche nelle proprietà immobiliari commerciali. Ma anche le banche Inglesi non se la passano molto bene. La Royal Bank of Scotland, nazionalizzata al 70% per evitarne il fallimento, annuncia contemporaneamente alla “nazionalizzazione” della Citibank, la perdita annuale di oltre 24 miliardi di sterline, la più alta nella storia del Regno Unito. Il governo interverrà con altri 13 miliari di sterline con una disponibilità della banca ad rendere disponibile una quota azionaria pubblica fino al 95% . Sir Fred Goodwin, il suo ex-amministratore delegato, estromesso quando lo Stato ha assunto le redini della Bank of Scotland e giudicato il principale responsabile del dissesto in cui era sprofondata, riceverà una pensione di 650 mila sterline l’anno a soli 50 anni.
Ma altre importati istituzioni inglesi non se la passano bene. La Hbos, del gruppo dei Loyd, chiude infatti il 2008 con 7 miliardi di perdite, sempre in sterline.
In estrema sintesi, in difficoltà sono pressoché tutte le banche dall’America, all’Asia passando per l’Europa.  Si parla di un dossier su evasione, riciclaggio e corruzione: così i centri off-shore gonfiano la crisi. Secondo l’Ocse, nei forzieri dei paradisi fiscali ci sarebbero 7.000 miliardi di dollari. Il premier britannico Brown, con recente vertice a Berlino ha rappresentato: «La Svizzera deve cambiare il suo vergognoso modo di fare, se vuole rimanere un membro a pieno titolo della comunità internazionale».  
Le ragioni sono essenzialmente di due ordini. Con il primo, connaturale alla fase di recessione che l’economia mondiale sta vivendo, il Pil americano evidenzia una caduta libera del -6,2% nell’ultimo trimestre 2008, percentuale che probabilmente non andrà a decrescere, mentre il Pil dell’area euro su trimestre si è contratto dell’1,5% (-1,2% su anno) segnando il peggior risultato di sempre,  ed anche Cina ed India non se la passano bene. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno il Pil della Repubblica Popolare è salito “solo” del 6,7%, in forte frenata rispetto al 13% dell’anno precedente, mentre per l’India nell’ultimo trimestre il Pil è salito del 5,3% sull’anno, anche qui in regressione rispetto ai risultati passati. In Italia, il Pil è sceso dell’1% (il peggiore dal 1975), e va male anche il rapporto fra deficit e Pil che sale al 2,7% … I dati della disoccupazione evidenziano, inoltre, che nel 2008 sono stati 2,6 milioni i posti di lavoro andati in fumo negli USA, il massimo dal 1945, anno della Seconda Guerra Mondiale. Di questi, quasi due milioni negli ultimi quattro mesi, a testimonianza del fatto che la crisi si è fatta più profonda nell’ultima parte del 2008, In Europa, l’Eurostat ha comunicato che la disoccupazione della zona Euro a gennaio ha registrato una crescita all’8,2%, dall’8,1% della precedente rilevazione (7,3% a gennaio 2008). Con l’economia in frenata e la disoccupazione in crescita, dunque, è naturale scontare un’incremento dei crediti in sofferenza e quindi un peggioramento degli attivi delle banche.
Preoccupa, altresì, la constatazione che molti Paesi dell’Est Europeo sono in una situazione di profonda crisi: le economie sono in recessione, le valute scendono verso il basso ed il debito privato delle famiglie si ingrossa. E questo di conseguenza incrementa il debito inesigibile di molte banche impegnate nell’Est Europa. Insomma, un gatto che si morde la coda !
Le motivazioni ? I prestiti in valuta estera sono stati un potente propellente per le economie dell’Europa Orientale comprese Polonia, Romania ed Ucraina.  Tale fiume di denaro è per la maggior parte proveniente da banche dell’Europa occidentale come finanziamenti diretti ai Paesi o come finanziamenti ad imprese occidentali che lì hanno investito (le statistiche sostengono che il 70% delle banche orientali è controllato da quelle occidentali e che l’80% del Pil dell’Austria dipende dall’Est). La Romania è fitta di imprese a capitale italiano. Tra le Banche la più esposta sembra essere UniCredito che, attraverso la sua filiazione tedesca, ha importanti investimenti in tutta l’area dell’Est europeo (la stessa banca nel 2008 ha acquisito anche una banca Ucraina). Tale flusso di denaro ha finanziato i consumi interni e la vitalità imprenditoriale dopo che, in tutta quell’area, è avvenuto il crollo del comunismo. Ma quando l’afflusso di capitali esteri si è interrotto, a seguito della crisi interna, le valute di questi hanno Paesi hanno cominciato a perdere valore, i debiti verso l’estero sono divenuti di colpo più onerosi ed hanno devastato i bilanci e le finanze, avviando una rapida sinergica decrescita (deleveraging).  Lo schema dello sviluppo della crisi dei Paesi dell’Est Europa sopra proposto è, peraltro, molto simile a quello magistralmente presentato dal grande economista Paul Krugman, nobel per l’economia 2008,  per spiegare la crisi che tempo addietro ha sconvolto i mercati asiatici.

Per evitare d’inceppare il flusso del credito, tuttavia, già alla fine del mese di febbraio,  Bei,  Bers e Banca Mondiale concedono un prestito per 245 miliardi di euro di aiuti al credito e all’industria. Ma che tale somma sia solo una goccia nell’acqua, lo dimostra la richiesta pubblicamente fatta dal premier ungherese, che chiede per il suo paese 180 miliardi di Euro, segno evidente che il denaro necessario è molto di più. Ma a tale richiesta il vertice del Consiglio dei capi di Stato Paesi UE, convocato a Berlino per fronteggiare la crisi economica il 23 febbraio, non dà un risposta, bocciando il piano proposto dal governo ungherese ed escludendo un intervento comunitario a sostegno dei Paesi dell’Est; viene anzi ribadito che, constata l’impossibilità di quantificare, “ogni governo avrà la libertà di trovare soluzioni per contrastare la crisi finanziaria, purché questa non scivoli nel protezionismo”.

Il problema delle banche commerciali non trova in definitiva una soluzione organica ed anzi evidenzia la mancanza di una linea d’azione pubblica coerente e coordinata, lasciando il passo ad una infinita serie di voci e discussioni.

La strada diretta per fronteggiare la crisi, passa, per molti economisti di Usa ed  Europa, attraverso la strada della nazionalizzazione e la creazione di “bad bank”.                                                               Tale idea è contemplata, peraltro, in un documento della Commissione UE presentato al vertice di Berlino. Gli Stati condivideranno gli oneri di salvataggio con azioni e creditori, ma a patto che venga accertata la consistenza dei titoli tossici e questa venga certificata da auditors indipendenti. Nel documento, Bruxelles sottolinea innanzitutto che “la ragione principale dell’insufficiente flusso di credito è legata all’incertezza sulla valutazione e la posizione degli asset deteriorati”, cioè quelli tossici più quelli meno rischiosi. “Questa incertezza”, si aggiunge nel testo, “non solo continua a minare la fiducia nel settore bancario ma indebolisce gli effetti delle misure di sostegno dei governi”. In queste situazioni, prosegue, “per preservare la stabilità finanziaria e la fiducia, potrebbe essere appropriato prevedere delle garanzie o delle protezioni per i detentori di bond”, ma, “dove ciò appare sconsigliabile per questioni di stabilità finanziaria, la banca potrebbe beneficiare di aiuti sotto forma di garanzia o di acquisto di asset limitato allo stretto necessario per continuare ad operare per il periodo necessario a trovare un piano o per la ristrutturazione o per la liquidazione”.

La storia delle bad bank è una storia vecchia, ed è una cura per la società madre. Già oltre 15 anni fa, i Lloyd’s di Londra perseguirono una strada molto simile. Coinvolto dall’aver stipulato polizze assicurative contro i rischi legati all’amianto, il gruppo assicurativo si trovò all’inizio degli anni ’90 con una enorme quantità di polizze “tossiche”, ovvero, incorporanti un alto rischio potenziale. Fu allora che i Lloyd’s utilizzarono apposite società, con patrimonio solido, dove furono stornate le polizze a rischio. In tal modo furono realizzate due obiettivi. Da una parte, furono puliti i bilanci della società madre (la società che girava il portafoglio delle polizze); dall’altro, nella società che prendeva in carico le polizze tossiche, il rischio era ben definibile e diluibile e poteva trovare i capitali in cerca di un’occasione per un investimento a lungo termine. Certo è che nel caso odierno nelle bad bank dovrebbero finire non passività, ma gli attivi, i c.d. liquidi tossici,  con un profilo di rischio di difficile individuazione. Ma il principio ed il risultato a cui si mira sarebbero gli stessi.

I titoli tossici che dovrebbero andare costituire l’attivo della bad bank, sono innanzitutto i mutui sub prime che hanno un flusso di reddito derivante dai mutui concessi. Ma quando, a seguito della crisi, i mutuatari non pagano, questi titoli perdono di valore e perdono anche valore i titoli a loro collegati come i Cdo (collateralized bond obligation) che, pur contenendo solo in parte i mutui sub prime, tuttavia più nessuno li vuole e pertanto perdono di valore. Peraltro, non sono scambiabili e rimangono nella pancia della banca che ha l’ulteriore problema di doverli valutare a fine anno, con individuazione di una minusvalenza che, se forte, può intaccare il capitale. Per ricostruire il capitale (ed in parte vi è obbligata dalla necessità di mantenere i ratios entro i limiti stabiliti dalle autorità monetarie, primo fra tutti il rapporto debito/capitale.) la banca commerciale deve o aumentare il capitale chiedendo denaro ai soci o al pubblico, o indebitarsi. Può anche restringere il credito, ma in tal modo contrae le prospettive di sviluppo dell’economia, innestando una spirale di crisi.
Allora la strada è segnata è non resta che la bad bank o l’intervento dello stato come prestatore di denaro o socio. Ma il dubbio che, in realtà, non vi siano grandi differenze tra l’uno o l’altro intervento fa sì che molti economisti ritengano più efficace l’intervento diretto dello Stato. Geithner,  segretario al Tesoro USA, ha un piano alternativo per uscire dalla crisi finanziaria, un «progetto articolato sui titoli tossici per recuperare capitali». Il progetto prevede la costituzione di numerosi e diversificati fondi, molte “bad banks” per: a) agevolare il reperimento dei capitali; b) poter raggruppare in modo più omogeneo classi di titoli più simili fra loro e poter così esprimere valutazioni più credibili del “rischio” implicito in ciascun nuovo investimento. Il governo darà finanziamenti adeguati per lanciare l’iniziativa; i manager dei fondi assumeranno il loro incarico solo se saranno pronti ad investire i loro capitali in una quota minima di partecipazione al capitale; gli investitori, fondi comuni o fondi pensione, daranno l’altro grande contributo di capitale per finanziarie il progetto oltre a quello versato dallo stato.

Nazionalizzare, tuttavia, è necessario sottolineare e ricordare, vuol dire caricare sul bilancio degli Stati una montagna di debiti. Ma fino ad adesso, i governi USA e dei Paesi UE hanno iniettato  nel sistema finanziario oltre 370 miliardi di dollari solo per gli istituti di credito, senza che nulla sia cambiato, a quanto risulta. Secondo le prime analisi, le passività delle banche irlandesi al netto di capitale e riserve ammonterebbero a oltre nove volte il Pil della stessa Irlanda. In Francia, Olanda e Belgio ammontano a 4 volte il Pil nazionale, in Austria a 3,5 volte,  in Italia 2,5.  Sono calcoli molto approssimativi ma che rendono l’impegno che gli Stati vanno ad accollarsi … ed il mercato riflette tali malumori.  Basta dare un’occhiata ai costi delle assicurazioni contro i default misurati dai credit default swap che danno all’Inghilterra una probabilità dell’11% di fallire entro 5 anni, all’Italia il 13%, agli USA,  a Francia e Germania circa il 6%.

Intanto i mercati finanziari, per le cattive notizie provenienti dalle banche commerciali, avevano già scontato forti perdite, che, neanche a dirlo, sono andate ad aggravare ancora di più una crisi; i mercati finanziari, dicevo, non si fanno attendere ed a Wall Street, il 22 febbraio, il Dow  Jones  ha tocca i minimi del 1997:  -3,4%. La risposta del Presidente Osama, così egli vara un  nuovo pacchetto d’emergenza da 250 miliardi per le banche Usa,  una “finanziaria” da 3.900 miliardi di dollari nel 2009 (3.550 miliardi nel 2010) e spera che già nel 2013 possa ridurre il deficit  a 533 miliardi di dollari ( ma … un 3% del Pil, non sortisce gli effetti sperati). Vanno giù anche le borse d’Asia e d’Europa il 28 febbraio, in una discesa dei corsi dei titoli ormai tutti impotenti. Ed, infatti, il successivo 3 marzo, all’indomani del lunedì nero che ha visto forti perdite in tutte le borse mondiali, a Wall Street le blue chip sono scese ai livelli di dodici anni fa, mentre la borsa di Tokyo si è avvicinata ai minimi dei 26 anni. Tutti i principali commenti degli analisti finanziari mettono in evidenza come, a bruciare soldi, siano stati i titoli delle banche e quanto stia pesando la bufera finanziaria che soffia sull’Est Europeo.

La questione della crisi della finanza internazionale è dunque tutta in piedi.
 

 

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