Sicilia. Ugo Van Doorne. Eremitaggio e spirito benedettino oggi, alla luce di una discordanza laica

21 Febbraio 2019

Domenico Cambareri

 

 

 

 

 

 

Quanto è accecante la luce del mistero di carne che lo sprona?

 

 

 

 

 
Dom Ugo Van Doorne nell’eremo di Testa dell’Acqua, agosto 1986
Poche pagine intessute di buon umore e di leggiadria. Dedicate alla sua consacrazione sacerdotale (27luglio 1958, monastero S. André, Belgio; l’ordinazione diaconale era avvenuta il 2 febbraio dello stesso anno, nella basilica del Laterano a Roma) e alla sua decisione di abbandonare vita claustrale e terra natia, visite di familiari e orazioni con i confratelli in hortu conclusu, in paradiso incluso. Senza cori gregoriani che aiutano allietano e fortificano il librarsi dell’animo al di sopra degli umori e dall’abside e dal transetto diffondono questo quod hortus conclusus inclusum est in paradiso: quietismo del corpo ricercato in modo silente, con madre natura che dispensa alla bisogna agnocasto e altri benefici aiuti.
Quietismo: termine prevalentemente anglosassone di cui poco ci si addice l’uso, perché ci sembra che tenda a sminuire l’estenuante lotta interna al corpo e all’anima degli spiriti di forte temperie che intraprendono questa rischiosa via, e degli spiriti che non vogliono acquietare il vedere e la ricerca e le domande che esso in maniera inarrestabile impone. A costoro e agli spiriti di altre gradazioni, da quelli più temperati e per natura contemplativi a quelli più ricettivi sino a quelli fiacchi per natura, a tutte queste galassie di periferie e di polveri monadiche della natura naturata, la via claustrale è quella del dissidio e del confronto e della risoluzione in ciò che chiamiamo volontà degli dei o volontà di dio.
Ad altri ancora, in schiere nei secoli sempre più ridotte e oggi in numero pressoché inesistente, si addice invece la via storicamentepiù originaria che sta alle radici del primo monachesimo cristiano: quella eremitica. Dom Ugo Van Doorne è uno fra questi. A costoro, la tensione fra le cupe notti di Dio al cessare dell’invasamento mistico che schianta ma non placa la brama, quand’esso irrompe tremendo nel suo insondabile mistero e annichilisce le fondate analogie con le manifestazioni psicopatologiche; a costoro è propria la via dei perigliosi crinali del corpo e della mente. Con tutto il più imprevedibile corredo terrifico che ne accompagna la storia conosciuta, anche nelle problematiche filosofiche, da Agostino a Martin Lutero a Blaise Pascal … fino ai nostri giorni.

 

Su di lui e i suoi libri e sul contesto della via mistica abbiamo più volte scritto, inserendoli sempre in questo irrinunciabile contesto di comprensione filosofica (v. a piè pagina), soffermandoci pure sulle importanti peculiarità del misticismo ortodosso.
L’homo religiosus (sulla linea che va da Gerardus van der Leeuw a Mircea Eliade e continua sulle sue prospezioni) circonda per 360 gradi l’orizzonte del filosofo e dello scienziato, circonda per 360 gradi tutta la storia umana. A partire dalle più remote irruzioni di portenti naturali e di terrori e meraviglie che ante datano molte evoluzioni da cui proveniamo e cerimonie apotropaiche e evocazioni e manipolazioni magiche. Non potrebbe essere diversamente. Anche quando ci si trova davanti a grossolane imposture.
L’impostura non annulla eo ipso la liceità e la fondatezza dei perché, le domande e le risposte. Non è meno ricca dell’errore, anche se come fumo rimane un fatto da individuare, mettere a nudo e superare. Fin oltre, ad esempio, le stupide credenze date in pasto per secoli a querule o abuliche o alienate folle di credenti ignari, meno razionali di un animale che confida nella qualità innata della sua ragione empirica (ma è deprivato di quella astratta). Date in pasto da poveracci o manigoldi in tonaca non meno miserabili, come negli innumerabili casi del folklore religioso tardo antico, medievale, moderno e contemporaneo. Come nell’esemplare caso del prepuzio di Gesù (modello della natura della superstizione quale espressione del subconscio, del condensato, del coagulo umano più amorfo, più passivamente ricettivo e soggigabile) adorato in chiesa e portato in processione, per di più alle porte di Roma.
Con tutto ciò che di parossistico e di criminale l’homo religiosus può manifestare e ha più volte manifestato, come nelle pandemie psichiche che infettano le turbe contagiate da qualche eremo e che irrompono dal deserto e dai monasteri per fare indescrivibili scempi di vite, di carni, di anime. Di intelletti. Perpetuo e indelebile è il simbolo di Ipazia, che condensa le moltitudini di vittime nella storia dell’ecumene occidentale/cristiano (egizio-copto, ortodosso, cattolico, protestante). Assieme agli atti di cannibalismo ripetuto in Germania, dettato dal voler resistere ad oltranza alla setta religiosa avversa, agli albori dell’età moderna. Non dissimile è stata la storia in Oriente, ove queste vie sono da retrodatare di molti secoli.

 

Una tensione e un bisogno irrefrenabili, un desiderio e un volontà invincibili nel cercare la luce che placa, disseta e adduce alla “verità”, alle tante “verità” o alle loro contraffazioni. Esse sussistono, dai primordi della nostra natura, in tutte le ramificazioni filogenetiche, dai primordi del nostro inconscio e del subconscio … delle nostre evoluzioni zoologiche e spirituali che si inscrivono nella storia della geologia della Terra e di pianeti e soli, dei baluginii delle nostre origini pre-fisiche, in una antagonistica connessione degli opposti, fra ciò che chiamiamo bene e ciò che chiamiamo male. Il simbolo del pavimento e della scacchiera divisi in quadrati bianchi e neri alternati, tesaurizzato dalla massoneria e presente nelle multiformi tradizioni cerimoniali e nelle simboliche sacre religiose cristiane e non e politiche, è il più pregnante e immediato “sentire” e “capire” tutto ciò. Santità e bene “gomito a gomito” con malvagità e assenza di bene.

 

,Dom Ugo Van Doorn nel suo primo eremo a Testa dell’Acqua, Noto (SR), 

agosto 1985

 

Quanto qui scriviamo non è sconosciuto o disconosciuto da dom Ugo Van Doorne. La positività della sua scelta, del suo essersi cimentato, del suo essersi messo in discussione quale monos, della sua solitudine sentita e intesa non come espiazione di spine e cilici strazianti anima e corpo, del suo essersi esposto al grande rischio della via eremitica paradosso oltre ogni paradosso per la socialità animale e umana, tale positività è davvero emblematica. Questa positività dell’animus di dom Ugo traspone le “chiare, fresche et dolci acque” del Petrarca e la mia “chiara, sottile, pallida luna” in una condizione in cui la dimensione del pathos salvifico e delle angoscianti inquietudini, delle catarsi e delle palingenesi, è risolta in un superamento e acquietamento radicali tali da condensare in loro pure l’acme estremo della tragedia della croce, dall’Ank egizio al Chirion del suo messia, dalla messa in croce della materia alla sua resurrezione.Tutto ciò non è più vissuto con il tralignamento del terrore e la furia dell’esclusivismo. E: corpo di Gesù il Cristo (corpo di Cristo?), corpo “monadico” non soggetto alla credenza dei corpi se non postulando il “corpo celeste” pura luce, semplice monade prima e davanti all’abisso dei mondi. Altrimenti tragiche contradizioni  per la mera credenza: sia perché si postulerebbe assurdamente l’immortalità delle singole cellule dei “corpi” riportati in vita, sia perché si postulerebbe la perpetua condizione d’impedimento, difetto, malattia, menomazione dei corpi e delle menti degli allora nati o caduti in tali limitazioni. Tutto  questo, pure relativamente all’età di ciascun corpo.
Mortificazione certo si, di cui non sappiamo le virgole e i punti, e, rispettosi, giammai abbiamo chiesto a lui: certo è che abbiamo colto, di volta in volta, sin da quando lo conoscemmo, l’opera della decantazione, forse per la lenta  alterna bonifica dei recessi profondi della “psiche collettiva” della fede cristiana e il filtraggio delle torbide emersioni in questi ultimi men che sette secoli; forse e ben forse per sue intrinseche qualità, forse per il concorso di ambedue i fattori. Mettendo da parte per consona comprensione razionale la complessa Provvidenza di Vico e la fideistica evocazione della Provvidenza propria alla fede del nostro eremita. Decantazione, chiarificazione attraverso gli sprazzi, i bagliori del logos così penetrati, molto dopo l’affermarsi delle notte dei tempi umani meno remoti e più prossimi, quelli della genesi dell’evo annunciato da Virgilio, asserito da Giuseppe e creduto da Tito.

Don Ugo Van Doorne con Domenico Cambareri,
eremo di Testa dell’Acqua, Noto, agosto 1985
Sprazzi nel subconscio del condensato, del coagulo umano di così stratificata e contraddittoria e pietrificante fede. Metronomi sballati in cui l’effervescenza crudele sanguinaria e malefica della fede generava altre dottrine e professioni di fede e devozioni cieche e scompigli e rivolgimenti e apocalissi senza salvezza, e si scontrava senza tregua con gli empiti e gli ardimenti di atleti dello spirito non piegati dal selvaggio e mai esauritisi. Altra faccia della storia delle fede. Dom Ugo Van Doorne appartiene a questa schiera della non fralezza dell’anima, della non fralezza della ragione, del suo non collasso. Non alza il grido “vade retro” e nell’innalzare con il cuore il Te Deum della sua fede abbraccia con dolce amore la statua di un nudo di donna. Cogliere nella materia la sua reale origine ontologica, e viverla nella dimensione dell’esistenza quotidiana per mai arrestare il processo di reintegrazione, è ancora cosa da pochi fra pochi in mezzo a folle di sacerdoti e monaci credenti e osservanti. Significa davvero mettersi in gioco, oltre ogni timore e tremore.
Le pagine scritte da Dom Ugo Van Doorne sono di una schiettezza, semplicità, linearità disarmanti. Un “disincanto” verbale che non disperde ma raccoglie invita e invoglia a intravvedere oltre con le proprie forze e con il proprio convincimento. A intravvedere  nei dialoghi evangelici verbo e spirito del suo Gesù.  Le difficoltà concettuali e spirituali che qui forse avete trovato delineate, nella sua loquela scritta rifluiscono infine nel  traguardo ambito: nel silenzio “che è degno del Padre”. Attinge alle scritture fonti della fede cristiana e con esse conversa, con una pregnanza tale da mimetizzare all’orecchio scaltro e prevenuto il suo contenuto; e tale da fare sentire all’orecchio sordo il messaggio del suo messia: il pastore è colui che dona se stesso, tale da potere esclamare: << Marta, Marta, ti affanni per troppe cose. Una sola cosa è necessaria.>>.

Dom Ugo Van Doorne celebra uno sposalizio a
Roma, Basilica Santa Maria sopra Minerva, aprile 1987
Si consenta ancora di esprimerci con i nostri ragionamenti: nessuna paura del peccato, nessuna paura della dannazione. Ciò che chiamiamo e appelliamo, a nostra immagine somiglianza, dio, giammai potrebbe accettare i baratti che sono ancora impliciti e espliciti in quasi tutte le forme e manifestazioni di credenze, di fedi, ovunque. Questo che chiamiamo impropriamente dio, rifugge da tutto ciò: non può che essere accolto e non può che accogliere  non da un animo trepido e da un intelletto angosciato, non da una donna o un uomo pii ma terrorizzati dal dio d’amore che è anche dio geloso delle altre fedi e soprattutto dell’attività razionale dell’uomo, e tremendo. Egli attende spiriti liberi da coazioni emozionali, coscienziali, religiose. Uomini che cerano e sono pronti a mettersi in campo e a prendere atto degli errori per andare senza interruzione avanti nella conoscenza di ciò che da loro non è stato posto ma in cui si trovano. Questi ultimi, pavidi, incerti li accoglie: essi sono vittime altrui, vittime delle fedi e dei dispensatori di verità che obbligano, li accoglie e li guarnisce nella gloria del mistero, perché nessuna goccia di luce può andare dispersa per tali cause. Rimane integra la libera accettazione dell’io devo kantiano. Coscienza, autocoscienza: vertici, gnomoni, orologi cosmici a guida della condotta umana. E adempimento di non adagiarsi, fermarsi nel dire “questo è vero”. Il vero sta sempre oltre ogni limite spazio-temporale che ad esso vogliamo assegnare. Dell’espiazione delle colpe contro gli uomini, gli animali, la natura in questo delimitato contesto non parliamo.
Qui siamo nelle tenebre che si convertono in luce, e viceversa. Sui crinali ultimi davvero, in quelli che il mistico percorre per realizzare la metanoia e avvicinarsi al vuoto davanti a cui vi è il “volto” nascosto del “divino”. Davanti a cui una sola cosa è necessaria. Cercarlo. Egli lo cerca e lo trova in Cristo, l’unto del Signore, il Macrantropo cosmico.

Dom Ugo Van Doorne con l’autore,
eremo di Testa dell’Acqua, Noto, estate 1986

 

Linguaggi, espressioni, comunicazioni diversi che si ritrovano quasi certamente solidali e tenuti insieme in vita dal quid unico che è a loro sotteso, nonostante … la frattura che l’esclusivismo delle fedi più o meno inconsapevolmente può arrecare o arreca all’armonia dell’essenza umana e al suo cercare di agire in accordo con i principi  dell’origine e della fine. La via scelta da dom Ugo Van Doorne, che non cessa di chiedere di essere abbagliato dal traboccante amore; la sua via e quanto si può apprendere da lui e dal suo Buon Pastore ci dicono innanzitutto che il Buon Pastore stesso non offre più e non attende più sull’ara carne e sangue di innocenti vittime. Essi volgono il volto degli uomini verso l’abbattimento della sofferenza di ogni essere vivente, sulla Terra e nel cosmo. Siamo polvere di stelle, ancor più polvere di luce, monadi oltre l’orizzonte della materia, della madre Terra e della nostra carne. Qui cessano le diversità e la sintonia cosmica la si vive nel silenzio di cui il frate e sacerdote benedettino belga mai ha cessato di nutrirsi.

Dom Ugo Van Doorne
  • Per la  vita di dom Ugo Van Doorne, si rimanda agli articoli già pubblicati. Da un decennio, per motivi di salute, è stato costretto a lasciare il secondo eremitaggio della Val di Noto. Vive ospitato in un convento delle monache benedettine, a Modica.

Dom Ugo Van Doorne celebra uno sposalizio a Roma,
Basilica di Santa Maria sopra Minerva, aprile1987

 

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Ugo Van Doorne, eremita fiammingo in Sicilia

Imparate da me, secondo MATTEO
Il 60° del sacerdozio del benedettino

 

 

 

Dom Ugo Van Doorne (Veurne, Belgio, 15 maggio 1931), studia filosofia presso i Padri Bianchi ad Anversa e Teologia a Heverlee, Lovanio. E’ consacrato monaco benedettino nel Monastero di St. Andrè a Brugge. Seguita gli sutdi teologici presso l’Ateneo Pontificio S. Anselmo di Roma. E’ ordinato sacerdote nel monastero belga di St. Andrè nel 1958. Esperienze di vita contemplativa fra  certosini di Calci (Pisa) e di Selignac (Francia).
Nell’isola della Martinica è iniziato all’eremitaggio da un anziano abate benedettino dimissionario. Dal 1963 al 1967 conduce vita eremitica il Palestina: per la guerra fra arabi e israeliani, lascia quella terra e si reca in Sicilia dove, a Testa dell’Acqua (Noto, Siracusa), inizia la sua definitiva permanenza. Lasciato da qualche anno l’eremitaggio per motivi di salute, è ospitato dalle monache benedettine di Modica (RG).

Dom Ugo Van Doorne è Premio Capo Circeo 2013.

Arti Grafiche Martorina – Ispica (RG)
Autore: Fra Ugo Van Doorne
Pagine: 63
s.i.p.

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