Immigazione e squilibri sociali. Fenomeno epocale o crisi della civiltà? 1.

22 Novembre 2014

Domenico Cambareri

 

 

 

 

 

 

Le periferie esplodono di paura e di rabbia. Un grave fenomeno antevisto e a lungo ignorato.

Siamo giunti tramonto europeo?

 

 

 

 

Mino Mini torna a scrivere sull’intensa ed estesa recrudescenza dei fenomeni anti-sociali di prevalente natura esogena che aggrediscono in maniera disgregatrice e corriva il tessuto connettivo della società italiana, e non di meno quella europea. Ci intrattiene in particolare nel delineare la gravità delle complicità morali e politiche, davvero collusive e di stimolo negativo, messe in atto nella nostra società da orami molti anni da non pochi centri italiani impregnati di sovvertitrice e nichilistica demagogia. Nella società, sono tantissimi a pagare un prezzo non indifferente nei modi più diversi, ad iniziare dai più deboli sui piani psicologico, familiare e socio-economico. E proprio sui più deboli, sulle vittime più numerose, questi cittadini italiani ed europei, questi centri stendono un velo di impenetrabile, scandaloso e tracotante silenzio senza ritegno alcuno. Altro che filantropia.
La loro è una solo voluta degenerazione demagogica, ancora in essere sull’onda estrema del comunismo e del post – comunismo filosovietico, che fu ed è caratterizzata da un impianto estremamente eversivo sul piano dell’elaborazione politica all’interno delle élite eredi della storia del PCI.
Degenerazione di un’intellettualità che ha operato con raffinata mistificazione a pro di un obiettivo politico estremamente demagogico, per coprire al contempo il vuoto ideologico e storico marxista-leninista che da tempo la pervadeva in una società borghese di cui essa ne costituiva e ne costituisce il nerbo politico–economico (pubbico parapubblico e cooperativo) – culturale e massmediatico; ossia la sovrastruttura parassitaria e predona per eccellenza. Il nerbo del potere effettivamente operante in Italia da due decenni. Più i tre decenni precedenti, in relazione alle preesistenti formazioni politico-partitiche allora in essere.
Essa ha utilizzato categorie antropologiche e trans politiche, metodi tecniche e immaginari massmediatici per camuffare e in tal modo traghettare contenuti e obiettivi che miravano e mirano all’affermazione del promiscuo inteso come paritario e ugualitario indifferenziato (da qui il corretto richiamo di Mini alla adikia). Ossia realizzare la effettiva impossibilità di giungere all’individuazione delle peculiarità proprie di un organismo sociopolitico ed economico.
Organismo deprivato artatamente e con perseverante applicazione degli insopprimibili valori fondativi, per quanto diventati in positivo via via sempre più aperti e condivisi, quali sono quelli di una società soggetta a nuove e veloci trasformazioni. Organismo, a tal punto di compiuta decostruzione post rivoluzionaria, ipocritamente spacciato, nell’artata confusione terminologica e concettuale, per “transnazionale”.
Ripetiamo che vi sono precise colpe e responsabilità da parte delle “teste pensanti” del cosiddetto postcomunismo italiano che hanno invogliato e istigato, adescato, favorito e motivato, irrobustito e accentuato fenomeni migratori già avviati nel solco delle normali trasformazioni e relazioni sociali nell’ambito delle complesse dinamiche internazionali, incanalandole entro enfatici contesti ideologici “xenofili” di veloce ricezione, accoglienza, parificazione giuridica. Spesso se non sempre a totale scapito del numeroso e sempre meno assistito ceto dei marginalizzati e degli incapienti nazionali. I quali hanno vissuto e vivono questi fenomeni con non immotivata estrema trepidazione e con rabbia dovuta all’ incapacità a trovare una valida risposta atta a spiegare il perché erano e sono soggetti, loro italiani, a dovere subire questa ulteriore marginalizzazione, vedendosi posposti nelle più diverse graduatorie non solo agli immigrati comunitari ma anche agli extracomunitari. Ciò ha ingenerato processi oramai endemici di forzata ghettizzazione e di accentuata deprivatizzazione dei concreti diritti minimali e dell’accesso al soddisfacimento delle esigenze basilari di alcuni milioni di italiani di tutte le età, in quanto le risorse ed essi destinate – da sempre non commisurate – si sono drasticamente ridotte per il concorso di feroci fattori. Basti ricordare il perdurare della crisi economica nazionale che ha fatto contrarre la ricchezza interna prodotta di oltre il 25% in pianta stabile, le aggressive e inique dinamiche salariali interne che hanno spostato in modo abnorme se non pazzesco sempre più in alto esclusivamente le retribuzioni dei più ben pagati e della mimetica pletora parassitaria dell’enorme sottobosco partitocratico; le facilitazioni di varia natura economica concesse agli extracomunitari per favorire il loro accesso e il loro inserimento nel tessuto socio-economico nazionale, che hanno creato perduranti discriminazioni a danno degli italiani poveri e meno abbienti.
 
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Mini si sofferma altresì nel cogliere l’eventuale, anzi il per lui certo, sotteso e più profondo significato di tali fenomeni, connettendolo al più ampio contesto antropico e storico della “contemporaneità” propria degli ultimi decenni della vita sociale e politica italiana ed europea; e delle linee di forza dei più importanti sommovimenti internazionali (che, in primo piano ma soprattutto dietro le quinte, hanno determinato e determinano un così deprecabile scenario di vita vissuta). E coglie prospettive molto fosche, se non estreme, pessimismo a parte.
Egli inoltre, come in precedenza, ritiene di avere giustificati e obiettivi motivi, a iosa, per intraprendere ulteriori svolgimenti tematici verso ambiti culturali che sembrano quasi pre-designati a svolgere un siffatto ruolo; davanti cioè alla così tanto chiara e pulsante narrazione della degenerazione dei fenomeni di cui sopra. Fenomeni che in tal senso vengono ad essere da lui ascritti a cifra primaria e ultima, come ricapitolazione e sintesi generale delle convulsioni e delle compulsioni distruttive che agitano dall’interno e dall’esterno la nostra società, aggredita senza posa e affatto indifesa.
Tali ambiti afferiscono alla riflessione sociologica, politologica e a quella storica e filosofica. Egli infatti ritiene che gli argomenti non probanti ma affatto certi ed esaustivi da lui rappresentati costituiscano un ideale collettore sociologico, politologico e antropologico da cui è possibile cogliere in modo argomentato e consequenziale tutta una serie di cause e di causalità, in specie storiche. E quindi di potere individuare delle costanti storiche, nel simultaneo e implicito e necessariamente taciuto raffronto (per ovvi motivi di economia del suo discorso) con altre ampie “porzioni” cronologiche e geografiche della storia dei popoli, ad iniziare da quelli europei e da quelli ad essi più prossimi.
 
Il passare, però, dall’elencazione e dall’analisi di fatti per quanto estremamente aggressivi, variegati e diffusi e di tutti i corollari che li sottendono e li coprono e che, nella cruda realtà dei fatti della cronaca quotidiana, li fanno nascere e moltiplicare, pensiamo che non possa costituire una sufficiente e universale condizione probatoria, per non dire di effettiva validità. Abbiamo motivati dubbi e non riteniamo di potere considerare accettabile un siffatto passaggio di piani, in cui possiamo percepire come agente plasmatrice una silente inavvertita “ragione” scaturente dall’inconosciuto fondo emotivo. Differenza di piani in cui l’ “inclinazione” esercitata dal grund dell’emozionalità svolge un ruolo prioritario e al tempo stesso perfettamente mimetico. Essa informa e produce le immagini, quasi sempre con tali intrinseche subiettive modalità, di buona parte dei processi storici, ad iniziare da quelli collettivi o individuali con finalità sociali, specie se fondativi e/o di “rottura” (religioni e in particolare moti irenici ed escatologici, politico-ideologici, etc …), tanto più quanto sono ad alta espressività e manifestazioni di un dirompente vulcanismo, titanismo, o, nell’estremo opposto del ventaglio dei gradi di divergenza, di un “tragismo del tramonto”. Immagini, idee, concezioni aggreganti in maniera anche dirompente che quasi sempre a posteriori ce non con facilità poi gli uomini si accorgono che erano più o meno vistosamente fallaci.
Il prediligere (quasi sempre senza averne le dovute lucide motivazioni) il proprio punto di osservazione e di valutazione ha indotto e induce quasi sempre gli uomini a diagnosticare,e prognosticare, ad elaborare interpretazioni tanto convincenti e scontate quanto destituite di validità scientifica e più o meno illusorie. Proprio in forza dell’errore di base di porre in risalto il ruolo paradigmatico non solo e non tanto del presente da loro vissuto, quanto quello della particolare posizione spazio-temporale ed emotiva dell’età in cui vivono nell’ambito di una più ampia epoca.
Parti delle molteplicità delle variabili che entrano in gioco in siffatti contesti, su cui torneremo in maniera più compiuta più in avanti, in riferimento alle concezioni di morfologia della storia universale e quindi di filosofia della storia, possono per intanto qui essere proficuamente abbordate attraverso una insopprimibile conoscenza di problematiche di antropologia e psicologia storiche e di storia comparata. Basti pensare ad esempio al fondamentale contributo dell’apporto dei pensatori francesi, inglesi e tedeschi tra fine XIX secolo e XX secolo.                                          
Siamo grati all’amico Mino Mini per la possibilità che i suoi interventi ci offrono di potere ricomprendere, riconsiderare e allargare le tematiche da lui dibattute. Ci pare doveroso anche constatare e rilevare come il passare in modi così convinti dall’analisi fattuale della cronaca, per quanto ampia e argomentata essa possa essere nei suoi limiti cronologici, a contesti di più ampia categorizzazione e generalizzazione storica e filosofica possa costituite o costituisca un passo se non indebito forse poco cauto, comunque precipitoso e sicuramente emotivo nell’humus, da parte di qualsiasi analista.
Se diciamo ciò in riferimento a quello che può essere costituito dal caso concreto offerto da un intellettuale che stimiamo e con cui condividiamo non poche esigenze di “impianti” di problematizzazione storica e ideologica, a fortiori riteniamo che esso debba valere come forse mai bastevole sottolineatura di una premessa e norma di ”distinguo” e di permanente cautela generale. Come necessaria e insopprimibile applicazione di punti propedeutici e di metodo non scavalcabili, specie nell’avviare approcci plurimi su livelli di analisi diverse. Per di più contemporaneamente. A ciò riteniamo che non possano sottrarsi a maggior ragione gli scritti con taglio giornalistico che abbiano espliciti e rilevanti obiettivi culturali.
La storia, anche individuale e delle persone più semplici, non smette mai di insegnare di quale e quanta sotterranea, imprevedibile e variegata forza di persuasione possano venire a godere i fenomeni più diversi che agli occhi di uno o di tanti vengano ad acquisire invece caratteri inconfondibili, certi e perfino paradigmatici. La potenza emozionale inviluppa sin dalla nascita tutta la nostra natura, biologica e razionale, essa ne è una cifra originaria indistruttibile e non pertanto da noi può o deve essere percepibile e percepita in modo immediato e cosciente. Il continuum psico-mentale così permeato di viva energia emozionale può fornire e anzi fornisce inesausto combustibile alle rappresentazioni umane, e quindi anche storiche, in cui aspetti e contenuti risulteranno nel corso del tempo spesso alterati e perfino illusori. Frutto di aberrazioni della soggettività razionale, a similitudine delle aberrazioni ottiche.
 
La pregnanza, la plasticità di fatti e di idee che li vogliono comprendere e interpretare si manifesta con modularità diversissime e imprevedibili, con possibilità di manifestazioni che possono trascendere ogni induzione e ogni anticipazione di natura statistica e in generale razionale. La potenza compromissaria e fuorviante della nostra stessa gamma passionale, sottolineiamo ancora, e della inestinguibile e apparentemente sopita sua radicalità è smisurata e sconosciuta nelle sue origini e nei suoi percorsi. Non di meno, pertanto, quella della fallacia dei processi razionali, specie se surrettiziamente o inconsciamente assunti come strumenti atti a certificare la veridicità di quanto si vuole dimostrare; strumenti razionali invece non agenti in modo autonomo ma in completo e impercettibile asservimento a condizioni eteronome, ad esempio di natura consuetudinaria, religiosa, psicologica, artistica, politica, pseudo-scientifica, filosofica. Come ben diceva Francesco Bacone, quasi tutto ciò che costituisce la nostra presunta conoscenza, e quindi tutta la storia di fatti e di idee che abbiamo davanti, è frutto di “idola”, ovvero di credenze scambiate illusoriamente per verità.
Questa estesa e necessaria premessa dal taglio non giornalistico, anche se a forte rischio di tedio per i lettori, dovrebbe essere adeguata a fornire un più ampio e chiaro campo discorsivo in riferimento a quanto sostiene Mino Mini, e a quanto il suo pensiero ci consente di affermare nello sviluppo delle consequenziali estrinsecazioni. (Seguirà la seconda parte, relativa al cuore della tematica storica e filosofica e dei  modelli e delle concezioni della “civiltà”,  con ulteriori puntualizzazioni anche su O. Spengler; e alla problematica politologica del totalitarismo.)
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